“È stata una scelta mia, restare a casa dopo aver avuto un bambino. Concordata certo con mio marito. È successo diciotto anni fa e da allora credo di aver vissuto dentro una gabbia dorata. Lui lavorava come consulente finanziario, guadagnava bene e l’idea che io mi occupassi dei figli e della gestione della casa sembrava la scelta più logica per la famiglia”, racconta Beatrice A., che oggi ha 43 anni, vive a Milano e lavora come grafica per una piccola agenzia di comunicazione. “Inizialmente mi sembrava un privilegio: una bella casa, le vacanze estive prenotate senza guardare il conto, le spese coperte senza discussioni. Mi aveva anche messo a disposizione una carta prepagata che lui ricaricava ogni primo del mese con la cifra che riteneva adeguata per la spesa e le esigenze dei ragazzi. Pensavo che fossimo una squadra”.
Se volete raccontare la vostra storia perché venga pubblicata, previa valutazione della redazione, potete scrivere una mail a rinascite@repubblica.it
Un rapporto diventato una gestione contabile
“Prima di fermarmi facevo la grafica per uno studio pubblicitario. Era un lavoro che amavo, ma quando sono arrivati i figli l’ho messo da parte. Con il passare degli anni, però, l’equilibrio tra noi si è spezzato. Mio marito ha iniziato a guardare alla famiglia come a un’azienda di cui lui era l’unico amministratore delegato. Non parlavamo più di noi, delle nostre giornate o dei nostri progetti: i nostri discorsi si erano ridotti a un resoconto delle uscite. Ogni volta che chiedevo un extra per me, un abito, un corso, persino un weekend con le amiche, l’atmosfera si irrigidiva. Iniziava a chiedermi se fosse davvero necessario, a fare battute su come spendevo i ‘suoi’ soldi o a farmi pesare il fatto che lui lavorasse dieci ore al giorno mentre io stavo a casa. Il nostro matrimonio si è inaridito così, tra il suo disprezzo strisciante per il mio ruolo e la mia sensazione di essere diventata una persona economicamente dipendente a cui si chiedeva conto di ogni centesimo. Non avevo un conto corrente intestato solo a me, non versavo contributi da vent’anni e avevo pochissimi risparmi personali. Quella che per anni avevo chiamato protezione era diventata una trappola”.
“Dove pensi di andare, senza di me?”
“Una sera di due anni fa, dopo l’ennesima discussione in cui mi chiedeva lo scontrino di una spesa in farmacia, ho trovato il coraggio di pronunciare la parola che evitavo da tempo: separazione. Mi aspettavo rabbia o dispiacere. Lui invece mi ha guardata con un distacco gelido e ha detto una frase che mi si è conficcata dentro: «Guardati attorno. Senza di me non hai un lavoro, non hai un conto in banca e non hai nemmeno un tetto sulla testa. Dove pensi di andare?».
In quel momento la realtà mi è crollata addosso con tutta la sua violenza. Non era una minaccia gridata, era una constatazione logica. Aveva ragione: sul piano pratico ero del tutto inerme. Ho passato la notte in bianco a guardare le pareti di quella bella casa, rendendomi conto che non c’era nulla che fosse davvero mio. La mattina dopo ho capito che non potevo affrontare una separazione se prima non riconquistavo il diritto di stare in piedi da sola”.
Ricostruire la dignità, un passo alla volta
“Ripartire a quarant’anni suonati nel mondo della grafica è stato come arrampicarsi a mani nude su una parete di roccia. I programmi che usavo io non esistevano più o erano cambiati radicalmente. Ho iniziato a frequentare un corso serale di aggiornamento sui programmi di grafica, sul digitale e sul web design, pagandomi le dispense con i primi lavoretti che trovavo il pomeriggio: volantini per i negozi di quartiere, impaginazione di brochure per gli amici… Così sono riuscita ad aprire un mio conto corrente personale e a mettermi da parte quello che guadagnavo. Quando ho firmato il contratto per una collaborazione part-time in agenzia, lo stipendio era una frazione di quello che entrava prima in casa, ma per me valeva una fortuna. Un anno fa ho preso in affitto un piccolo appartamento fuori Milano per me e i ragazzi, che ora fanno avanti e indietro con la casa del padre, e ho avviato la pratica di separazione. Passare dalle cene al ristorante agli sconti del discount e alla paura di non arrivare a fine mese è stato un impatto durissimo. Ma la sera, quando infilo le chiavi nella porta di casa mia e so che ogni singolo oggetto lì dentro l’ho pagato io, ritrovo una dignità che non scambierei con nessun agio al mondo”.
La psicologa: “Quel vissuto di dipendenza dal marito negli anni l’ha resa fragile, incidendo in maniera significativa sulla propria autostima”
“La storia di Beatrice ha il sapore di una rivalsa, che la porta a lasciare la sua gabbia dorata per conquistare nuovamente la libertà. Ciò che colpisce è che la decisione iniziale, presa in accordo tra i due, ha drasticamente definito i ruoli all’interno della famiglia, ruoli che poi si sono rivelati peggiorativi per entrambi i partner”, scrive la dott.ssa Nicoletta Suppa, psicologa, psicoterapeuta e specialista in sessuologia clinica.
“Beatrice si è sentita sempre più dipendente dal marito, che dal canto suo ha iniziato a caricarsi della responsabilità economica come se stesse gestendo un’azienda, allontanandosi sempre di più dalla partecipazione emotiva alla vita famigliare. Nel marito cresce una disistima per Beatrice, poiché confonde il valore di una persona con il parametro della capacità economica.
In questi ruoli separati e rigidi, sembrerebbe che i due abbiano vissuto in due famiglie diverse: Beatrice si è spesa nell’accudimento della casa e dei figli, allontanandosi sempre di più da se stessa, mentre il marito ha direzionato tutte le sue energie sul guadagno e la gestione economica. Lo spazio di condivisione per questa coppia è venuto a mancare. La situazione emotiva di Beatrice l’ha portata per molti anni a vivere un blocco nei confronti di se stessa, proprio perché la decisione di lasciare il proprio lavoro si è in seguito trasformata nella rinuncia alla piena realizzazione di se stessa. La scelta di lasciare il lavoro per occuparsi della famiglia è legittima, se ci si sta bene dentro. Ma per Beatrice a questo si è aggiunto quel vissuto di dipendenza dal marito, che negli anni l’ha resa fragile, incidendo in maniera significativa sulla propria autostima.
La rinascita prende forza proprio nel momento in cui Beatrice sente di aver toccato il fondo. Nella richiesta di spiegazioni rispetto all’ennesimo scontrino presentato al marito, Beatrice ha sentito non solo di aver perso la propria indipendenza, ma anche la propria dignità di donna adulta, capace di prendere in mano la propria vita. Questo le ha dato la spinta per rimettersi in gioco, ripartendo dal basso e rinunciando agli agi della gabbia dorata del suo matrimonio.
Beatrice ha avuto il coraggio di rompere un equilibrio che poteva continuare a rappresentare un’illusione di benessere. Si tratta di una rinascita attraverso la quale Beatrice ritorna al comando della propria vita di donna, integrando in essa il ruolo di madre. In questi anni, al contrario, i ruoli di madre e moglie, così come si erano declinati, non avevano più lasciato spazio all’essere donna e individuo. Questo tipo di rinascita rappresenta un rifare ordine nella vita di questa donna, che è potuta tornare ad esprimere le sue potenzialità, nei diversi ruoli della propria vita”.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link



