Se Franco Battiato non gli avesse chiesto di aprire i suoi concerti, avrebbe fatto l’architetto: “Era il piano B ma quegli studi mi hanno aiutato a spaziare tra musica e arte, adesso progetto architetture… musicali”. Elegante come la sua musica, il cantautore modicano Giovanni Caccamo – protagonista della cover digitale di agosto 2026 di BE Sicily Mag – sta celebrando i suoi dieci anni di carriera con una tournée dal sapore speciale. Lo scorso 11 giugno è salito sul palco del Teatro dal Verme a Milano per la prima tappa del tour “L’alba dentro l’imbrunire” e adesso sta continuando a girare l’Italia. Sfoggia look ricercati, humor inedito e tempi comici degni di uno stand up comedian: la voce è delicata ma potente come quella di un ex timido che oggi padroneggia la scena.
Tra le tappe del tour non poteva mancare la Sicilia, con il Teatro Greco di Siracusa. Un omaggio alla sua terra, a cui è profondamente legato. Anche per le origini condivise con un “collega” di prestigio. Nel 2012, con 40 gradi, rimase infatti ore dietro un cespuglio in spiaggia a Donnalucata aspettando Franco Battiato, ma l’incontro durò “sì e no 5 secondi”, racconta Giovanni Caccamo stesso. “Mentii a mia madre dicendo che avessimo parlato tutto il tempo ma non sapevo che riscontro avrebbe dato al cd che gli avevo dato, solo più tardi scoprii che lo avrebbe prodotto”. Il successo? Per lui si raggiunge solo col tempo, lentamente, “per questo mi piace il termine talento, mi sembra custodisca la parola lento”.

L’intervista a Giovanni Caccamo
Giovanni, a giugno è iniziato il tour “L’alba dentro l’imbrunire” con un percorso musicale dagli esordi ai brani scritti per colleghi e un omaggio al tuo mentore Battiato.
È giusto riconoscere il percorso fatto. Le canzoni sono come figlie e sono contento di aver avuto il privilegio di esibirmi a teatro, un tour con l’orchestra era un sogno nel cassetto a cui ho lavorato tanto.
Celebri dieci anni di carriera. Che valore dai al tempo?
Il mio totem è la tartaruga. Da adolescente sono fuggito da Modica, insofferente per l’eccessiva lentezza. Mi sentivo un vulcano di idee. Arrivato a Milano, sono passato da una lentezza disarmante a un moto perpetuo, spesso fine a sé stesso. Il tempo è stato per me sintesi di cambiamento profondo, ma oggi la lentezza è ciò che mi attira: custodisce la contemplazione, risorsa preziosa per un artista. E dopo anni di tentativi con le case discografiche a Milano, l’occasione più importante l’ho avuta nella mia terra, grazie proprio a quella lentezza. È stato così che Battiato ha ascoltato la mia musica.
Come nasce il titolo del tour?
Dal brano Prospettiva Nevski. Devo tanto a Franco, porto nel cuore dieci anni straordinari di scambio artistico e umano. Ho aspettato prima di eseguire i suoi brani proprio perché sentivo l’esigenza di sedimentare. L’alba dentro l’imbrunire oltretutto sintetizza il mio approccio alla vita: cercare sempre di concentrarsi sulla luce, nonostante questi tempi complessi.

Cerchi la luce anche nell’ombra e il tuo brano preferito di Battiato è “L’ombra della luce”. È stato un rapporto di luci e ombre anche il vostro?
Piuttosto di suoni e silenzi. È stato amico, mentore e artista immenso e ciò che custodisco sono proprio i lunghi momenti di silenzio insieme. Non è semplice condividere lo spazio restando muti senza provare imbarazzo. Questo è tra le cose più incredibili che ci ha uniti. Non dimenticherò mai quando mi disse «Avrai solo una strada per rimanere uomo e artista libero: cercare di scardinare la tua arte da ogni fine, non chiederti come avere più successo ma di cosa vuoi innamorarti nella vita. Quella sarà la radice del tuo prossimo progetto artistico. Alcuni avranno maggiore riscontro, altri meno, ma non dovrà interessarti perché starai vivendo una vita meravigliosa e la tua arte sarà lo specchio di ciò che sei».
Chi altro ti ha guidato nella carriera?
Non solo nella musica, ma anche nella vita, ho avuto tanti maestri: mio nonno, i miei genitori, Emilio Isgrò, Arnaldo Pomodoro. Oggi ci sono ancora artisti da cui imparo nel mio cammino.

Dai provini di X Factor a Sanremo Giovani il passo è stato breve, ma attraverso un no. Che valore dai al fallimento, oggi che la società ci impone di essere sempre più performanti?
Ho fatto i provini nonostante la timidezza ma quel no è stato decisivo, costringendomi ad un’analisi precisa delle mie composizioni. Ho capito che solo io avrei potuto scrivere per me e ho ricominciato a studiare. Ogni rifiuto mi ha portato a rivalutare la qualità di ciò che facevo, a cestinare decine di pezzi. È utile per chiunque voglia fare questo mestiere allenare il senso critico ed essere esigenti con sé stessi.
Il tuo nuovo pezzo si chiama Partenope, come è nato?
Ha la stessa radice di The Ark of Change ed è ispirato all’Odissea. Narra dell’incontro tra Ulisse e le Sirene e simboleggia l’eterna lotta tra spirito e materia, di come, in un mondo schiacciato dalla violenza, l’intelletto possa aiutarci nella scelta tra bene e male.
Quando hai capito di voler fare musica?
Dopo la morte di papà, aveva un cancro e negli ultimi anni gli suonavo la chitarra sperando di salvarlo dalla malattia. Non ci sono riuscito e questo mi ha portato a spegnere ogni tipo di suono: non ho più ascoltato, né scritto o cantato. Poi ho capito che la musica fosse l’unico ponte per dialogare con lui e, da quando ho ricominciato a cantare, il legame si è consolidato. Decisivo è stato riprendere a scrivere realizzando di poter trasformare le mie emozioni in brani: ha portato all’innamoramento definitivo, la scrittura è il mio centro.

Cosa ti ispirava a fare musica dieci anni fa e cosa oggi?
La fonte non è cambiata: mi ispira la vita e faccio sì che la mia possa essere straordinariamente viva. Fatta di curiosità e passione e con più stimoli possibile. Che siano incontri artistici o umani, ogni esperienza incide generando creatività. La musica è istantanea di un momento e, riascoltando i miei dischi, viene fuori una fotografia emotiva nel tempo, rivolgo al me ragazzino uno sguardo di tenerezza. Sono cambiato ma forse l’umiltà nelle relazioni umane e artistiche è rimasta immutata.
Come ti approcci alla composizione?
La musica è un incastro preciso tra sillabe, note e armonie e per me quasi sempre nasce prima la melodia. È capitato il contrario per la canzone Terra: Isgrò aveva immaginato la poesia Ti amo e partendo da lì ho dato vita al brano.
A quale dei pezzi scritti per altri sei più legato?
Il primo è stato Adesso e qui, nostalgico presente di Malika Ayane, esordio sanremese del 2015, ma ne ho tanti nel cuore. Ho avuto la fortuna di scrivere per Bocelli, Elisa e Patty Pravo e ognuna di queste collaborazioni è stata un incontro speciale, fino a Morandi. Il brano scritto per lui sull’importanza della musica si chiama Canzoni, ne sono molto fiero e felice di averlo interpretato insieme a Milano. Con Gianni c’è un’amicizia che va oltre l’arte, come con Angelina Mango, una sorella da quando aveva quindici anni. Con lei ho cantato Puoi fidarti di me, tratto dal mio terzo disco Eterno.

Sei promotore di progetti che coinvolgono giovani e arte. Come è nata questa sensibilità?
Nasce con Andrea Camilleri, era preoccupato dal futuro ma fiducioso che i giovani avrebbero avviato un nuovo Umanesimo della parola. Raccolsi il suo appello scrivendo l’album Parola e organizzando il concerto al MAXXI di Roma con Patti Smith, un’esibizione che ricorderò sempre. Ma per dare seguito all’invito serviva la risposta di tanti ragazzi, così ho dato vita a Parola ai giovani, un concorso di idee rivolto agli under 35, che mi ha portato in centri di accoglienza, università e carceri. Poi con le Nazioni Unite, Harvard e Yale abbiamo esteso a chi volesse rispondere alla domanda: Cosa cambieresti della società in cui vivi e in che modo? Qual è la tua parola di cambiamento? Ognuno ha scelto la propria scrivendo un testo di risposta, ne abbiamo raccolti tre mila in sei lingue diverse.
Il progetto, nato nel 2021, oggi è l’associazione “Youth and Future, Parola ai giovani”.
Dagli elaborati è emerso che i ragazzi hanno spento il motore dei sogni. È una crisi che minaccia il futuro dell’umanità, come artista mi sento responsabile e mi impegno ad essere un defibrillatore delle coscienze per riaccendere l’entusiasmo e con l’associazione ci prendiamo cura dei sogni dei giovani e delle arti. Per questo sono nate una mostra, il libro Manifesto for Change con la prefazione di Papa Francesco presentato all’ONU, e due performance: L’agorà del cambiamento nella stanza della Segnatura ai Musei Vaticani, dove abbiamo discusso di cambiamento e futuro. E The Ark of Change, il viaggio per il disarmo e la pace a bordo di un veliero lungo l’Oceano Atlantico, con dieci giovani provenienti da tutto il mondo. Nei giorni di navigazione, conclusa a marzo, abbiamo redatto un manifesto culturale di valori e idee condivise per innovare la società, che diventerà un film.

Qual è il legame con la tua terra?
È forte, speciale. Fatto di amore infinito, nostalgia e attaccamento, infatti la sede dell’Associazione Youth and Future, Parola ai giovani è a Frigintini, tra Modica e Noto. Sono molto legato alle mie radici e alla lingua, tanto che con Isgrò abbiamo scritto Terra, dedicata alla Sicilia e nel film di Beppe Fiorello Stranizza d’amuri compare Lontanu, un brano in dialetto. Ci sono delle insidie nella nostra isola, certo, ma la bilancia per me pende sempre verso la meraviglia.
Vivi a Milano da diciassette anni, qual è il luogo del cuore in Sicilia in cui non riesci a fare a meno di tornare?
Frigintini, dove c’è la campagna dei miei nonni, a cui sono particolarmente legato. Lì sto costruendo casa, che sarà la mia tana e il mio rifugio di silenzio.
E il tuo piatto siciliano preferito?
Le scacce, focacce ragusane farcite tipiche di Modica, sembrano quasi delle lasagne… buonissime!
Progetti in cantiere?
Il film The Ark of Change diretto dal regista premio Oscar Luc Jacquet e una mostra internazionale di Parola ai giovani con gli ultimi capitoli del viaggio.

La chiacchierata con Giovanni è finita e durante l’intervista è trapelata la sua insospettabile ironia. “Nella mia musica non compare ma sul palco aiuta a stemperare la profondità dei testi, sin dalla scuola ho imitato i professori, in particolare il preside del mio liceo”. L’unica parodia che posso valutare è quella che fa di Battiato. Me la ripropone e, vi garantisco, fa molto ridere.
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Enrica Sinesio
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