Il Camino del Norte è profondamente diverso dal Camino Francés, la differenza è semplice, il “francese”, che parte da Saint-Jean-Pied-de-Port in Francia attraversando Pamplona, Burgos, Leon, Ponferrada, per entrare poi in Galizia dal valico di O’ Cebreiro, è tutto sommato un sentiero. Un lunghissimo e magnifico sentiero che, nel corso dei secoli, ha visto migliaia di persone passare, solcarlo e definirlo. La toponomastica delle città che si attraversano, percorrendolo, lo testimonia: centinaia di paesi hanno la parola “camino” nel nome. Al Nord, come nel Portoghese, la strada per il 60 per cento è quella ormai ricoperta dall’asfalto e solcata dalle auto. Il resto sono pezzi di sentiero, stradine recuperate dove possibile, raramente lontane dal traffico. La Francigena, percorsa e raccontata su queste pagine a inizio anni 2000, soffre dello stesso problema, soprattutto in Svizzera e Francia, dove erano completamente assenti le indicazioni sulla direzione e i percorsi alternativi al traffico. Il risultato è quello di dover camminare molto spesso su strade nazionali, come la N-634 o 632, che partono da San Sebastian e arrivano in Galizia. Per questa ragione ho deciso di risparmiarmi il supplizio e il pericolo di attraversare due grandi nodi urbani quali Bilbao in Euskal Herria e Gijon nelle Asturie. A fine tappa vengo recuperato da formica, con un risparmio totale sugli 840 km previsti di appena 60 km. Non me ne voglia l’Altissimo e spero neanche l’Ufficio del Pellegrino di Santiago che ormai comincia a sembrarmi quei professori universitari che molti hanno conosciuto, esseri mitologici e intransigenti, pronti al minimo errore a bocciare. La mia tappa finisce come detto a Gernika – Lumo e riparte da Castro Urdiales in Cantabria.
L’uscita dal Paese Basco rileva ancora la sua faccia antica, quando il metallo e l’industria pesante facevano da padroni in questa regione. Lo stabilimento della Petro Nord con le sue torri infuocate sono l’apoteosi di un paesaggio deturpato e inquietante. Dopo pochi km Castro Urdiales, con il suo castello e l’immensa chiesa a dominare porto e mare, mi si presenta ancora bellissima. Passeggiando a fine tappa tra le sue vie, scopro però che le cooperative dei pescatori, dove compravo piatti di pesce appena pescato a pochi euro, sono stati sostituiti da un ristorante abbastanza costoso e molto turistico. Menù in inglese, prezzi alti per la zona. La pensione “in stile Simenon”, in cui per venti euro si poteva dormire ed essere svegliati dalle barche dei pesatori di rientro all’alba, chiusa definitivamente. La strada che lascia la città si inerpica immediatamente. Affronto subito due salite molto ripide, in un paesaggio abbastanza lunare. La Cantabria mi avvisa subito, salite lunghe e faticose pendenze sempre sopra all’otto per cento, discese velocissime e immediate risalite. Non c’è pianura da queste parti. Proseguo così sino a Laredo, che mi si presenta brutta e devastata come era nel mio ricordo. Spiaggia stile Miami, grattaceli, traffico, mercato, rumore, automobili. All’uscita della città scelgo probabilmente un percorso mai fatto perché tutto è davvero molto bello per non averne ricordo. La strada prosegue all’interno di fiordi luminosi, in cui il blu si alterna al verde delle colline e all’azzurro del cielo. Assomiglia molto alla Camargue ma con un’aria più tersa e brillante. Acqua da ogni parte, bassa marea, sole, caldo. Ovunque spazi per i camper e furgonete, come le chiamano qui.
Supero Argonas e Santona. E’ quasi l’una e la temperatura aumenta, le scarpe da Gravel cominciano a farmi male e all’improvviso, per me molto stranamente, ho voglia di coca cola. Sarà forse colpa dell’infinita strada che percorro per evitare di attraversare Santander, degli errori ai bivi, o di un principio di insolazione ma continuo a volerne bere una. Giuro, è dal 2001, dai mesi che portarono al G8 che non ne tocco una, insistendo negli anni con un boicottaggio personale ormai probabilmente dimenticato da quel che resta del movimento no global. Mi siedo in un bar, in una città di cui faccio in fretta a dimenticare nome e aspetto, all’arrivo di tappa mancano ancora 20 km per un totale di 110. Approfitto per farmi timbrare la credenziale e sì, come Nanni Moretti in Caro Diario, quando vede dopo tanti anni la tv e se ne innamora senza poterci fare niente, scopro che al caldo dopo 90 km con ghiaccio e limone, il maledetto simbolo numero uno dell’America Capitalista è buonissimo. Spinto dai suoi zuccheri e dalla caffeina riesco (un po trascinandomi e con sempre meno stile) ad arrivare a Santillana dove ci sarà ancora tempo per visitare la magnifica collegiata e divorare una meritata cioccolata artigianale alla ciliegia.
La mattina seguente, “pronti attenti via” e sbaglio subito strada. Come sempre me ne accorgo quando dopo 15 km di salita importante scopro a un bivio che il mio punto di partenza appena lasciato dista solo 7 km. Evidentemente non ho scelto la via più breve ma bene così. Ho deciso di non usare Maps e questo passo di montagna, che mi scalda subito le gambe, non sarà che il primo di tanti bivi in cui probabilmente sceglierò la direzione sbagliata. Appena riesco a prendere la strada costiera e l’Atlantico torna a darmi energia alla mia destra, arrivano i primi paesi cantabrici. Mentre nei Paesi Baschi le case sono spesso bianche, grandi ville decorate con legno dipinto di rosso o di verde, qui la pietra diventa gialla, i terrazzi sono di legno come i montanti delle finestre. Tutto è tenuto meno bene, con un’aria più contadina e autentica, nonostante anche qui la principale risorsa sia ormai il turismo.
Comillas ti rapisce subito con le sue spiagge di sabbia bianca, San Vincente della Barquera si imprime nella memoria per il ponte di accesso alla città da cui si può godere il panorama del Castillo e dei vicoli stretti sopra al porto. Immediatamente dopo aver superato la città, dopo l’ennesima salita, affronto infastidito una decina di chilometri di nulla che terminano a Unquera, un’orribile area commerciale che segna la fine della Cantabria. Si entra nelle Asturie e uno dei simboli più affascinanti di questa regione spunta immediatamente a lato della carrettera a picco sul mare: sono i Picos de Europa, enorme catena montuosa, imponente, brulla e verde, che fa pensare alla Scozia o all’Irlanda. Spagna verde appunto. Quando arrivo al campeggio di Llanes, formica si riposa a picco sul mare, così gli regaliamo una delle sue foto più belle. Anche dal paese, infatti, si continua a riconoscere la sua macchia celeste puffo in mezzo a tutti gli altri camper. La marea sta salendo ma ci concediamo un bagno e un giro nel pueblo. Nei bar, anche se è lunedì, si beve e si mangiano i pintxos, che ormai si chiamano tapas. Una delle più gettonate è il chorizo cotto nella sidra che ordiniamo anche noi. Le gambe fanno malissimo e dopo tre tappe i km percorsi sono circa 300, i metri di dislivello 3200. San Giacomo
è ancora lontano.
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Fabio Lugarini
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