Fonte: https://economiacircolare.com/200-miliardi-anno-bonifica-pfas-europa/
Fino a 200 miliardi di euro ogni anno per rimuovere meno del 2% dei PFAS che continuano a essere emessi nell’Unione europea. La stima arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Science: Processes & Impacts e mostra quanto sia difficile ripulire l’ambiente dagli “inquinanti eterni” una volta che hanno lasciato fabbriche, prodotti e discariche. Il soprannome, a quanto pare, aveva già letto il preventivo.
I ricercatori stimano che uno dei programmi di bonifica più estesi oggi immaginabili riuscirebbe a intercettare tra 3 e 50 tonnellate di PFAS e loro precursori l’anno. Una quantità minuscola rispetto alle emissioni europee attuali, che continuano ad aggiungersi alla contaminazione accumulata nei decenni. Spendere cifre da bilancio nazionale consentirebbe dunque di rallentare appena il flusso, mentre il serbatoio continua a riempirsi.
Quanto costa inseguire gli inquinanti eterni
Il gruppo guidato da Alison Ling, docente di Ingegneria civile e ambientale alla University of St. Thomas, ha costruito due scenari usando dati pubblici sui siti contaminati, costi reali delle bonifiche e una valutazione delle tecnologie già applicabili su larga scala. Si tratta quindi di modelli previsionali, non di un conto già presentato alla Commissione europea. Servono a misurare l’ordine di grandezza del problema.
Il primo scenario, definito legacy, riguarda soprattutto i PFAS a catena lunga emessi in passato, come PFOA e PFOS, ormai sottoposti a forti restrizioni. Comprende alcuni siti particolarmente contaminati e il trattamento dell’acqua potabile. La stima centrale arriva a circa 37 miliardi di euro distribuiti su vent’anni, pari a 1,8 miliardi l’anno.
Il secondo scenario, chiamato emerging, comprende anche i PFAS più recenti, a catena corta e ultracorta, molto mobili e difficili da intercettare. Coinvolge 1.636 siti europei con contaminazioni elevate, gli scarichi dei grandi depuratori, le principali reti di acqua potabile, i fanghi utilizzati in agricoltura e il percolato raccolto nelle discariche. Il costo stimato oscilla tra 52 e 200 miliardi di euro ogni anno.
Le tecnologie cambiano insieme alle molecole. Per diversi PFAS a catena lunga si possono usare filtri a carbone attivo granulare. Le sostanze più piccole e mobili richiedono trattamenti come l’osmosi inversa, capace di separarle dall’acqua con consumi energetici e costi molto più alti. A quel punto il contaminante è stato concentrato in un altro materiale, che deve essere gestito e distrutto. Sparire, con i PFAS, resta una prestazione fuori catalogo.
Cosa significa davvero quel 2%
La percentuale indicata dallo studio confronta la quantità che le bonifiche modellate potrebbero intercettare ogni anno con le emissioni europee stimate nello stesso periodo. Non significa che un impianto di trattamento rimuova soltanto il 2% dei PFAS presenti nell’acqua che riceve. Significa che, anche trattando numerosi punti critici, la massa complessiva recuperata rimarrebbe molto inferiore a quella immessa continuamente nell’ambiente.
La stima, inoltre, non comprende una pulizia completa del continente. Restano fuori gran parte delle acque superficiali, le falde non usate per l’approvvigionamento potabile, i terreni colpiti da contaminazione diffusa, gli edifici, i sedimenti di fiumi e mari e diversi siti di smaltimento privi di sistemi per raccogliere il percolato. I 200 miliardi rappresentano quindi il costo massimo di uno scenario già molto ambizioso e ancora parziale.
L’Agenzia europea dell’ambiente avverte da tempo che la bonifica dei siti contaminati da PFAS è costosa, tecnicamente complessa e talvolta impossibile. Queste sostanze possono scendere attraverso il terreno, raggiungere le falde, spostarsi con l’acqua e tornare nella catena alimentare attraverso coltivazioni e animali. Suolo e falde diventano così depositi e, contemporaneamente, nuove fonti di contaminazione.
Tra gli esempi europei indicati dall’Agenzia compare anche il Veneto, dove le emissioni di un sito industriale hanno contaminato terreno, acque superficiali e sotterranee, raggiungendo l’acqua potabile. È la misura concreta di una frase altrimenti comoda da lasciare nei rapporti: intervenire sugli hotspot resta indispensabile per ridurre l’esposizione delle comunità coinvolte.
Le bonifiche mirate, dunque, servono. Proteggono gli acquedotti, riducono il contatto con acqua e alimenti contaminati e limitano i rischi nelle zone più colpite. Lo studio ridimensiona l’idea che possano compensare da sole una produzione e un uso ancora molto estesi.
Fermare le emissioni prima di pagare il conto
Secondo gli autori, una strategia fondata soprattutto sulla pulizia a valle avrebbe costi enormi e risultati marginali. Le risorse dovrebbero raggiungere anche la prevenzione: sostituzione degli usi evitabili, sviluppo di alternative più sicure, riprogettazione dei prodotti e controllo delle emissioni industriali.
La stessa Agenzia europea dell’ambiente ricorda che i PFAS vengono utilizzati in tessuti, imballaggi, edilizia, medicinali, pesticidi, veicoli e numerosi processi produttivi grazie alla loro resistenza ad acqua, grassi e calore. Le emissioni possono avvenire durante la produzione, l’utilizzo e lo smaltimento. Ogni passaggio lascia una porta socchiusa. Migliaia di sostanze, migliaia di porte.
Per i PFAS già dispersi serviranno decenni di controlli, filtri e interventi locali. Quelli ancora dentro un processo industriale o un prodotto possono invece essere fermati prima che raggiungano acqua, suolo e sangue. Costa comunque. Soltanto, costa parecchio meno che inseguirli per sempre.
In Belgio i PFAS arrivano davanti al Comitato europeo dei diritti sociali
Il conto ambientale sta diventando anche una questione giuridica. L’8 luglio 2026 l’organizzazione ClientEarth ha presentato un reclamo contro il Belgio al Comitato europeo dei diritti sociali, sostenendo che le autorità non abbiano protetto adeguatamente la salute pubblica dalla contaminazione da PFAS. Il ricorso richiama l’articolo 11 della Carta sociale europea, dedicato al diritto alla tutela della salute.
L’organizzazione cita contaminazioni nei pressi dello stabilimento 3M di Zwijndrecht, vicino ad Anversa, attorno alla base militare di Chièvres e nelle fonti che riforniscono Bruxelles. Il Comitato dovrebbe esprimersi sull’ammissibilità nel 2027; una decisione nel merito è attesa nei due o tre anni successivi. Non può infliggere direttamente multe, ma le sue conclusioni possono aumentare la pressione sugli Stati e spingerli a modificare norme e politiche.
Lo studio sulle bonifiche consegna ai governi un numero difficile da aggirare: 200 miliardi l’anno per intercettare meno del 2% delle emissioni. I PFAS già dispersi vanno cercati dove fanno più danni. Quelli che devono ancora uscire dal rubinetto industriale possono essere fermati prima. È il solo tratto della bonifica che, per ora, resta economicamente praticabile: evitare di doverla fare.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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