Duecentosessantadue. È il numero di data center attivi o in fase di progettazione in Italia secondo i dati più recenti. Sono le strutture che ospitano computer molto potenti, server e sistemi di archiviazione nei quali conservare, elaborare e fare viaggiare i dati digitali che usiamo ogni giorno per siti web, app, streaming, servizi online, Intelligenza Artificiale… Oggi sono 262 ed un anno fa erano 146. Non è una crescita, è un’esplosione: quasi il raddoppio in dodici mesi, in un Paese dove costruire un capannone industriale richiede in media diciotto mesi solo per le autorizzazioni.

I data center non sono un capriccio tecnologico: sono le infrastrutture che rendono possibile tutto quello che oggi chiamiamo intelligenza artificiale, cloud, streaming, banca online. Ma la domanda che pochi si stanno ponendo, mentre il settore corre, è la più semplice: ne servono davvero così tanti? E soprattutto dove?

Il conto energetico che nessuno vuole guardare

Foto: ThG /Pixabay

Partiamo dai numeri, perché in questa storia sono loro a raccontare più di ogni dichiarazione istituzionale. Nel 2024 i data center italiani hanno consumato 5,8 TWh di energia elettrica, circa il 2% dei consumi nazionali. Numero già considerevole, se paragonato a un’intera categoria industriale. Ma è la proiezione a colpire: secondo gli scenari dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, entro il 2035 il consumo potrebbe salire fino a 24,5-42 TWh, tra il 7 e il 12% del fabbisogno elettrico nazionale. Tradotto: in dieci anni, un settore che oggi pesa quanto una città di medie dimensioni potrebbe arrivare a consumare quanto un’intera regione. (Leggi qui: Google consuma come la Grecia. Seeweb no: il modello che l’AI dovrebbe copiare).

Sul fronte degli investimenti, il trend è lo stesso: 7,1 miliardi di euro tra il 2023 e il 2025, con una proiezione di 25 miliardi per il prossimo triennio. Una cifra comunque inferiore alle attese iniziali: nel 2023 si prevedevano 10,5 miliardi già raggiunti in questo periodo.

Perché è inferiore? A causa di operatori internazionali che hanno sottovalutato i tempi della burocrazia italiana. Ed è proprio per correggere questo disallineamento tra ambizioni e realtà che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha varato una “Strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali esteri in data center“, con l’obiettivo dichiarato di trasformare il Paese in un “Hub del Mediterraneo”.

Velocizzare non è governare

Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy (Foto: Alessandro Amoruso © Imagoeconomica)

Qui arriva il primo nodo. La strategia del Mimit propone un’Autorizzazione Unica nazionale per accorciare l’iter. Oggi è compreso tra i 18 mesi ed i 3 anni: è proprio questa lentezza a frenare gli investimenti.

Sulla carta, il documento indica anche quattro benefici territoriali attesi:

  • riqualificazione di aree industriali dismesse,
  • risorse economiche per i Comuni coinvolti,
  • recupero del calore di scarto per il teleriscaldamento,
  • nuovi posti di lavoro.

Sono, in teoria, le stesse promesse che ogni grande insediamento industriale porta con sé da decenni. Il problema è che restano, appunto, linee guida. Non vincoli di legge. E in assenza di una normativa nazionale che le renda obbligatorie, quei benefici si materializzano solo se il territorio, l’investitore e la politica locale trovano — per caso o per merito — un allineamento di interessi.

Il laboratorio lombardo: chi vince e chi respira

Il caso più istruttivo, per capire cosa succede quando manca una cornice vincolante, arriva dalla Lombardia: oltre 110 data center già attivi, un’altra trentina in arrivo, la regione italiana che da sola concentra la maggior parte degli investimenti del settore. Stanno soprattutto tra Milano, Bergamo e, più di recente, la provincia di Pavia.

La Lombardia è stata anche la prima Regione a promulgare (lo scorso maggio) una legge che introduce disincentivi fino al 200% per chi costruisce su terreni verdi anziché su aree industriali dismesse. Sembra una misura di buon senso. Ma Renato Bertoglio di Legambiente Pavia la liquida così: «Abbiamo chiesto di governare il processo, di porre vincoli, invece hanno messo disincentivi che il più delle volte non hanno un effetto reale, perché costa meno pagare il sovrapprezzo piuttosto che bonificare un’ex area industriale». Tradotto in soldi: se penalizzare chi costruisce sul verde costa meno che bonificare un capannone dismesso, la scelta economicamente più razionale resta costruire sul verde.

Pago, coostruisco sul verde, mi conviene

(Foto © DepositPhotos.com)

Ed è esattamente quello che sta accadendo nel pavese. A Magenta è stata riqualificata la vecchia area industriale della Novaceta: il caso virtuoso, quello che la strategia ministeriale userebbe come esempio. A Certosa di Pavia, invece, si costruisce su 60mila metri quadri di terreno agricolo. Mentre a Lacchiarella è previsto un campus da cinque data center su oltre 200mila metri quadri, a Vellezzo Bellini 110mila, a Bornasco 165mila. Numeri che, sommati, restituiscono l’immagine di un territorio che si sta letteralmente ricoprendo di server, spesso a ridosso delle abitazioni.

«Non si è considerato che, negli ultimi anni, i paesi si sono espansi in contiguità alle aree dismesse», denuncia Sergio Manera, fisico e membro del Comitato di tutela del territorio Certosino. Nella legge lombarda non esiste alcun limite di vicinanza alle abitazioni: un’assenza che, secondo Manera, deprime anche il valore degli immobili circostanti, riducendo di riflesso gli stessi oneri di urbanizzazione che dovrebbero rappresentare il ritorno economico per i Comuni.

Chi incassa e chi no

E qui la vicenda si fa ancora più interessante, perché smonta un altro luogo comune: quello per cui, in fondo, “qualcosa arriva sempre” ai territori che ospitano queste infrastrutture. Chiara Brocchetta, vicepresidente del Comitato Certosino, fa i conti: «Certosa ha guadagnato tre milioni dagli oneri dovuti alla costruzione, ma il vicino comune di Borgarello ne ha presi molti di più attraverso progetti europei».

Borgarello, il Comune confinante con Certosa, quello che si troverà a fianco del data center senza però ospitarlo, lo racconta con ancora più chiarezza la sindaca Alberta Samuele: «L’effetto inquinante sarà prevalentemente nel nostro comune, che non godrà di alcun beneficio economico da questa struttura».

Negli ultimi anni Borgarello ha vinto bandi da sei milioni di euro per ambulatorio, scuola, depavimentazione: «Ci può essere crescita economica anche senza snaturare il territorio», chiosa la sindaca. Una frase che, detta da chi amministra un Comune confinante con un cantiere da 60mila metri quadri, pesa più di qualsiasi analisi ministeriale sui benefici attesi.

Frosinone, l’altra faccia della medaglia

Ed è qui che il caso Ciociaria entra in scena, offrendo un contrappunto quasi didascalico rispetto al modello lombardo. Mentre nel pavese si discute di terreni agricoli sacrificati per costruire nuovi impianti da zero, a Frosinone Seeweb ha scelto una strada diversa per rispondere alla stessa domanda di mercato: quella crescita della domanda cloud che, secondo Eurostat, nel 2025 ha portato il 75,6% delle imprese italiane a utilizzare servizi cloud a pagamento, contro una media europea del 52,7%. La scelta di Seeweb? Non un nuovo cantiere ma il potenziamento dell’infrastruttura esistente.

Gli interventi, conclusi di recente, raccontano una crescita “verticale” più che “orizzontale”: un terzo gruppo elettrogeno per la rete elettrica ausiliaria, due nuovi gruppi di continuità (Ups) da 400 kW ciascuno per sostenere i carichi energetici crescenti, una nuova isola di colocation con 16 rack da 42 unità alimentati su doppia linea elettrica indipendente.

Il gruppo di raffreddamento Seeweb

Sul fronte del raffreddamento — uno dei nodi ambientali più delicati del settore, insieme al consumo idrico — Seeweb ha sostituito i vecchi gruppi frigo con chiller di nuova generazione, a più basso Global Warming Potential e raddoppiato le Unità di Trattamento Aria.

«Ogni innovazione digitale si basa su un’infrastruttura fisica affidabile e resiliente», spiega Roberto Nardone, direttore Infrastrutture e Data Center dell’azienda. «Con questo intervento abbiamo rafforzato il data center di Frosinone per accompagnare la crescita della domanda di servizi digitali, mantenendo al centro affidabilità, continuità operativa ed efficienza energetica».

La domanda che rimane sul tavolo

Messi uno accanto all’altro, i due scenari, quello lombardo e quello frusinate, pongono una domanda che la strategia nazionale sui data center, per come è scritta oggi, non affronta con la necessaria chiarezza. E cioè: quanta di questa corsa a 262 impianti è davvero necessaria, e quanta invece potrebbe essere assorbita potenziando siti già esistenti, con impianti elettrici e di raffreddamento aggiornati, senza consumare nuovo suolo né generare nuovi conflitti locali?

Non è una domanda ideologica, è una domanda di pianificazione industriale, la stessa che dovrebbe guidare qualunque settore chiamato a crescere di questa velocità. Finché resterà senza risposta vincolante, finché cioè riqualificare un’area dismessa costerà più che pagare una penale per costruire su un campo agricolo, l’Italia continuerà ad avere due strade parallele per lo stesso identico obiettivo: da una parte i territori che si spellano per fare posto ai server, dall’altra le infrastrutture che, come dimostra Frosinone, possono semplicemente respirare più a fondo.


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