L’acqua scende dal tetto e finisce in un serbatoio. In altri villaggi sale dal sottosuolo con una pompa alimentata dal sole. Altrove resta nascosta nella sabbia, trattenuta da piccole dighe costruite nei letti dei fiumi stagionali. Nell’Africa australe la siccità si affronta anche così: con soluzioni molto concrete, spesso poco spettacolari, e proprio per questo preziose.
Le racconta una revisione pubblicata su PLOS Climate, che ha analizzato 141 studi sull’adattamento alla siccità nei 16 Paesi della Southern African Development Community, la SADC. Gli articoli esaminati coprono il periodo tra gennaio 2020 e giugno 2025 e si concentrano soprattutto su Sudafrica, Tanzania e Zimbabwe, con una presenza minore del Malawi. È una precisazione che conta: la revisione mappa ciò che la ricerca ha studiato e pubblicato, non tutto quello che sta accadendo sul territorio.
Il quadro che ne esce è molto meno eroico di certa retorica sull’innovazione climatica e molto più utile. Ci sono cisterne, pompe, campi coltivati in modo diverso, animali spostati, semi conservati meglio, comunità che si organizzano per decidere chi usa l’acqua e quando. Meno da brochure, più da vita quotidiana che deve arrivare viva alla stagione successiva.
Dove l’acqua si raccoglie, si pompa e si conserva sotto la sabbia
Tra le strategie più presenti negli studi ci sono la raccolta dell’acqua piovana e il suo stoccaggio. In alcune case l’acqua viene intercettata sul tetto, convogliata attraverso semplici canalizzazioni e accumulata in serbatoi o contenitori. Quando la pioggia si fa rara, anche una riserva piccola cambia parecchio la giornata.
La revisione segnala poi i pozzi alimentati da energia solare tra gli interventi infrastrutturali più interessanti. Invece di dipendere da combustibili o da una rete elettrica incerta, una pompa fotovoltaica permette di portare in superficie l’acqua sotterranea sfruttando una risorsa che da quelle parti, purtroppo o per fortuna, non manca quasi mai.
Ci sono anche le sand dams, le dighe di sabbia. Si costruiscono lungo corsi d’acqua stagionali e trattengono sabbia e acqua dietro una barriera. L’acqua resta immagazzinata negli spazi tra i granelli e può essere recuperata nei mesi secchi. Negli studi raccolti dalla revisione, queste opere sono associate a un aumento dei mesi durante i quali una comunità riesce ancora a raccogliere acqua dopo la loro costruzione.
Accanto alle strutture più visibili compaiono misure meno appariscenti: riparare perdite, installare contatori, mettere serbatoi vicino alle case, riutilizzare le acque grigie, ridurre la pressione nei rubinetti, introdurre piccoli sistemi di irrigazione a goccia o a secchio. Nessuna meraviglia da fiera tecnologica. Solo infrastrutture che, quando funzionano, fanno una cosa molto seria: allungano il tempo prima del prossimo vuoto.
Nei campi cambiano i semi, i tempi e perfino le mandrie
La siccità passa anche dai campi, e lì le risposte sono tante. Gli studi analizzati citano spesso varietà resistenti alla siccità o alle malattie, colture che maturano più in fretta, rotazioni, consociazioni, diversificazione dei raccolti e cambiamenti nelle date di semina.
Nei periodi più secchi, le varietà resistenti risultano spesso associate a rese migliori rispetto a quelle tradizionali. Coltivare cereali diversi dal mais permette inoltre di non perdere tutto quando la coltura principale fallisce. Si interviene anche sul suolo, con pacciamatura, minima lavorazione, fosse di piantagione, fertilizzanti organici e pratiche di conservazione dell’umidità.
Quando in gioco c’è il bestiame, entrano in scena altre strategie: conservazione del foraggio, razze più adattabili, accesso migliore all’acqua, divisione delle mandrie, spostamento verso altre aree di pascolo, terreni riservati al pascolo nei periodi peggiori. Alcuni studi riportano effetti positivi, come riduzione della mortalità degli animali o meno malattie durante i periodi di stress idrico.
La revisione segnala però anche un limite molto concreto: recuperare richiede tempo. Dopo una siccità severa, una famiglia può aver salvato parte del raccolto o della mandria e ritrovarsi comunque più fragile di prima. Se il colpo successivo arriva troppo presto, anche la strategia migliore comincia a sgonfiarsi.
La parte più importante si vede poco: chi decide come usare l’acqua
Nei lavori considerati più “trasformativi” dagli autori della revisione torna spesso la stessa idea: un impianto, da solo, non basta. Serve anche chi lo gestisce, con quali regole e per conto di chi.
Per questo tra i casi più interessanti compaiono forme di gestione comunitaria dell’acqua, coordinamento tra attori diversi e modelli decisionali più decentrati. Uno degli studi citati nella revisione, pubblicato nel 2024 su Current Research in Environmental Sustainability, mostra come la gestione comunitaria dei diritti d’uso dell’acqua possa rafforzare resilienza ed equità, soprattutto quando si accompagna a infrastrutture come i pozzi solari.
Il senso è semplice: un pozzo può esserci, ma senza manutenzione, regole condivise e possibilità reale di partecipare alle decisioni, dura poco o finisce per aiutare alcuni più di altri. La revisione insiste molto su questo aspetto. Governance e capitale sociale, scrivono gli autori, plasmano costantemente i risultati dell’adattamento.
È anche uno dei pochi punti in cui l’articolo scientifico si allontana dall’idea un po’ comoda che basti distribuire una tecnologia per risolvere un problema. Il sole fa girare la pompa. Qualcuno, però, deve ancora decidere chi apre il rubinetto, chi paga la riparazione e chi resta fuori dal giro.
Le soluzioni aiutano, certe volte presentano il conto dopo
La revisione dedica molto spazio anche ai rischi di maladaptation, cioè di un adattamento che funziona subito e lascia problemi più avanti. È la parte meno fotogenica, ma anche quella che salva dall’entusiasmo automatico. Pompare più acqua sotterranea, per esempio, può diventare un rischio per gli acquiferi se mancano monitoraggio e misure di ricarica. Gli autori citano diversi studi che invitano a controllare i livelli delle falde e la sostenibilità dei prelievi.
L’irrigazione efficiente ha un altro paradosso: se l’acqua risparmiata viene usata per espandere le superfici coltivate, i prelievi totali possono crescere invece di scendere. Alcuni semi resistenti alla siccità vanno acquistati a ogni stagione, con costi più alti per gli agricoltori. Le varietà a maturazione precoce possono aiutare negli anni difficili e produrre meno quando l’annata è buona.
Ci sono poi le strategie che somigliano più a una ritirata ordinata che a un adattamento di lungo periodo: vendere animali, usare i risparmi, indebitarsi, ridurre i pasti, cercare lavoro altrove. Servono, a volte eccome. Ripetute abbastanza volte, però, consumano le risorse che dovrebbero aiutare a resistere alla siccità successiva.
Perfino le campagne per risparmiare acqua rischiano di avere il fiato corto. Durante la siccità del 2015-2017 a Windhoek, in Namibia, la campagna #DontWashMeNAM invitava a non lavare le auto e, secondo uno studio pubblicato su Frontiers in Climate, contribuì a ridurre l’acqua usata negli autolavaggi tra il 15% e il 40% durante l’iniziativa. Gli autori segnalarono anche tempi lunghi per vedere i risultati e un impatto complessivo più basso del previsto. Anche la buona volontà, da sola, ha i suoi limiti.
La misura del successo sta nel tempo che resta prima della prossima siccità
Nel testo della revisione ricorre spesso una variabile molto concreta: il tempo di recupero tra uno shock e l’altro. Se famiglie e comunità riescono a ricostruire raccolti, risparmi, animali e accesso all’acqua prima del prossimo periodo secco, l’adattamento regge. Se la siccità torna troppo presto, il margine si restringe fino quasi a sparire.
Gli autori invitano anche alla cautela nel leggere i risultati. Molti studi inclusi descrivevano in modo incompleto campioni e metodi, alcuni si basavano su periodi di richiamo molto lunghi, altri non avevano gruppi di confronto. Inoltre la revisione considera soltanto letteratura scientifica peer reviewed in inglese. Quello che racconta è quindi parziale per definizione, anche se molto utile per capire dove si stia accumulando più evidenza.
Resta un’immagine piuttosto chiara. Nell’Africa australe l’adattamento alla siccità non passa soltanto da grandi piani e promesse generiche. Passa da una cisterna collegata a una grondaia, da una pompa solare che tira fuori acqua dal terreno, da una diga di sabbia costruita dove il fiume corre solo per una parte dell’anno, da semi diversi messi nello stesso campo e da persone costrette a mettersi d’accordo su una risorsa che si assottiglia.
Sono soluzioni piccole, medie, qualche volta fragili. Intanto tengono aperta una possibilità molto concreta: arrivare con un po’ più di acqua, un po’ più di raccolto e un po’ meno debiti alla stagione secca che viene dopo. Non è poco.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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