In breve: quando i farmaci diventano “troppi”, segnali da non ignorare
Non esiste un numero magico uguale per tutti, ma studi e linee guida considerano comunemente politerapia l’assunzione di almeno cinque farmaci diversi ogni giorno. In molti Paesi, e anche in Italia, una quota significativa di persone sopra i 65 anni rientra in questa condizione, soprattutto chi ha più malattie croniche.
Sintomi e situazioni che devono accendere una spia
Alcuni segnali possono suggerire che la terapia stia diventando eccessivamente complessa o poco adatta alla situazione attuale:
- Capogiri, instabilità o cadute improvvise, soprattutto dopo l’introduzione o l’aumento di un farmaco.
- Confusione, rallentamento, perdita di memoria peggiorati nel tempo, senza altre cause evidenti.
- Sonnolenza marcata durante il giorno o, al contrario, insonnia persistente legata a sedativi o stimolanti.
- Nausea, stipsi, diarrea, dolori addominali che compaiono dopo variazioni di terapia.
- Pressione troppo bassa, con sensazione di testa vuota al passaggio seduto-in piedi.
- Difficoltà a seguire le indicazioni: orari complicati, molti dosaggi diversi, confusione tra le scatole.
- Percepire di prendere un medicinale “da anni” senza sapere più bene perché.
In presenza di questi elementi, non è indicato sospendere da soli i farmaci, ma è utile parlarne presto con il medico per valutare un percorso di revisione terapeutica strutturata.
Perché la politerapia è rischiosa, soprattutto negli anziani
Ogni farmaco ha una relazione rischio-beneficio: può fare molto bene in una certa condizione, ma può anche comportare effetti collaterali. Quando i medicinali aumentano, aumentano anche:
- le interazioni tra farmaci (un medicinale può modificare l’effetto di un altro);
- la probabilità di effetti indesiderati;
- il rischio di errori nella gestione quotidiana.
Negli anziani questi aspetti pesano di più, perché l’organismo cambia con l’età:
Studi clinici mostrano che una politerapia intensa è associata a aumento di ricoveri, deterioramento funzionale, comparsa di fragilità, cadute e mortalità. Per questo negli ultimi anni la deprescrizione è stata riconosciuta come intervento di cura vero e proprio, non come semplice “taglio di farmaci”.
Che cos’è la deprescrizione e come avviene davvero
La deprescrizione (deprescribing) è un processo strutturato, graduale e personalizzato in cui i medici (di base e specialisti), spesso insieme al farmacista e al team infermieristico, valutano:
- quali farmaci sono ancora davvero necessari;
- quali mostrano un rapporto rischio/beneficio sfavorevole;
- quali potrebbero essere ridotti, sostituiti o sospesi in sicurezza.
Non è quindi un’azione “una tantum”, ma un percorso. In genere comprende alcune fasi chiave.
1. Raccolta completa di tutte le terapie
Il primo passo è un inventario accurato di tutto ciò che viene assunto:
Spesso il paziente anziano non riferisce ciò che considera “non importante” (gli integratori, ad esempio), ma questi prodotti possono avere interazioni rilevanti.
2. Valutare obiettivi di cura ed aspettativa di vita
La deprescrizione ha senso solo se allineata agli obiettivi della persona. Per esempio:
- un soggetto molto anziano, fragile, con aspettativa di vita limitata, può non trarre vantaggio da farmaci preventivi che agiscono solo sul lungo periodo;
- al contrario, un anziano attivo, autonomo, con buona aspettativa di vita, potrebbe avere ancora un buon beneficio dai trattamenti di prevenzione cardiovascolare, ma magari non da farmaci duplicati o ridondanti.
Entrano in gioco stato funzionale, priorità personali, qualità di vita desiderata. Questo richiede conversazioni aperte tra paziente, familiari e curanti.
3. Identificare i farmaci candidati a sospensione o riduzione
Tra i medicinali valutati, spesso risultano più critici:
- farmaci con rischio elevato di cadute o confusione (alcuni sedativi, ipnotici, antipsicotici, benzodiazepine);
- doppioni terapeutici (due medicinali della stessa classe senza chiara necessità);
- terapie iniziate per un problema acuto, mai più rivalutate;
- farmaci preventivi con beneficio minimo nel singolo caso, a fronte di effetti collaterali importanti.
La scelta non è mai standardizzata: strumenti e linee guida aiutano, ma la decisione è sempre individuale.
4. Piano di riduzione graduale e monitoraggio
Molti farmaci non possono essere interrotti bruscamente. È necessario:
- definire una riduzione progressiva (per esempio scalare la dose ogni una-due settimane);
- programmare controlli clinici e, se necessario, esami di laboratorio;
- istruire paziente e familiari sui segnali da riferire subito (ricomparsa di sintomi, malessere, insonnia, agitazione…).
Le evidenze disponibili indicano che, quando condotta in modo strutturato, la deprescrizione può:
- ridurre il numero complessivo di farmaci;
- diminuire gli eventi avversi;
- migliorare la qualità di vita, senza peggiorare gli esiti clinici principali.
Tuttavia, la maggior parte degli studi ha un follow-up di circa 12 mesi, quindi il monitoraggio nel tempo resta fondamentale.
Come prepararsi (da paziente o familiare) a un percorso di deprescrizione
La buona notizia è che chi assume molti farmaci può giocare un ruolo attivo nel migliorare la propria terapia, purché lo faccia sempre con il supporto del medico.
Strumenti pratici per fare il punto sui medicinali
Alcune azioni concrete possono facilitare la revisione terapeutica:
- Portare in visita tutte le confezioni di farmaci, inclusi integratori e prodotti comprati in autonomia.
- Preparare un elenco aggiornato con nome commerciale, principio attivo, dosaggio, orari e motivo (se conosciuto).
- Segnare eventuali disturbi sospetti iniziati dopo l’introduzione di un nuovo farmaco (con date approssimative).
- Indicare quali farmaci risultano più difficili da gestire (per orari, effetti, complessità).
Queste informazioni aiutano il medico a individuare dove intervenire con maggior beneficio.
Domande utili da fare al medico
Un dialogo chiaro può cambiare radicalmente il modo di vivere la terapia. Alcune domande possibili:
- “Questo farmaco mi serve ancora oggi?”
- “Esiste una dose più bassa che potrebbe funzionare ugualmente?”
- “Ci sono medicinali che posso prendere solo quando necessario, anziché tutti i giorni?”
- “Quali sono i segnali di allarme che devo monitorare se riduciamo o sospendiamo un farmaco?”
- “C’è qualche terapia che, alla mia età e con le mie condizioni, potrebbe non portare più vantaggi reali?”
Queste domande non mettono in discussione l’abilità del medico, ma mostrano volontà di partecipare alle decisioni sulla propria salute.
Stile di vita e prevenzione: un “alleato” della deprescrizione
Ridurre i farmaci non significa abbandonare le cure, ma spesso implica rafforzare altri pilastri di salute:
- Alimentazione equilibrata, adattata a eventuali patologie (diabete, insufficienza renale, ipertensione).
- Attività fisica regolare, calibrata sulle proprie capacità (passeggiate, ginnastica dolce, esercizi di equilibrio per prevenire le cadute).
- Sonno di qualità, con attenzione a routine e igiene del sonno, per ridurre la dipendenza da ipnotici.
- Stimolazione mentale e sociale, che contribuisce a mantenere le funzioni cognitive e l’umore, riducendo il ricorso a sedativi o ansiolitici.
- Controllo periodico delle malattie croniche, per aggiustare le terapie in base all’andamento reale e non per “automatismi”.
Quando questi aspetti vengono curati, a volte è possibile ridurre dosaggi o semplificare schemi terapeutici senza perdere in efficacia complessiva.
In sintesi, la deprescrizione è una pratica moderna e basata su evidenze che mira a restituire alla terapia farmacologica il suo ruolo originario: aiutare a vivere meglio, non complicare la quotidianità. Non è mai un “fai da te”, ma un percorso condiviso, che parte da una domanda semplice e potente: “Tutti questi farmaci sono ancora davvero necessari per la mia salute di oggi?”.
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Team MyPersonalTrainer
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