I miei stupidi intenti o della fuga dall’oblio


Recensione. Dopo il successo de La ferocia, adattamento teatrale dell’omonimo romanzo di Nicola Lagioia che ha vinto ben quattro Premi Ubu nel 2024, la compagnia VicoQuartoMazzini torna a calcare le scene con I miei stupidi intenti, dal racconto di Bernardo Zannoni. E lo fa egregiamente.

ph. Masiar Pasquali

Lo spettatore si trova immerso all’interno di una macchina teatrale perfettamente funzionante e ben oliata nei suoi meccanismi. Anche a chi è digiuno del romanzo la vicenda risulta chiara e comprensibile, nonostante l’intersecazione di vari piani temporali di narrazione potrebbe generare, almeno all’inizio, uno spaesamento. Infatti, il flashback prende vita e occupa in compresenza lo spazio destinato al tempo presente, generando fantasmi che si artigliano ai corpi dei protagonisti con il peso del passato.  

La narrazione ripercorre le vicende di una faina, Archy, che rimasta zoppa in seguito al tentativo di rubare delle uova da un nido, viene venduta dalla madre a una volpe in cambio di una gallina e mezza. La volpe Solomon, padrone burbero e avido, strozzino di professione, decide di prendere la faina sotto la sua ala e di insegnarle a leggere e scrivere, esattamente come aveva imparato lui tanti anni fa. Archy sembra così elevarsi da uno stato puramente animale per raggiungere una forma ibrida, spinto dalla conoscenza che sta accumulando grazie agli insegnamenti della volpe. Concetti complicati per gli stessi uomini, come l’esistenza del divino e dello scorrere del tempo, della morte e dunque della fine della vita, si abbattono su Archy come una scure sul collo di un condannato a morte. Con la morte improvvisa e sofferta della volpe, la faina si ritrova nuovamente senza casa, e viene accolta nel suo peregrinare senza sosta da un istrice. Ormai vecchia e stanca, la faina decide di insegnare all’istrice quanto sa, senza però metterlo a conoscenza di Dio e della morte, nel tentativo di preservare un’anima ancora “animale” e pura (o forse l’assenza di essa?) che era propria della faina stessa prima di approfondire la sua conoscenza.

ph. Masiar Pasquali

Qui gli animali sono umanizzati, “parlano, usano i piatti per il cibo, stoviglie, tavoli, letti, accendono fuochi” (come ci tiene a specificare Zannoni), ma il mondo in cui vivono resta crudo e spietato, ogni intento orientato alla dura lotta per la sopravvivenza. La differenza sostanziale di Archy dagli altri animali è la sua sofferta “umanità”, conquistata a suon di parole e lettere a partire da una tendenza che sembra già essersi manifestata in tenera età. I suoi studi finiscono per renderlo un’anomalia, un animale con un istinto da predatore che al tempo stesso si pone domande esistenziali, generando un conflitto tra i due aspetti del suo essere.

Sembrerebbe quasi assurdo parlare di “personalità” in riferimento a una faina, eppure così è: Archy parrebbe possedere un’anima, e con essa i tormenti che ne derivano e che hanno uno stampo decisamente umano. O forse, l’anima c’è sempre stata, ma la differenza per la faina è stato iniziare a percepirne il peso. È per questo che agendo come demiurgo della sua creazione, plasma a sua immagine e somiglianza l’allievo, novello dio con la sua prole innocente, come il maestro volpe aveva fatto anni prima con lui.

La differenza dell’approccio di Archy rispetto a quello avuto da Solomon è il desiderio di fare al suo adepto istrice il regalo della conoscenza, senza compromettere la sua natura animale. Quindi, gli insegna a leggere e scrivere, a comprendere le parole scritte, esattamente come fece la volpe tanti anni prima con lui, ma senza permettergli di avventurarsi nei concetti di tempo, vita, Dio, morte. Questo non impedisce all’operato di Archy di generare almeno una piccola rottura nell’animo dell’istrice, lasciando un’impronta di diversità che gli attira le ire della moglie dell’allievo.

ph. Masiar Pasquali

Infatti, l’istrice, messo ad un bivio, arriverà a scegliere l’amica faina rispetto alla famiglia, proponendo al maestro di scappare con lui. Ma la faina non lascia la tana, ormai pronta a incontrare la sua sorte, quella morte di cui tanto pacatamente aveva parlato Solomon e che, nel momento in cui era giunta a prenderlo, aveva scatenato un terrore tale da non poter essere placato nemmeno dal pensiero dell’esistenza di una divinità. Rimasto solo, Archy si chiede chi verrà a presentargli il conto finale: se il cane che aveva ingannato e spedito a cercare una madre perduta in un posto che non esiste, o Anya, la faina di cui si era innamorato e che le asperità della vita avevano portato lontano da sé insieme alla loro cucciola. Sarà proprio lei, “Nessuno”, come l’aveva chiamata il padre, a infliggergli il colpo finale, proprio nel momento in cui Archy finisce di scrivere le sue memorie, l’ultimo “stupido intento” della sua vita insulsa da animale.

È una scena molto pregnante quella finale, il ritmo della narrazione scandito dalla verbalizzazione della punteggiatura, nella costruzione solida di frasi che aleggiano a mezz’aria, eppure così solide e concrete da dare l’impressione di essere visibili, sfiorabili. Si suggella così nello scritto, nella parola salvifica, la vicenda di Archy la faina, quasi a suggerire che la scrittura in sé sia essenziale per garantirsi una sopravvivenza oltre la morte del corpo fisico.

Non è un concetto estraneo alla letteratura occidentale, quello di garantirsi una sorta di vana immortalità tramandando la propria memoria scritta ai posteri. Archy si dimostra in questo atto più umano di quanto desideri ammettere, portandoci a riflettere sulla nostra stessa natura animale.

ph. Masiar Pasquali

La scenografia, a cura di Daniele Spanò, resta statica per la maggior parte del tempo, atta a replicare l’interno di una tana sotterranea, con la sua palette cromatica terrosa e arida, le radici scoperte delle piante che crescono in superficie, i passaggi scavati sottoterra che permettono di accedere (o almeno, alludono all’accesso) ad altre zone del rifugio. A variare non è la scenografia in sé ma l’accezione che viene data allo spazio: prima dimora della faina da cucciolo, poi covo della volpe, e infine casa accogliente dell’istrice. Unico elemento semovibile che entra a far parte del quadro è un cartellone con sopra incise le lettere dell’alfabeto, che campeggia sul finale della messa in scena, il peso della conoscenza che esercita la sua pressione su coloro che stanno al di sotto.

Il tappeto sonoro che accompagna la messinscena è stridulo, dissonante. La musica originale di Demetrio Castellucci si sposa con le luci di Giulia Pastore in un connubio intenso, ritagliato come un vestito su misura per lo spettacolo e la tensione sottile che mira a costituire.

La recitazione degli attori (Michele Altamura, Leonardo Capuano, Giuseppe Cederna, Jonathan Lazzini, Gabriele Paolocà, Arianna Scommegna) è puntuale, precisa nelle movenze e nel modulare l’intensità dell’espressione nei momenti pregnanti e ricchi di pathos.

ph. Masiar Pasquali

Una messinscena più che funzionale, come già si diceva all’inizio, ma al tempo stesso più di questo: I miei stupidi intenti è uno spettacolo in grado di far emozionare, risvegliando quella natura animale sopita sotto strati di civilizzazione e buon senso, e di insinuare un senso di lotta disperata e inutile contro forze più grandi di noi. Che esista o meno un Dio che veglia (o ci ignora) dall’alto del suo trono celeste, la consapevolezza di un qualcosa di più grande che sfugge al controllo umano e alla nostra comprensione, seppur maggiore di quella animale, ci condanna a brancolare nel buio.

In fondo, non siamo così diversi da Archy che, affidando le sue memorie alla parola scritta, spera di sfuggire dalla morsa dell’oblio. Impugniamo la penna, dunque, e scriviamo la nostra storia. Fino all’ultimo respiro, o meglio, al punto finale.

Letizia Chiarlone

Visto a Genova, Teatro Nazionale

I MIEI STUPIDI INTENTI

Produzione                                                      
Teatro Nazionale di Genova, LAC Lugano Arte e Cultura, Scarti Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, TSU – Teatro Stabile dell’Umbria
con il patrocinio della Fondazione Il Campiello – Confindustria Veneto  
Drammaturgia
Linda Dalisi, Gabriele Paolocà, Michele Altamura

Regia
Michele Altamura, Gabriele Paolocà

Interpreti
Michele Altamura, Leonardo Capuano, Giuseppe Cederna, Jonathan Lazzini, Gabriele Paolocà, Arianna Scommegna

Scene
Daniele Spanò
Costumi
Aurora Damanti

Musica originale 
Demetrio Castellucci

Luci
Giulia Pastore
Sound designer e fonico
Niccolò Menegazzo
Realizzazione scenografie
Officina Scenotecnica Gli Scarti
Aiuto regia
Giulia Odetto
Partner di produzione
Gruppo Ospedaliero Moncucco


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