Diciassette cervi hanno attraversato l’Italia, dall’Emilia-Romagna alla Calabria, per contribuire a salvare una delle sottospecie più rare del nostro patrimonio faunistico. Undici femmine e sei maschi, trasferiti dalla Riserva Naturale Bosco della Mesola, in provincia di Ferrara, ai boschi del Parco Naturale Regionale delle Serre, dove da tre anni si sta cercando di costruire una seconda popolazione di cervo italico.
È l’ultimo capitolo dell’Operazione Cervo Italico, il progetto di conservazione avviato nel 2023 dal WWF Italia insieme all’Università di Siena, ai Carabinieri Biodiversità, a D.R.E.Am. Italia e al Parco delle Serre. Un’iniziativa che sta già mostrando risultati incoraggianti: dopo i primi trasferimenti, infatti, gli animali hanno cominciato a riprodursi nel nuovo ambiente e, tra il 2024 e il 2026, sono state documentate 12 nascite.
L’ultimo intervento, realizzato tra il 22 e il 25 ottobre, ha portato nel Parco altri 17 esemplari, che si aggiungono ai circa 33-34 già presenti. Il nucleo calabrese raggiunge così una consistenza stimata di circa 50 individui. Un passo importante verso l’obiettivo di creare una popolazione autonoma e stabile nel lungo periodo.
Il cervo italico, una sottospecie sopravvissuta in un solo bosco
Ma perché è necessario trasferire questi animali da una parte all’altra della penisola?
La risposta è nella storia del cervo italico (Cervus elaphus italicus), una sottospecie endemica del nostro Paese, un tempo diffusa in buona parte del territorio italiano e progressivamente scomparsa a causa della caccia e della trasformazione degli habitat.
Nel corso dei secoli, la sua distribuzione si è ridotta drasticamente, fino a lasciare un’unica popolazione naturale nella Riserva del Bosco della Mesola, una foresta planiziale situata lungo la costa ferrarese, un tempo riserva di caccia degli Estensi.
Qui sono sopravvissuti circa 300 esemplari, una popolazione preziosissima dal punto di vista della biodiversità, ma anche particolarmente vulnerabile.
Il problema principale è proprio l’isolamento. La concentrazione di tutti gli animali in un territorio relativamente circoscritto aumenta i rischi legati alla consanguineità, alle malattie e a eventuali eventi eccezionali. Un’epidemia, un grave incendio o un’alterazione dell’habitat potrebbero infatti compromettere la sopravvivenza dell’intera sottospecie.
Da qui la decisione di creare un secondo nucleo in un’area geograficamente distante, capace di offrire condizioni ambientali favorevoli alla sopravvivenza e alla riproduzione degli animali.
Perché sono stati scelti i boschi delle Serre calabresi
La scelta è ricaduta sul Parco Naturale Regionale delle Serre, un’area protetta della Calabria caratterizzata da estesi complessi forestali, situata tra le province di Vibo Valentia, Catanzaro e Reggio Calabria.
Il territorio è stato individuato attraverso uno studio di fattibilità condotto dall’ISPRA, che ne ha valutato le caratteristiche ecologiche, la disponibilità di habitat idonei e l’assenza di popolazioni di cervo europeo con cui gli esemplari trasferiti avrebbero potuto incrociarsi.
Un aspetto particolarmente importante, perché l’obiettivo non è semplicemente aumentare il numero di cervi presenti in Italia, ma conservare le caratteristiche genetiche di una sottospecie unica.
L’operazione è partita nella primavera del 2023, quando un primo gruppo di 20 animali è stato trasferito dal Bosco della Mesola alla Calabria, affrontando un viaggio di oltre mille chilometri.
Da allora sono seguiti altri interventi di traslocazione, fino al quarto, concluso negli ultimi giorni di ottobre 2026.
Il progetto di rafforzamento della popolazione è sostenuto dalla Regione Calabria attraverso il Programma regionale FESR FSE+ 2021-2027.
Dodici cerbiatti nati in tre anni: i primi risultati
A rendere particolarmente promettente il progetto non è soltanto il numero degli animali trasferiti, ma soprattutto la loro capacità di riprodursi nel nuovo ambiente.
Le prime nascite sono state documentate nel 2024, quando due femmine, identificate dai ricercatori attraverso i codici F14 e F29, sono state osservate insieme ai rispettivi piccoli.
Un risultato importante, perché ha rappresentato la prima conferma che gli animali trasferiti erano riusciti ad adattarsi alle condizioni ambientali delle Serre.
Nel 2025 sono stati registrati altri sei cerbiatti, mentre nel 2026 le nuove nascite documentate sono state quattro.
Complessivamente, dunque, sono già 12 i piccoli nati in natura dall’avvio del progetto.
Un dato che, pur non essendo ancora sufficiente a garantire la sopravvivenza della popolazione nel lungo periodo, rappresenta un segnale incoraggiante per i ricercatori e per gli enti coinvolti nell’operazione.
Collari GPS e fototrappole per seguire gli animali
Il trasferimento degli esemplari rappresenta soltanto una parte del lavoro. Una volta liberati nei boschi calabresi, infatti, i cervi devono essere seguiti per verificarne gli spostamenti, le condizioni di salute e la capacità di adattamento.
Per questo gli animali trasferiti vengono dotati di collari GPS, strumenti che consentono ai ricercatori di monitorarne i movimenti e raccogliere informazioni sulla distribuzione nel territorio.
Il sistema di controllo comprende anche una rete di fototrappole, gestita dall’Università di Siena, che permette di documentare la presenza degli animali e individuare eventuali nuovi nati.
Il monitoraggio sarà fondamentale anche per valutare i tassi di sopravvivenza e comprendere se, nel tempo, il nucleo calabrese riuscirà a consolidarsi senza la necessità di ulteriori trasferimenti.
Ma c’è un’altra sfida che gli organizzatori considerano decisiva: la convivenza con le comunità locali.
La presenza dei cervi può infatti determinare danni alle coltivazioni, ai frutteti e ai seminativi. Già nel 2024, per esempio, erano stati necessari alcuni interventi di dissuasione e l’installazione di una recinzione elettrificata a protezione di un’azienda agricola.
Per prevenire i conflitti e favorire la conoscenza della sottospecie, il WWF e il Parco delle Serre organizzeranno nei prossimi mesi incontri pubblici con i cittadini, dedicati anche ai comportamenti da adottare nelle aree frequentate dagli animali.
Una seconda possibilità per il cervo italico
L’Operazione Cervo Italico rappresenta uno degli interventi di conservazione più significativi attualmente in corso per la fauna italiana.
Non si tratta, infatti, di reintrodurre genericamente un grande ungulato in un territorio, ma di costruire le condizioni per garantire la sopravvivenza di una sottospecie che ha rischiato di scomparire e che ancora oggi rimane estremamente vulnerabile.
La creazione di una seconda popolazione non elimina i rischi, ma permette di ridurre la dipendenza da un unico habitat e di aumentare le possibilità di conservazione nel lungo periodo. I risultati ottenuti finora, soprattutto le nascite documentate negli ultimi tre anni, dimostrano che il percorso intrapreso sta producendo i primi effetti.
La sfida, adesso, sarà capire se quei cervi riusciranno a trasformarsi in una popolazione stabile, capace di riprodursi e sopravvivere autonomamente nei boschi delle Serre.
Per una sottospecie rimasta per decenni confinata in un unico lembo di foresta dell’Emilia-Romagna, è già un cambiamento importante. E forse l’inizio di una nuova storia.
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