#Finsubito news – perché i 30mila euro della Sardegna non bastano a riportare i giovani a casa


A Bidonì, sulle colline sopra il lago Omodeo, in provincia di Oristano, i residenti sono 122. Gli iscritti all’Aire, l’anagrafe degli italiani all’estero, sono 110. Per ogni dieci persone che abitano il paese nove portano lo stesso cognome in un’altra parte del mondo. Non è un caso isolato. A Sindia gli emigrati registrati all’estero sono 1.026 su 1.586 abitanti, a Senis 240 su 386, a Ballao 394 su 718. Sono i numeri del Rapporto Migrantes, e somigliano più a un censimento della diaspora che a una statistica demografica.

È a questa Sardegna, e a quella più grande che si svuota in silenzio, che la Giunta guidata da Alessandra Todde ha deciso di rivolgere un’offerta precisa: fino a trentamila euro a chi torna, o arriva, e resta. La presidente l’ha riassunta così: andarsene deve restare una libertà, ma rientrare deve diventare una scelta realmente praticabile. La domanda che questa inchiesta prova a porre è più prosaica, quasi contabile. Trentamila euro bastano?

L’offerta

Il meccanismo è semplice. Chi ha meno di quarant’anni e si trasferisce in Sardegna per lavorare o avviare un’impresa riceve ventimila euro a fondo perduto. La cifra sale a trentamila se la nuova residenza è in un comune sotto i cinquemila abitanti, cioè nella grande maggioranza dei paesi dell’Isola. In cambio si chiede tempo. La residenza va spostata entro sei mesi dall’ammissione e mantenuta per almeno cinque anni. Nelle graduatorie avranno la precedenza gli emigrati che rientrano, chi porta un progetto di lavoro o d’impresa, le famiglie che si spostano insieme.

La dotazione è di 56 milioni di euro nel triennio 2026-2028: otto per il primo anno, dichiaratamente sperimentale, e ventiquattro per ciascuno dei due successivi. I criteri sono stati approvati dalla giunta, il prossimo passo è l’avviso pubblico per le domande. La misura si affianca al progetto Neogens, ottanta milioni per l’alta formazione, e al Piano Giovani Sardegna 2025-2029, che vale 44,2 milioni.

L’aritmetica del ritorno

Un bonus legato a cinque anni di residenza va letto su cinque anni. Trentamila euro diviso sessanta mesi fa cinquecento euro al mese. Ventimila fanno poco più di trecentotrenta. Il metro di paragone è quello che un giovane rinuncia a guadagnare restando. 

Il Rapporto AlmaLaurea 2026 dice che, un anno dopo la laurea magistrale, chi lavora all’estero porta a casa in media 2.290 euro netti al mese, chi resta in Italia 1.452. La differenza è di circa 840 euro al mese, diecimila l’anno, cinquantamila nei cinque anni dell’impegno. A cinque anni dal titolo chi è all’estero arriva a circa 2.941 euro netti. E sono medie nazionali: per un laureato sardo, che parte da salari più bassi, il divario è verosimilmente più ampio.

Rispetto all’estero, dunque, il bonus più generoso copre circa tre quinti della differenza. Il conto cambia se il confronto è con il resto d’Italia. Secondo la Cisl sarda un lavoratore dell’Isola guadagna in media 19.850 euro l’anno, contro i 23.290 della media nazionale: circa 3.400 euro lordi in meno ogni anno, diciassettemila in cinque. Qui il bonus pareggia i conti, e qualcosa avanza.

Ma la media nazionale è un’astrazione, Milano no. Con un’altra misura, la retribuzione globale annua, un dipendente milanese arriva a 40.055 euro, uno di Cagliari a 32.095, la cifra più alta del Mezzogiorno. Sono quasi ottomila euro l’anno, quarantamila nel quinquennio. Anche qui i trentamila euro non bastano.
C’è poi la questione della scala. Con gli otto milioni del 2026 si finanziano, in teoria, tra 266 e 400 contributi. Tra il 2019 e il 2025 la Sardegna ha perso, al netto degli arrivi, circa 6.900 giovani laureati tra i 25 e i 34 anni: poco meno di mille l’anno. Il primo anno il bonus può compensarne al massimo un terzo. Dal 2027, con ventiquattro milioni l’anno, la capienza sale a una cifra tra 800 e 1.200 contributi, vicina a quella perdita. A patto che le domande arrivino, e che arrivino dalle persone giuste.

Chi parte, e per dove

Nessuno censisce in modo sistematico che mestiere facciano i giovani sardi una volta partiti. È un vuoto che dice molto: una regione che vuole riportarli a casa non sa con precisione chi siano diventati. Si sa invece dove vanno. Secondo il Rapporto Mete delle Acli, l’86,5 per cento dei sardi all’estero vive in Europa, con Germania, Francia, Belgio e Regno Unito in testa; il dieci per cento sta nelle Americhe. La Svizzera compare con insistenza tra le mete preferite. 

Partono soprattutto da Cagliari e Sassari, da Carbonia e Oristano, e sempre più spesso con una laurea in tasca. L’emorragia maggiore, però, non attraversa le Alpi. Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso 150mila giovani laureati: 28mila verso l’estero, 122mila verso il Centro-Nord. Per chi lascia il Sud, l’Emilia-Romagna è la meta più attrattiva, seguita da Lazio e Lombardia. Per molti ragazzi sardi Bologna e Milano sono già un altro paese, con un volo low cost di distanza. 

Le testimonianze raccolte tra gli emigrati parlano poco di stipendio e molto di traiettoria. Nei circoli sardi della Svizzera si ripete che le competenze avanzate maturate fuori, nell’Isola, non troverebbero dove applicarsi. Dal Canada Maria Giovanna Filia, consultrice dei sardi del Québec e dirigente sanitaria in un grande ospedale universitario di Montréal, racconta di connazionali arrivati da meno di dieci anni che già insegnano all’università. Il primo lavoro, là, è un trampolino. In Sardegna, troppo spesso, è un punto d’arrivo precario.

Cosa trova chi torna

Il paradosso sardo è che il lavoro c’è. Tra il 2023 e il 2025 gli occupati nell’Isola sono passati da circa 577mila a 598mila. Per il solo trimestre maggio-luglio 2025 le imprese prevedevano 68.640 assunzioni, quattromila in più dell’anno prima.
Il problema è di che lavoro si tratta. Oltre il sessanta per cento di quei posti era a tempo determinato, in larga parte stagionale. 

Nel 2023 un dipendente sardo è stato pagato in media per il 72,9 per cento delle giornate lavorabili, contro il 78,9 della media italiana. Il part-time riguarda il 34,8 per cento dei dipendenti privati non agricoli, e più della metà delle donne: 53,5 per cento, contro il 44,2 nazionale.

Per i laureati il quadro è ambivalente. La laurea paga: la retribuzione oraria media sale da 12,4 euro per i titoli più bassi a 15 per i diplomati e a 22 per i laureati. Ma un anno dopo il titolo solo il 28,7 per cento dei magistrali ha un contratto a tempo indeterminato. Il segretario della Cisl sarda Mirko Idili ha detto che non si può accettare che un percorso di studi lungo e faticoso venga ripagato così poco.

Sullo sfondo c’è un dato che pesa più di tutti: tra il 2008 e il 2023 le retribuzioni reali in Sardegna sono scese del 15,2 per cento, contro il 6,2 della media nazionale. Nell’indice Youth Friendly di Confartigianato, che misura quanto un territorio sia favorevole ai giovani imprenditori, l’Isola è ultima in Italia, con 267 punti contro una media di 604.

Eppure ci sono profili che le imprese non trovano. A livello nazionale mancano all’appello ingegneri, tecnici in campo ingegneristico, meccanici, saldatori. In Sardegna le lauree che rendono di più sono quelle mediche e sanitarie, che garantiscono 310 euro netti al mese in più rispetto a quelle politico-sociali, e quelle in ingegneria e informatica, con 256 euro in più. È lì, verosimilmente, che il bonus può fare la differenza: dove un posto c’è già, e mancano solo le persone.

Due Salaris e una domanda

Per una coincidenza quasi letteraria, le due voci più nette sul bonus portano lo stesso cognome. Aldo Salaris, consigliere regionale dei Riformatori sardi, all’opposizione, contesta l’impianto: lo spopolamento, sostiene, si combatte con la sanità, con una stagione turistica più lunga, con imprese e lavoro stabile, non con un assegno per cambiare residenza. E si chiede perché un giovane dovrebbe arrivare dove mancano lavoro e servizi.

Luisa Salaris, che insegna Demografia all’Università di Cagliari, è più possibilista. Considera gli incentivi utili, soprattutto per i piccoli comuni, perché rendono meno onerosa la scelta iniziale. Ma un contributo economico, osserva, non costruisce da solo un progetto di vita: servono lavoro, sanità, scuola, trasporti, servizi per l’infanzia, anche per i giovani che in Sardegna ci sono già. L’efficacia del piano, conclude, si misurerà solo nel tempo.

Il contesto dà ragione all’urgenza di entrambi. Secondo le stime provvisorie Istat, nel 2025 la Sardegna ha toccato 0,85 figli per donna, il valore più basso tra le regioni italiane, e la popolazione è calata del 5,1 per mille. Un giovane sardo su cinque tra i 15 e i 29 anni non studia, non lavora e non segue alcun percorso di formazione.

Per fare che cosa

Letto con i numeri accanto, il bonus non è un’esca ma un ammortizzatore. Non convince da solo un ingegnere a lasciare Monaco di Baviera per un paese del Mandrolisai. Può però rendere sostenibile un rientro che qualcuno sta già meditando: chi lavora da remoto per un’azienda del Nord, chi ha un’impresa da aprire, chi ha in mano un’offerta in un settore che non trova personale.

Per un neolaureato in cerca del primo impiego, invece, i conti continuano a dire un’altra cosa. Cinquecento euro al mese per cinque anni non colmano la distanza da uno stipendio estero, e non cancellano il contratto stagionale, il part-time involontario, la carriera che non si muove.

Forse la frase più lucida su questa storia non l’ha pronunciata un amministratore ma un’emigrata. Dal Québec, Maria Giovanna Filia ha detto che in Sardegna vogliono che i sardi all’estero rientrino. “Ma per fare che cosa?”, ha aggiunto. Trentamila euro possono comprare il biglietto di ritorno. La risposta a quella domanda, per ora, la Regione non l’ha ancora messa a bando.


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