Ecco perché eseguire ordini illegittimi o contrari alla legge espone al licenziamento in tronco e come il dipendente deve tutelarsi rifiutando.
Il rapporto tra datore di lavoro e dipendente si basa tradizionalmente sulla gerarchia e sul dovere di obbedienza, ma questo non significa che tale legame sia privo di limiti invalicabili. Molti lavoratori temono ritorsioni o la perdita dell’impiego se non seguono alla lettera le indicazioni dei superiori, eppure la legge impone un confine chiaro: la legalità. Spesso nel quotidiano ci si pone un interrogativo fondamentale per la propria sicurezza professionale: si può essere licenziati per aver ubbidito a un ordine del capo? La risposta è affermativa quando l’ordine ricevuto è palesemente contrario alla legge o alle norme contrattuali. Non basta infatti invocare la pressione psicologica o la sudditanza verso i vertici per giustificare il compimento di atti illeciti. Il dipendente possiede il potere, e il dovere, di valutare le direttive gerarchiche e di disobbedire se queste portano alla commissione di reati o violazioni gravi. Agire passivamente non salva dalla sanzione disciplinare massima, poiché la complicità negli illeciti altrui rompe definitivamente quel legame di fiducia indispensabile per proseguire qualunque rapporto di lavoro.
Quali sono i doveri del dipendente davanti a un ordine illecito?
Ogni lavoratore ha il dovere di collaborare per il buon andamento dell’attività, ma questo obbligo non si trasforma mai in un lasciapassare per l’illegalità. Il dipendente non è un semplice esecutore meccanico; egli è un soggetto dotato di autonomia e capacità di giudizio. Quando riceve una direttiva, ha il potere di sindacare nel merito l’ordine gerarchico. Questo significa che deve verificare se ciò che gli viene chiesto di fare rispetta le leggi e le procedure aziendali.
Se l’ordine è palesemente illegittimo, il lavoratore deve rifiutarsi di eseguirlo. In caso contrario, egli diventa direttamente responsabile della condotta illecita messa in atto. La giustizia ha chiarito che l’esecuzione di una direttiva contraria alla legge costituisce un comportamento sanzionabile sul piano disciplinare (Cass. sent. n. 24334/2013). La responsabilità non sparisce solo perché qualcuno “più in alto” ha dato il comando. Il dipendente che sceglie la via della passività si espone a conseguenze che possono arrivare fino alla perdita del posto di lavoro, poiché la sua condotta viene valutata come una violazione dei doveri fondamentali di correttezza e fedeltà verso l’organizzazione di cui fa parte.
Cosa succede se si esegue un ordine che costituisce reato?
La situazione diventa ancora più grave quando l’ordine impartito dal superiore comporta la commissione di un reato. In questo scenario, il lavoratore non può in alcun modo giustificare il proprio operato dietro il paravento dell’obbedienza. Se il dipendente collabora alla realizzazione di un fatto penalmente rilevante, non solo rischia un processo penale, ma subisce anche le sanzioni del datore di lavoro, che può procedere al licenziamento per giusta causa.
Un esempio pratico aiuta a comprendere la gravità della situazione: si pensi a un impiegato che, su ordine del proprio responsabile, falsifica le notifiche di atti ufficiali per evitare che scadano i termini di riscossione di alcune tasse. Se il dipendente procede alla notifica senza aver realmente verificato l’indirizzo o senza aver effettuato gli accessi previsti, commette un illecito. Anche se agisce nella convinzione (errata) di fare l’interesse dell’ente per cui lavora, il suo comportamento è doloso. In questi casi, la legge non ammette scuse basate sulla sudditanza gerarchica. L’obbedienza a un ordine che costituisce reato non è mai una scriminante e porta inevitabilmente alla rottura del vincolo fiduciario, rendendo legittimo il licenziamento in tronco senza preavviso (Cass. n. 24334/2013).
Come deve comportarsi il lavoratore in caso di ordini dubbi?
Esistono procedure specifiche che il lavoratore può e deve seguire per tutelarsi quando riceve ordini che appaiono illegittimi. Questo vale in modo particolare per il pubblico dipendente, ma è un principio di prudenza valido per tutti. La normativa contrattuale spesso prevede un percorso preciso per gestire il conflitto tra l’obbedienza e la legalità (art. 23 CCNL comparto ministeri).
Il dipendente che riceve un ordine sospetto deve:
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manifestare immediatamente i propri dubbi al superiore gerarchico, facendo presente l’illegittimità dell’ordine;
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chiedere che la direttiva venga confermata per iscritto se permangono incertezze sulla sua regolarità;
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rifiutarsi di procedere se l’ordine, pur se scritto, obbliga a commettere un reato o un illecito grave;
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segnalare la situazione agli organi di controllo interni se il superiore insiste nella richiesta illecita.
Seguire questa procedura permette al lavoratore di dimostrare la propria buona fede e il tentativo di ripristinare la legalità. Se invece il dipendente accetta l’ordine in silenzio, la sua condotta viene interpretata come un’adesione volontaria all’illecito. La contestazione dell’ordine è l’unico strumento reale di difesa per evitare di essere trascinati nelle responsabilità altrui. Senza questo passaggio formale di critica e dissenso, il lavoratore resta solo davanti alla sanzione espulsiva.
Perché non basta la paura di ritorsioni per giustificare l’illecito?
Molti lavoratori si sentono “stretti tra l’incudine e il martello”: da un lato c’è l’ordine illecito del capo, dall’altro il timore che un rifiuto porti al licenziamento o al mobbing. Tuttavia, la legge non accetta la paura del licenziamento come scusa per compiere atti contrari alle norme. L’ordinamento offre infatti strumenti di protezione molto forti contro chi subisce ritorsioni per aver agito legalmente.
Se un dipendente viene punito o perseguitato perché si è rifiutato di compiere un illecito, può impugnare qualsiasi provvedimento davanti al giudice del lavoro. In quel caso, il licenziamento sarebbe considerato ingiustificato o nullo, poiché basato su un motivo illecito o ritorsivo. La paura di perdere il posto non giustifica mai la trasformazione del lavoratore in un “complice” dei propri superiori. La tutela legale contro le ritorsioni è la garanzia che permette al dipendente di esercitare il proprio potere di critica e di difesa della legalità aziendale senza dover temere conseguenze definitive per la propria carriera.
In quali casi il licenziamento in tronco risulta proporzionato?
Il licenziamento senza preavviso è la sanzione più dura e deve essere sempre proporzionato alla gravità del fatto commesso. Il giudice, quando valuta se il licenziamento sia legittimo, deve guardare non solo all’atto in sé, ma anche a come è descritto nel contratto collettivo di categoria. Molti contratti prevedono espressamente il licenziamento per atti illeciti dolosi, anche se questi non arrivano a costituire un reato punito dal codice penale.
Per stabilire la proporzionalità della sanzione, si considerano diversi fattori:
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la natura dell’incarico ricoperto e il grado di responsabilità del dipendente;
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l’intensità del dolo, ovvero la consapevolezza di compiere un atto vietato;
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il danno arrecato all’immagine o al patrimonio dell’azienda o dell’ente;
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l’eventuale inerzia dell’amministrazione nel tempo, che però non cancella la colpa del singolo.
Se il dipendente agisce con la consapevolezza di violare le regole, anche se convinto di perseguire l’interesse dell’ente, il suo comportamento resta sanzionabile (Cass. n. 24334/2013). La proporzionalità viene misurata sulla capacità dell’atto di distruggere la fiducia del datore di lavoro. Un’obbedienza passiva che porta a gravi irregolarità amministrative o penali è solitamente ritenuta una causa sufficiente per chiudere immediatamente il rapporto di lavoro, poiché dimostra che il dipendente non è in grado di garantire l’integrità necessaria per il suo ruolo.
Qual è la responsabilità del superiore e dell’ente?
Mentre il dipendente rischia il licenziamento per aver ubbidito a un ordine sbagliato, non bisogna dimenticare che anche il superiore e l’organizzazione stessa hanno delle responsabilità. Se un ente rimane inerte di fronte a comportamenti scorretti che si ripetono nel tempo, questa inerzia colpevole può essere valutata dal giudice per ridimensionare la sanzione verso il dipendente. Tuttavia, la colpa dell’amministrazione non diventa mai un alibi totale per chi ha eseguito l’ordine illecito.
Il superiore che impartisce ordini contrari alla legge risponde ovviamente delle sue azioni, sia sul piano disciplinare che su quello civile o penale. Ma la giustizia punta a colpire tutta la catena dell’illecito. Il lavoratore che si fa scudo dell’ordine ricevuto non fa altro che confermare la propria inaffidabilità professionale. La fiducia tra le parti si rompe non solo perché il superiore ha sbagliato, ma perché il dipendente ha accettato di far parte di quell’errore invece di denunciarlo o fermarlo. In definitiva, la legge richiede a ogni lavoratore un atto di coraggio e di onestà: dire di no alle direttive illegali è l’unico modo per proteggere davvero il proprio futuro professionale e la propria fedina penale.
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Angelo Greco
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