Ieri, 11 agosto, il parlamentare del M5S Arnaldo Lomuti, insieme a un suo collaboratore, e la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Provincia di Potenza, Carmen D’Anzi, si sono recati al Cpr di Palazzo San Gervasio effettuando un accesso per monitorare le condizioni di vivibilità delle persone trattenute, anche alla luce di quanto accaduto lo scorso 10 agosto, manifestando piena fiducia nella magistratura affinché si faccia piena luce sulla dinamica della tragedia. Al momento della visita erano presenti 96 migranti di diversa nazionalità, tra cui Gambia, Ghana, Marocco, Tunisia, Egitto, Algeria, Nigeria, Bangladesh, Afghanistan.

Prima del nostro ingresso — spiegano Lomuti e D’Anzi — si era svolto il sopralluogo dei Vigili del fuoco per verificare l’agibilità dei moduli. Tra gli eventi critici si segnalano incendi di materassi o di pattume, litigi tra gli ospiti, atti di autolesionismo. Tutti i trattenuti soffrono per la situazione di incertezza dovuta alla loro condizione e alla paura di essere rimpatriati.

Giova ricordare che nel 2025 sono intervenuti due importanti atti in materia. L’ufficio del massimario e del ruolo della Corte di Cassazione, con una relazione del giugno 2025, ha esaminato la disciplina del trattenimento dei cittadini stranieri con specifico riferimento al protocollo Italia-Albania, evidenziando rilievi di costituzionalità e numerosi dubbi di compatibilità con la Costituzione italiana, con il Diritto europeo e con il Diritto internazionale. Il 3 luglio 2025, con la sentenza n. 96, la Corte Costituzionale ha individuato un vulnus nella disciplina sul trattenimento dei migranti nei CPR, rilevando che il trattenimento si svolge secondo modalità e procedimenti non disciplinati da una normativa di rango primario, con disparità di trattamento rispetto ai detenuti in carcere, che usufruiscono delle garanzie dell’ordinamento penitenziario, e affermando che la normativa vigente è del tutto inidonea a definire con sufficiente precisione quali siano i «modi» della restrizione e quali i diritti delle persone trattenute. È di poche settimane fa, inoltre, la notizia per cui il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 5450 del 2026, ha accolto il ricorso presentato da ASGI e Cittadinanzattiva: il Ministero dell’Interno ha dato un’attuazione solo parziale alle precedenti disposizioni dei giudici e dovrà, entro sei mesi, condurre una approfondita istruttoria sulle condizioni di salute nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio presenti sul territorio nazionale, al fine di emanare un nuovo capitolato d’appalto.

I Cpr sono non-luoghi di detenzione amministrativa dove regna il cupo sconforto e la disperazione, che producono ulteriore emarginazione sociale e sofferenza. Non dimentichiamo e non sottovalutiamo l’impegno quotidiano delle Forze di Polizia e la loro tenuta psicologica, chiamate a gestire situazioni ad alto impatto emotivo.

Su questo aspetto — osserva l’onorevole Lomuti — voglio essere esplicito, perché è una preoccupazione che porto avanti da tempo e che ho ritrovato intatta anche ieri. Gli operatori delle forze dell’ordine impiegati in quel centro lavorano in condizioni difficilissime, chiamati a gestire quotidianamente disperazione, atti di autolesionismo, tensioni e situazioni di emergenza per le quali nessuno può essere davvero preparato, e a farlo dentro un contesto che non offre loro né gli strumenti né le condizioni ambientali adeguate. È un carico che ricade su donne e uomini che non hanno alcuna responsabilità nelle scelte politiche che hanno prodotto quei luoghi e che ne pagano, sul piano professionale e umano, il prezzo più diretto. A questo si aggiunge un dato che riguarda la sicurezza di tutti: si tratta di personale sottratto al controllo del territorio, in una regione che soffre già di una carenza cronica di organici e di presidi. Ogni turno impiegato lì dentro è un turno che non viene svolto nei paesi e nelle strade della Basilicata. Chiedere la chiusura di queste strutture significa anche restituire quegli operatori al lavoro per cui sono stati formati e di cui le nostre comunità hanno bisogno.

La Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, insieme ad altre organizzazioni mediche, ha sottolineato le gravi conseguenze sulla salute fisica e mentale dei migranti trattenuti nei CPR, ritenendo che la detenzione amministrativa prolungata sia dannosa e non compatibile con i principi etici della professione medica. Anche la World Health Organization, con il Policy Brief del gennaio 2026, ne ha denunciato gli effetti in quanto pratica patogena e psicopatogena, individuando nella detenzione amministrativa enormi criticità in materia di rispetto della dignità delle persone e dei loro diritti, incluso il diritto alla salute.

Su questo punto — sottolinea l’onorevole Lomuti — la mia posizione non nasce oggi e non nasce da questa tragedia. In quel centro sono entrato più volte negli anni scorsi e ogni volta ne ho chiesto la chiusura con atti parlamentari depositati e protocollati. Nel dicembre del 2024 il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, che aveva visitato anche Palazzo San Gervasio, ha documentato maltrattamenti fisici, uso eccessivo della forza e ricorso improprio agli psicofarmaci: non è un’opinione politica, è un atto ufficiale rivolto al nostro Paese. E nell’agosto del 2024, in questa stessa struttura, morì Oussama: in quell’occasione la Procura di Potenza dichiarò pubblicamente che il centro non era in linea con uno standard di tutela della salute degno di uno Stato civile, e le indagini sulla gestione hanno riguardato ventisette persone, tra medici, gestori, avvocati e appartenenti alle forze dell’ordine. Due anni dopo, nello stesso mese, siamo tornati qui per la stessa ragione.

Il punto politico — prosegue Lomuti — è che di queste strutture non esiste una riforma possibile. Negli anni si sono susseguiti piani di adeguamento, ristrutturazioni, nuovi capitolati e nuovi stanziamenti, e ogni volta si sono ripresentati gli stessi eventi critici: autolesionismo, incendi, disperazione, morti. Non è un problema di manutenzione né di qualità della gestione: è un problema dell’istituto. Si può migliorare un servizio, non si può rendere umana la privazione della libertà di persone che non hanno commesso alcun reato e che si trovano rinchiuse in forza di una procedura amministrativa, con garanzie inferiori a quelle riconosciute a chi è detenuto in carcere. Per questo non chiediamo un piano di riqualificazione, ma la chiusura, e per questo alla ripresa dei lavori parlamentari chiederò al Ministro dell’Interno di riferire alle Camere sulle condizioni del CPR di Palazzo San Gervasio, sul personale sanitario e psicologico effettivamente presente, sui protocolli di prevenzione del rischio autolesivo e sui controlli eseguiti nei confronti dell’ente gestore.

Riteniamo infatti — continuano Lomuti e D’Anzi — che la detenzione amministrativa non sia una soluzione, in quanto produce esclusione, violenza, degrado. E se si apprende la volontà di aprire altri CPR in altre regioni, noi ne chiediamo la definitiva chiusura e la possibilità che le risorse economiche siano usate per progetti di accoglienza, percorsi di istruzione e alfabetizzazione, avviamento al lavoro per l’inclusione sociale. Sempre più sgomenti per l’assurdità del concetto di privazione della libertà personale di persone rinchiuse solo perché senza permesso di soggiorno, condizione che genera inutile dolore e sofferenza — ribadiscono Lomuti e D’Anzi — continueremo a chiederne la chiusura e la fine della detenzione amministrativa.


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Giusi Cavallo

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