Ma questa volta i moralizzatori rimangono in silenzio. Mentre i trombettieri rivelano solo un pezzo della storia
Dove sono finiti i moralizzatori di fronte all’ultimo scandalo che investe il famigerato Consorzio autostrade siciliane? Quelli che a ogni sospetto di mafia invocano sospensioni, pretendono la revoca delle concessioni e trascinano il caso davanti alla Commissione Antimafia? Dov’è Ismaele La Vardera, che sull’Italo-Belga ha costruito una delle sue battaglie più fragorose? Dove sono i Cinque Stelle e il Pd? Non è questione di rimpiangere quei furori, ma di capire perché per alcuni valgono e per altri molto meno.
Perché stavolta la materia non manca. Le imprese formalmente in regola vincevano gli appalti, ma una parte dei lavori e dei relativi guadagni, secondo la Procura di Messina, finiva nelle mani di una rete “ombra” gestita da Francesco Scirocco, già condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa e considerato «a disposizione» dei clan di Barcellona Pozzo di Gotto. Fra le commesse finite nell’inchiesta ci sono quelle del CAS per le gallerie e i cavalcavia della Messina-Catania e della Messina-Palermo, cioè le due autostrade siciliane di competenza del Consorzio.
Il meccanismo ricostruito dagli investigatori sarebbe semplice: le aziende aggiudicatarie affidavano illecitamente lavori, uomini e mezzi a una struttura imprenditoriale parallela sotto la supervisione di Scirocco. Nelle gallerie sarebbero stati installati impianti d’illuminazione non conformi al capitolato; sui cavalcavia usati impermeabilizzanti scadenti e non accettati dalla direzione dei lavori. Da qui una domanda enorme: com’è possibile che un uomo con una condanna definitiva per concorso esterno sia riuscito, secondo l’accusa, a rientrare dalla porta di servizio nell’esecuzione di appalti pubblici milionari?
Il CAS rivendica di essersi accorto per tempo delle anomalie, di avere risolto per inadempimento l’appalto per l’illuminazione delle gallerie della A18 e della A20 e di avere già contestato gravi inadempienze all’impresa impegnata nella manutenzione dei cavalcavia della A18. Bene. Ma se le anomalie erano state individuate, chi controllava uomini, mezzi e subappalti? Come ha potuto una rete “ombra” operare dentro commesse così delicate?
Curiosamente, la difesa del CAS è stata rilanciata da ilSicilia – la testata fondata dal superpagnottista Maurizio Scaglione – in un articolo che contiene sostanzialmente soltanto la versione del Consorzio. Nel pezzo non ci sono però Scirocco e la sua condanna definitiva, la rete “ombra”, i subappalti illeciti contestati, gli impianti non conformi, gli impermeabilizzanti scadenti. Il lettore scopre come si difende il CAS, molto meno da che cosa si difende.
Volete il motivo? Facciamo un passo indietro… Scaglione e le sue società, negli anni, sono stati destinatari di ricche commesse, spesso ottenute con affidamenti diretti. Non solo da vari assessorati, compreso quello alle Infrastrutture; ma anche da enti sottoposti alla vigilanza e al controllo di Palazzo d’Orleans. Nel 2023 il CAS affidò a Centomedia & Lode, una delle società amministrate da Scaglione, un servizio di comunicazione social e messaggistica per 53.900 euro oltre Iva, poi prorogato per altri 25.934 euro. Per la riapertura di Castello Utveggio, Mercurio Comunicazione – un’altra delle società della galassia – ha ricevuto inoltre circa 8.700 euro per due video.
Adesso arriva anche il contributo regionale all’editoria. La graduatoria definitiva IRFIS, dopo la redistribuzione delle economie, assegna a Mercurio 58.529,78 euro. Tutto regolare: è un bando pubblico. Ma all’assessore Alessandro Dagnino, che quella misura ha contribuito a finanziare in nome del pluralismo e della qualità dell’informazione, una domanda si può fare: ha visto che giornalismo viene praticato con quei soldi? Pubblicare la difesa di un ente pubblico lasciando fuori la sostanza delle accuse che hanno provocato quella difesa è una scelta editoriale. Resta da capire quale idea di pluralismo rappresenti.
Ed eccoci, poi, all’antimafia a corrente alternata. Per l’Italo-Belga La Vardera non ha fatto mancare nulla: denunce, audizioni, Commissione Antimafia, iniziative pubbliche, richieste di intervento sulla concessione di Mondello. Legittimo. Ma proprio per questo lo stesso metro dovrebbe valere quando un’inchiesta racconta che dietro imprese formalmente aggiudicatarie di lavori del CAS si sarebbe mosso un soggetto definitivamente condannato per concorso esterno.
Lo stesso vale, con tutte le differenze del caso, per Salvatore Iacolino. Quando è finito sotto inchiesta per accuse gravissime, ancora da provare, la reazione politica e mediatica è stata immediata. Anche allora valeva la presunzione d’innocenza, ma nessuno ritenne necessario attendere una sentenza definitiva prima di interrogarsi sull’opportunità della sua permanenza al vertice del Policlinico di Messina. Perché quando si arriva al CAS il tono cambia?
Poi c’è la Commissione Antimafia regionale. Nella sua ultima relazione mette in fila 47 sedute, 45 audizioni, cinque inchieste. Numeri imponenti, risultati assai meno evidenti. La stessa Commissione ha ammesso di essere stata spesso costretta a «inseguire l’emergenza giudiziaria», senza riuscire a prevenire o anticipare vicende che solo dopo sono esplose sul piano penale. È successo troppo spesso: l’Antimafia arriva quando le procure hanno già scoperchiato il caso. Adesso il CAS offre un’altra occasione per non arrivare a cose fatte, per “esplorare” cosa accade ai margini della Regione, dove enti e privati traccheggiano portandosi dietro opacità, sospetti e un bel gruzzolo di piccioli.
Nessuno chiede condanne anticipate. Si chiede semplicemente coerenza: lo stesso metro per l’Italo-Belga, per Iacolino, per il CAS e per chiunque altro. Perché se l’antimafia si accende soltanto quando il bersaglio è politicamente conveniente, non è antimafia. È propaganda.
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Alberto Paternò
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