L’allungamento della vita sta modificando anche il rapporto con il patrimonio, rendendo sempre più centrale una pianificazione capace di accompagnare le persone lungo un orizzonte temporale più esteso. Dagli investimenti al passaggio generazionale, la longevità richiede una revisione delle scelte secondo un’ottica differente, coerente con le nuove sfide che riguardano un numero crescente di persone

Quando si parla di invecchiamento e in particolare di Longevity Economy si tende spesso a concentrarsi su sanità, previdenza e assistenza in relazione all’allungamento della vita media. Esiste però un’altra dimensione da considerare, forse meno evidente ma altrettanto strategica, e soprattutto, trasversale alle altre: quella patrimoniale. Vivere più a lungo significa infatti non solo disporre di più tempo, ma anche ritrovarsi a gestire le proprie risorse economiche su un arco temporale molto più esteso, conciliando tra loro esigenze complesse come mantenimento del tenore di vita, tutela del patrimonio e gestione del passaggio intergenerazionale.

Già nell’approfondimento dedicato al longevity risk, è emerso come la maggiore durata della vita renda sempre più necessaria una pianificazione finanziaria strategica di lungo periodo, poiché vivere più a lungo comporta anche l’esigenza di disporre di risorse adeguate a sostenere un orizzonte temporale più esteso. L’analisi dei comportamenti degli over 50 emersi dall’indagine demoscopica “Chi sono, cosa fanno, come vivono e cosa vogliono i Longennial italiani” realizzata da Itinerari Previdenziali e Format Research, consentono allora di osservare se, ed eventualmente come, tale consapevolezza si traduca concretamente nelle scelte di gestione del patrimonio. Capacità di risparmio, modalità di investimento, gestione delle risorse e, seppur ancora in misura limitata, decisioni in materia di eredità e lasciti delineano infatti approcci differenti, fortemente influenzati dalle caratteristiche socio-economiche degli intervistati.

Una gestione del patrimonio prudente e ancora poco delegata

La gestione della ricchezza e del patrimonio è complessa da analizzare sotto un’unica lente, proprio perché riflette in maniera evidente le differenze sociali e le differenti disponibilità economiche della popolazione over 50. L’indagine “Chi sono, cosa fanno, come vivono e cosa vogliono i Longennial italiani”, realizzata su un campione di 5.120 ultracinquantenni, mostra come il 58,8% degli intervistati dichiara di disporre soltanto di un conto corrente e di far fatica ad accumulare risparmi. Una condizione che interessa soprattutto donne (65,6%), over 74 (74,1%) e residenti nel Mezzogiorno (64,6%). La variabile che più incide sulla capacità di accantonamento è, piuttosto prevedibilmente, il reddito, a propria volta influenzato dall’attività svolta dall’intervistato: oltre l’80% di coloro che percepiscono meno di 1.000 mensili dichiara di non avere risparmi, quota che si riduce progressivamente fino al 50,9% al superamento dei 3.500 euro. L’incidenza di chi dispone solo di un conto corrente è poi meno elevata tra quanti ancora svolgono un’attività professionale, con la sola eccezione degli autonomi (60,6%), mentre tende a crescere tra i pensionati, anche quando lavoratori (66,1%), casalinghi/e (73,4%) e, sempre comprensibilmente, tra quanti non hanno ancora raggiunto la pensione e sono in cerca di un’occupazione (77,4%). A incidere, infine, anche il titolo di studio: a titoli di studio più elevati tendono di fatto a corrispondere anche maggiori capacità di risparmio, tanto che la percentuale di chi dichiara di non avere forme di risparmio o investimento al di fuori del solo conto corrente cala dal 73,9% dei rispondenti con diplomi fino alla scuola media inferiore al 44,1% degli intervistati che hanno conseguito delle specializzazioni post- laurea.

Tornando al campione complessivo, il restante 41,2% riesce invece a destinare parte delle proprie risorse al risparmio e a investirle, privilegiando strumenti di protezione e tutela del capitale.  Le polizze assicurative rappresentano la forma d’investimento più diffusa (35,8%), seguita da titoli di Stato e obbligazioni (25,6%), fondi comuni (25,3%), altri strumenti, quali libretti di risparmio postali e criptovalute (8,3%) e, in misura residuale, fondi alternativi (5%). Ancora una volta, emergono alcune differenze tra i vari segmenti di popolazione: le polizze assicurative sono ben diffuse tra gli over 74, mentre i titoli di debito hanno maggiore incidenza nella fascia dei 65-74enni. Nel complesso, tuttavia, la survey fotografa un approccio agli investimenti improntato alla prudenza e alla conservazione del patrimonio, nel quale la ricerca della sicurezza prevale sui rendimenti, coerentemente con le esigenze proprie del periodo di transitorio tra lavoro e pensione, e quello della quiescenza.

Se le scelte di investimento delineano un orientamento prudente, anche le modalità di gestione del patrimonio restituiscono un quadro piuttosto definito. Tra coloro che dispongono di risparmi, l’84,9% dichiara infatti di amministrare personalmente il proprio patrimonio, mentre solo il 15,1% preferisce affidarsi professionisti consulenziali. Sono gli uomini coloro che tendono a gestire direttamente le proprie risorse rispetto alle donne (88% contro 81,1%), tendenza che decresce a favore del supporto di un esperto sia con l’avanzare dell’età, arrivando al 18% tra gli over 74, sia soprattutto all’aumentare del reddito, fino a raggiungere il 25,3% tra quanti dichiarano redditi mensili superiori ai 3.500 euro netti.

Figura 1 – La gestione (diretta o in delega) di risparmi e investimenti

Fonte:  “Chi sono, cosa fanno, come vivono e cosa vogliono i Longennial italiani”, Itinerari Previdenziali e Format Research

Tra la minoranza di soggetti che riconoscono la delega come strumento idoneo alla gestione del proprio patrimonio, si evidenzia una frammentazione dei mezzi preferiti, seppur tutti ben strutturati: più frequentemente risparmi e investimenti vengono affidati alla figura del private banker (36,2%), seguito dalla banca (31,4%) e da consulenti finanziari dedicati (21,4%). Anche in questo caso, il reddito è il principale fattore di differenziazione: all’aumentare delle disponibilità economiche cresce anche il ricorso ai servizi di private banking, che tra gli intervistati con redditi superiori ai 3.500 euro mensili arrivano a rappresentare il 59% delle scelte di delega.

La pianificazione come risposta al rischio di longevità

L’allungamento della vita modifica profondamente anche il modo in cui viene percepita la sicurezza economica. Come evidenziato nell’articolo “Invecchiamento e paure: in che modo gli over 50 italiani affrontano il longevity risk?”, quello finanziario consiste nella possibilità che le risorse accumulate non siano sufficienti a coprire un periodo di vita più lungo del previsto, in cui solitamente emergono maggiori esigenze sanitarie o assistenziali.

Figura 2 – La percezione del longevity risk finanziario

Figura 2 – Le preoccupazioni associate alla gestione del longevity risk
Fonte:  “Chi sono, cosa fanno, come vivono e cosa vogliono i Longennial italiani”, Itinerari Previdenziali e Format Research

Tra gli over 50 questa preoccupazione è molto diffusa: oltre tre quarti degli intervistati (77,4%) dichiarano di essere molto o abbastanza preoccupati di non riuscire a sostenere queste spese in futuro. La percezione del rischio è proporzionale all’età, con maggiore incidenza nella fascia 65-74, mentre tra gli over 74 si ha un quadro più articolato, caratterizzato da una quota significativa di rispondenti poco o per nulla preoccupati, soggetti che probabilmente hanno una situazione patrimoniale ben definita o che hanno già concretamente provveduto a soluzioni che gli possano garantire una vecchiaia il quanto più possibile serena.

A conferma di ciò, analizzando la percezione del rischio per fasce di reddito, si può notare come, ancora una volta, il livello reddituale si confermi una variabile decisiva: oltre la metà di coloro che dispongono di un reddito mensile fino a 2.000 euro netti si dichiara molto preoccupata, percentuale che si riduce tuttavia all’8,8% al superamento dei 3.500 euro. La percezione del rischio di sopravvivenza al proprio patrimonio e l’incapacità di sostentamento nel lungo termine risultano dunque strettamente correlate allo status socio-economico degli intervistati, passando dall’essere un rischio strutturale per i rispondenti con redditi più contenuti al diventare un variabile meno impattante per le categorie con disponibilità patrimoniale e reddituale più elevata.

Il patrimonio non è solo ricchezza, è anche continuità

Se la gestione degli investimenti rappresenta il presente, il passaggio generazionale riguarda inevitabilmente il futuro. Ed è proprio su questo terreno che emergono le principali sfide per i Longennials, tra i quali la pianificazione della trasmissione del patrimonio risulta ancora poco diffusa. Il 53,2% degli over 50 dichiara di non aver mai pensato alla pianificazione della successione del proprio patrimonio, mentre solo il 14% ha già predisposto strumenti come testamenti, polizze o altre forme di pianificazione successoria. Il 30,2% afferma invece di voler affrontare la questione in futuro e il restante 2,6% rappresenta la quota di persone senza eredi che intende fare un lascito.

Figura 3 –  Le decisioni in materia di eredità

Le decisioni  degli over 50 in materia di eredità
Fonte:  “Chi sono, cosa fanno, come vivono e cosa vogliono i Longennial italiani”, Itinerari Previdenziali e Format Research

Nel complesso, i dati evidenziano come il tema del passaggio generazionale sia ancora in larga parte rimandato. Eppure, in un’ottica di pianificazione finanziaria nella Longevity Economy, rappresenterebbe un tassello indispensabile.

Una ricchezza da pianificare durante tutta la vita

L’allungamento dell’aspettativa di vita non richiede solamente di rivedere le scelte in materia di previdenza, salute e assistenza, ma anche in che modo i propri patrimoni vengono amministrati e trasmessi. Non si tratta soltanto di accumulare risorse sufficienti per sostenere un periodo di quiescenza più lungo, ma di ripensare la pianificazione in maniera integrata tra risparmio, investimenti, protezione patrimoniale e passaggio generazionale.

In una società in cui si vive più a lungo, la gestione del patrimonio non può più essere considerata come un insieme di attività separate, bensì un sistema di decisioni interconnesse che accompagnano l’intero ciclo di vita. Pianificare significa infatti prepararsi a un orizzonte di vita più lungo, programmando il futuro del proprio patrimonio, essenziale alla gestione della longevità.


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Mara Guarino

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