di Andrea Filloramo
C’è una domanda che dovrebbe accompagnare ogni discussione che ha per argomento il Ponte sullo Stretto di Messina: L’Italia con un debito pubblico che si attesta a circa 3.155 miliardi di euro e con un PIL previsto intorno al 138% – 139%. può davvero permettersi di destinare miliardi a questa grande infrastruttura che dovrebbe unire la Sicilia con la Calabria?
Il problema non è soltanto stabilire se il Ponte sia tecnicamente realizzabile, se possa migliorare i collegamenti tra due regioni del Mezzogiorno d’Italia o se rappresenti una grande opera strategica per il Sud. Il problema è soprattutto economico e riguarda una questione molto più ampia: come vengono utilizzate le risorse pubbliche in un Paese che dispone di margini finanziari tutt’altro che illimitati.
I numeri raccontano una situazione che non può essere ignorata. Nel 2025 il debito delle amministrazioni pubbliche italiane ha raggiunto circa 3.096 miliardi di euro. Il deficit, senz’altro, è migliorato, scendendo al 3,1% del PIL e il saldo primario è tornato positivo. Ma la spesa per interessi continua a pesare in modo significativo sui conti pubblici.
Questo significa che l’Italia non è un Paese privo di investimenti o completamente fermo. Al contrario, nel 2025 gli investimenti pubblici sono aumentati del 9,6%, anche grazie alle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) italiano, conquistate dall’ex presidente Giuseppe Conte, a cui si aggiungono i 30,6 miliardi del fondo complementare creato dal suo governo per fronteggiare altri investimenti. Ma proprio perché le risorse devono essere utilizzate nel modo più efficace possibile, diventa inevitabile interrogarsi sulle priorità.
Ed è proprio qui che entra in gioco il Ponte sullo Stretto, il cui costo totale sarebbe di 13,5 miliardi di euro ufficiali (con stime che variano fino a 14,4 – 14,6 miliardi nei documenti programmatici). Un’opera di dimensioni eccezionali richiede inevitabilmente un impegno finanziario altrettanto eccezionale. Il problema, quindi, non è soltanto stabilire quanto costerà il Ponte, ma chiedersi quale sia il costo-opportunità di questa scelta ma quali altri interventi potrebbero essere realizzati con le stesse risorse.
A nessuno sfugge che l’Italia ha bisogno di infrastrutture, ma ha bisogno anche di manutenzione delle strade, di ferrovie più efficienti, di collegamenti locali, di scuole sicure, di ospedali adeguati, di interventi contro il dissesto idrogeologico e di servizi pubblici capaci di rispondere alle esigenze dei cittadini. Di fronte a queste necessità impellenti, quindi non rimandabili, ogni grande investimento pubblico deve essere necessariamente accompagnato da una domanda fondamentale: è questa la spesa che oggi produce il maggiore beneficio possibile per il Paese?
Come facilmente si può osservare, non è questa una domanda ideologica ma di buona amministrazione.
Se bene osserviamo, oggi il Ponte è stato trasformato in una questione di principio: favorevoli contro contrari, modernità contro conservazione, sviluppo contro immobilismo. È questa sicuramente una contrapposizione efficace sul piano politico, ma impoverisce il confronto. Sostenere, infatti, il Ponte non significa automaticamente essere fautori del progresso, così come criticarlo non significa voler lasciare il Mezzogiorno fermo. Trasformare il Ponte in una battaglia di principio rende più facile scegliere uno schieramento, ma più difficile discutere nel merito.
Il rischio è che, alla fine, il simbolo prevalga sull’opera. E che una decisione destinata a incidere per decenni venga presa non sulla base di ciò che conviene all’Italia, ma sulla base di ciò che ciascuno vuole rappresentare.
E’ indubbio che un’opera pubblica di queste dimensioni dovrebbe essere giudicata soprattutto sulla base dei suoi effetti economici, dei suoi costi complessivi, dei tempi di realizzazione e della sua capacità di inserirsi in una rete infrastrutturale realmente funzionante.
La questione diventa ancora più delicata quando si prende atto che le risorse pubbliche sono sottoposte a molteplici pressioni. L’Italia – è bene ancora ribadirlo – deve affrontare : l’invecchiamento della popolazione, che è un processo con risvolti significativi sul sistema previdenziale, sulla sanità, il sistema produttivo, la forza lavoro e le reti familiari; la necessità di sostenere il sistema sanitario, il rafforzamento della scuola e dell’università, il miglioramento delle infrastrutture esistenti, la transizione energetica, la sicurezza del territorio e il sostegno alla crescita economica.
A tutto ciò, si aggiunga pure – ma non è marginale – l’incertezza della situazione globale derivante da una trasformazione strutturale segnata da tensioni geopolitiche continue, conflitti estesi, frammentazione delle catene di approvvigionamento e instabilità economica, in cui le crisi non appaiono più come eventi isolati ma come una condizione cronica e sistemica.
In questo contesto, spendere miliardi per una grande opera significa necessariamente compiere una scelta. Anche quando le risorse sono formalmente stanziate per il Ponte, esse fanno parte di un quadro complessivo di finanza pubblica nel quale ogni euro deve essere valutato rispetto alle altre possibili destinazioni.
È questo il punto che spesso viene dimenticato nel dibattito pubblico. Non basta dire che il Ponte è un investimento. Bisogna dimostrare che sia l’investimento giusto, nel momento giusto e alle condizioni economiche giuste.
L’Italia non può permettersi una politica delle grandi opere fondata esclusivamente sul valore simbolico dei progetti. Un Paese, indebitato fino al collo, deve essere particolarmente rigoroso nella valutazione degli investimenti, soprattutto quando si tratta di opere dal costo molto elevato.
Questo non significa necessariamente essere contro il Ponte. Significa chiedere che prima dei rendering, degli annunci e delle celebrazioni arrivino i numeri: quanto costa realmente l’opera, quali saranno i costi futuri, quali benefici economici produrrà, quali infrastrutture complementari saranno necessarie e, soprattutto, e, in modo particolare, quali altre esigenze pubbliche rischiano di essere rinviate o ridimensionate.
Perché la vera domanda non è se l’Italia abbia bisogno di sviluppo. L’Italia ne ha certamente bisogno. La vera domanda è se, con risorse limitate e un debito pubblico così elevato, il Ponte sullo Stretto rappresenti la priorità migliore per costruire quello sviluppo.
È questo un interrogativo che non può essere liquidato con uno slogan né ridotto a una contrapposizione tra favorevoli e contrari. Proprio per questo dovrebbe stare al centro del dibattito pubblico: non “Ponte sì o Ponte no”, ma quale scelta possa garantire al Paese il maggiore beneficio, oggi e negli anni a venire.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
roberto
Source link




