…Che bella festa, il Pride di ieri. A Marina di Catanzaro, città aperta


di FRANCO CIMINO

Oltre la piccola filosofia napoletana del “non è vero, ma ci credo”, applicabile a chi te la tira quando si è scioccamente contro qualcuno o qualcosa, è andata bene anche oltre le preoccupazioni e gli auspici di una parte degli organizzatori.

Quando si ha a che fare con manifestazioni di massa, quando si fanno scorrere migliaia di persone nelle piazze e nelle vie delle città, la preoccupazione che qualcuno le voglia disturbare, all’interno o dall’esterno, c’è sempre.

Il Pride, a Marina di Catanzaro, si è svolto invece tanto bene che lo stesso impianto di vigilanza e di difesa dell’ordine, intelligentemente elaborato dal Questore ed efficacemente dislocato lungo tutto il percorso, prima e dopo la manifestazione, sembrava quasi inutile.

Sembrava che avessero fatto tutto gli organizzatori e i partecipanti alla bella serata.

Bella anche dal cielo. Nel pomeriggio un po’ minacciava, ma il cielo ha saputo chiedere al vento, quello buono di Catanzaro, ancora più buono quello che muove dal mare, di riposarsi e di respirare altrove. Solo spazzare le poche nuvole nere.

È stata, come anch’io ho sostenuto nei giorni precedenti, una serata di festa. Di festa anche per la città, che ha mostrato di essere ancora città accogliente, anche se non c’era tutta la sua espressione, come taluni faticano praticamente ancora oggi a dire.

Le migliaia di persone — le Forze dell’ordine ci diranno quante effettivamente, ma anche gli organizzatori, questa volta con numeri uguali a quelli ufficiali — non erano tutte di Catanzaro.

Ed è bello che ciò non fosse.

Tanti sono venuti da fuori città, da lontano dalla nostra città, da fuori regione. Sono certo che sarebbero stati molti di più se una qualche diffidenza nei confronti proprio delle nostre realtà meridionali, e anche qualcosa che si avvicina alla mancata fiducia in noi stessi, non si fosse nuovamente intrecciata e palesata.

Ma questa folla, piccola e grande insieme, era davvero bella da vedere.

Canti, balli, chiacchiere tra i partecipanti lungo tutto il percorso, hanno colorato l’aria di una bella freschezza, nell’estate calda che sembra non voler finire il suo acceso calore.

C’erano, in stragrande maggioranza, i giovani. Di tutte le età. Ragazzini anche, con il viso colorato dei colori della pace, le cui bandiere prevalevano, per grandezza e quantità, rispetto alle altre più specifiche della manifestazione.

Ed erano proprio quelle bandiere, tenute in alto e fatte sventolare più dall’entusiasmo che dal vento, a dare il vero significato al Pride.

La pace.

La pace come cammino verso i vari momenti che la potrebbero realizzare, nell’utopia che non è l’impossibile, ma la spinta verso la costruzione di una realtà possibile.

Il primo passaggio della pace è la libertà.

Quella libertà che, da piccola, si fa grande man mano che si libera dai lacci e dai lacciuoli con cui la teniamo legata e da quelle prigioni nelle quali la costringe un potere cinico e imbroglione, ingannatore.

La libertà di manifestare le opinioni, anche quando fossero di una stretta minoranza.

La libertà di essere nella condizione in cui ciascun individuo si vuole e in quella in cui desidera stare, per natura o per cultura.

Libertà, quindi, di essere e di essere da soli o con gli altri.

Libertà che è anche autolimitazione nel manifestarla quando essa condiziona, limita o offende la libertà degli altri.

Libertà di godere dei diritti e di vedersi riconosciuti in quanto diritti inalienabili.

I diritti della persona, non quelli che qualcuno inventa per sé.

Sono quelli che don Mimmo Battaglia ci dice che puoi estrarre dalla Costituzione e dal Vangelo, se sei credente, ma anche se, laicamente, il Vangelo lo leggi.

Libertà come spazio libero da qualsiasi ingombro che impedisca il libero movimento di uomini e donne, giovani e vecchi, pensieri e sentimenti.

Parole.

Anche quelle in poesia. Anche quelle in musica.

Come quelle ultime, parole e musiche, che ci ha lasciato in eredità Francesco Guccini, il grande artista appena scomparso.

E ancora il cammino per la pace.

La concordia.

Lavorare insieme per costruire spazi e tempi della concordia fra le persone.

Una concordia che non sia fatta dalla convergenza delle idee e dalla condivisione totale delle singole condizioni o delle culture, ma dal superamento delle fratture fra gli uomini nella stessa città e fra territori in essa, città. E nella stessa regione, nello stesso Paese.

Concordia come abbattimento delle barriere, in particolare di quella del pregiudizio.

Soprattutto di quello secondo il quale chi è diverso da noi sia il contrario, l’opposto della normalità secondo noi.

Concordia come superamento degli ostacoli, come richiamo, insieme della Costituzione e del Vangelo, alla creatività e alla volontà delle persone di realizzare pienamente se stesse e di superare quegli ostacoli che si frappongono al benessere sociale e a quella uguaglianza che è principio attivo per realizzare una società di eguali.

Una società nella quale la più equa distribuzione della ricchezza, secondo meriti e bisogni, sia principio primo dell’agire umano e politico.

Concordia come educazione al rispetto.

Delle persone. Delle cose.

Al rispetto, in particolare, delle istituzioni, che sono di tutti e non di chi se ne appropria.

Rispetto della natura.

Rispetto del pensiero altrui.

Concordia come educazione al sentimento buono verso la propria città.

Che non è necessariamente quello dell’amore sfrenato, ma di quello necessario a far sì che la città sia il luogo di tutti e che, vivendoci, noi dobbiamo consegnarla agli altri non come l’abbiamo ricevuta, ma migliore.

Molto migliore di come l’abbiamo ricevuta.

Pace come cammino nella ricerca, come riconoscimento, per tutte le persone del mondo, dei diritti di cui godiamo noi e dei quali ancora più vorremmo godere.

E cioè il diritto alla vita, alla libertà, al lavoro, alla casa, alla ricchezza della natura e dell’economia.

Il diritto a vivere nella propria terra o in quella che si sceglie per le ragioni proprie di chi va a cercarne un’altra.

Il diritto alla libertà e a vivere nella terra dei padri, che sia anche quella nella quale costruire uno Stato libero e sicuro.

Il diritto dei bambini ad avere tutto ciò che noi desideriamo per i nostri bambini e che ai nostri bambini abbiamo dato, forse anche del superfluo.

E ai ragazzi del mondo di avere tutte le opportunità e i mezzi che noi abbiamo garantito ai nostri ragazzi, anche quando ne abbiamo dati di inutili e di alienanti.

Voi che non c’eravate, e i non molto che, non essendoci, avete pure imprecato contro la manifestazione e attaccato con rancore, quasi con odio, quelli che l’hanno voluta, difesa e sostenuta, non avete avuto la fortuna di capire che tutto questo, ieri, c’era sul lungomare di Catanzaro Lido.

C’era anche chi camminava con quel corteo e magari, in quel momento, non l’aveva capito.

Ma il suo cuore sì.

E il cuore ha più memoria della mente e saprà conservare ciò che non ha avvertito, per poterlo utilizzare quando riaffiorerà, nel momento in cui servirà.

Personalmente, io queste cose le ho sentite prima, partendo dall’attenzione verso qualsiasi diversità, che mi ha visto sempre presente nelle occasioni, anche pubbliche, in cui si potesse esaltare e difendere quella diversità.

L’ho fatto da giovane, quando lo sono stato, e lo sono stato a lungo.

L’ho fatto da padre, e lo sono da trent’anni.

Lo sono da maestro e docente, e lo sono quasi da quando sono nato.

Sempre in cattedra, con l’umiltà di chi apprende dai suoi ragazzi.

Come mille volte ho appreso guardandoli negli occhi, quando vedevo taluni di loro costringersi a reprimere la propria condizione e la propria natura di ragazzo/a che amava secondo la propria natura e i propri sentimenti.

E io di questi ragazzi ne ho fatti venire fuori, aiutato dagli altri ragazzi, i cosiddetti “normali”, tantissimi.

E ho provato una felicità particolare quando li ho incontrati e li incontro ancora, felicemente uniti d’amore alla persona che hanno scelto di amare e dalla quale hanno scelto di essere amati. Nella felice diversità.

Per questo mi sono addolorato degli insulti che mi dicono mi siano stati rivolti sui social.

Io non li leggo mai, per difesa personale dall’ignoranza e dalla cattiveria. Non leggo neppure quelli degli altri.

Mi sono stati rivolti per gli articoli che ho scritto in occasione di questo evento.

Era una domanda che avevo posto a sostegno dello stesso articolato pensiero che espongo oggi:

Ma una manifestazione come il Pride che male fa?

Avete visto?

Voi, e siete occhi, in verità, che cercate sempre rancore e costruite divisioni, avete visto quanto bene abbia fatto?

Anche a voi.

Che siete pure belli, se lo volete.

 




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Alessia Burdino

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