Le donne con tendenze narcisistiche potrebbero avere difficoltà con il perdono



Dopo un torto si può reagire in molti modi. C’è chi prova a chiarire, chi rimugina per settimane e chi smette semplicemente di cercare l’altra persona. In un piccolo studio clinico, i tratti del narcisismo antagonista si sono legati soprattutto a quest’ultima reazione: più evitamento, meno benevolenza e una minore disponibilità a perdonare. La vendetta, quella immaginata e magari preparata con calma, compariva con meno chiarezza.

Lo studio, pubblicato sul Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, ha coinvolto 102 donne adulte seguite in una clinica psicosomatica tedesca. I ricercatori hanno usato questionari e test al computer per capire se alcuni tratti antagonisti fossero associati al modo in cui le partecipanti reagivano alle offese. Il lavoro misura delle tendenze: non permette di distribuire diagnosi a parenti, partner ed ex dopo una discussione particolarmente sgradevole.

Il nome è più duro della spiegazione. Con narcisismo antagonista gli psicologi indicano un insieme di caratteristiche legate a ostilità, senso di avere diritto a un trattamento speciale, tendenza a svalutare o sfruttare gli altri e reazioni difensive quando la propria immagine viene messa in discussione. Questi tratti possono essere presenti con intensità diverse. Un risultato ottenuto in un test, da solo, non equivale a un disturbo narcisistico di personalità.

Quando il rancore prende la forma della distanza

Per studiare il perdono, i ricercatori hanno separato reazioni che nella vita tendiamo a mettere nello stesso calderone. Una cosa è desiderare di vendicarsi. Un’altra è evitare chi ci ha feriti. Un’altra ancora è riuscire a conservare una certa benevolenza nei suoi confronti.

Le partecipanti con associazioni automatiche più forti tra il proprio sé e i tratti antagonisti mostravano maggiore evitamento, minore benevolenza e una disponibilità più bassa al perdono. Il legame restava visibile anche dopo aver considerato quello che avevano dichiarato consapevolmente nei questionari. I due strumenti, quindi, sembravano cogliere parti diverse della stessa reazione.

Con la vendetta accadeva qualcosa di differente. I tratti antagonisti dichiarati nei questionari erano associati a una maggiore motivazione vendicativa. Il test sulle associazioni automatiche, una volta considerate quelle risposte, non aggiungeva invece un risultato altrettanto solido.

Gli autori propongono una possibile spiegazione. Prendere le distanze o smettere di guardare l’altra persona con benevolenza può essere una reazione rapida. Una vendetta pianificata richiede altri passaggi: pensarci, costruire una strategia e decidere di metterla in pratica. È una lettura dei risultati, non la prova che la mente segua sempre questo percorso.

Un cronometro

La parte meno immediata dello studio riguarda gli Implicit Association Test, abbreviati in IAT. Sullo schermo compaiono parole appartenenti a categorie diverse e la persona deve classificarle premendo alcuni tasti. Se due categorie vengono abbinate più velocemente, il test registra tra loro un’associazione più accessibile e automatica.

Nei questionari abbiamo il tempo di pensare, correggerci e scegliere la risposta che riteniamo più adatta. Nei test di velocità questo spazio si restringe. I ricercatori li usano anche perché caratteristiche come ostilità, sfruttamento degli altri e senso di superiorità difficilmente finiscono nell’elenco dei pregi che raccontiamo volentieri.

L’IAT rimane però un cronometro, non una radiografia della mente. Non scopre intenzioni segrete, non racconta cosa sia successo durante una relazione e non prevede con certezza come agirà una persona. Può affiancare i questionari e aggiungere informazioni; da solo lascia fuori quasi tutta la storia. Gli stessi autori presentano le misure indirette come un’integrazione delle valutazioni tradizionali.

Perdonare non significa riaprire la porta

Qui serve togliere di mezzo un equivoco. Nello studio, il perdono è un insieme di punteggi ricavati da questionari e tempi di reazione. Nella vita è una parola molto più ingombrante.

Perdonare può voler dire smettere di lasciare che un torto occupi ogni pensiero, mantenendo comunque la distanza. Una persona può chiudere un rapporto per proteggersi senza possedere particolari tratti narcisistici. Può anche restare vicina a qualcuno e continuare a nutrire rabbia. Lo studio non stabilisce chi dovrebbe perdonare, chi dovrebbe riconciliarsi o quando una porta andrebbe lasciata chiusa.

I ricercatori, inoltre, non hanno osservato litigi, scuse, separazioni o riavvicinamenti. Hanno raccolto risposte e tempi di reazione in una sola fase della ricerca. Non possono quindi dire che il narcisismo antagonista causi la difficoltà a perdonare. Possono soltanto mostrare che, in quel campione, le due cose comparivano insieme.

Centodue pazienti non raccontano tutti noi

Il campione era piccolo, interamente femminile e proveniva da una clinica psicosomatica. I risultati non possono essere estesi automaticamente agli uomini, a tutte le donne o alla popolazione generale. Serviranno studi con persone più diverse e osservate nel tempo, possibilmente confrontando i test con ciò che succede davvero nelle loro relazioni.

Mancano anche il tipo di offesa, la sua gravità e la storia condivisa con chi l’ha commessa. Essere ignorati per una sera, subire un tradimento o uscire da un rapporto dannoso non sono esperienze intercambiabili, anche quando un questionario prova a sistemarle nella stessa colonna.

Per ora, il risultato è che in questo gruppo di pazienti, l’antagonismo implicito compariva soprattutto nel gesto di allontanarsi e nel togliere benevolenza, più che nel preparare una rivalsa. Il test ha misurato pochi millisecondi. Cosa fosse accaduto prima e se quella porta meritasse davvero di essere riaperta è rimasto fuori.

Fonte: Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry

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Ilaria Rosella Pagliaro

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