È stata un’estate infuocata, che i cittadini ricorderanno a lungo. Una vertenza che, al netto dei continui botta e risposta e delle rivendicazioni social, ha visto trionfare il popolo ceccanese. In politica un mese e mezzo può durare un’eternità. Specie se lo passi sotto un tendone rovente, con il termometro che segna quaranta gradi e il peso di 50.000 utenti sulle spalle. L’estate 2026 di Ceccano verrà ricordata così: un lungo, estenuante e a tratti grottesco braccio di ferro istituzionale per difendere i resti di una sanità territoriale progressivamente smantellata. Oggi, con le carte regionali firmate e protocollate, è il momento di riavvolgere il nastro e mettere in fila i fatti.
Il nodo del 2022: Ospedale vs Casa di Comunità
Per comprendere a fondo l’origine di questa vertenza, occorre fare un passo indietro. Nel 2022, sotto la Giunta Zingaretti, venne approvato un piano che stabiliva una ripartizione precisa: a Ceccano sarebbe spettato l’Ospedale di Comunità, mentre la Casa di Comunità fu assegnata ad Amaseno.
Questa impostazione è stata sostanzialmente confermata negli anni successivi, fino all’esplosione delle tensioni di quest’estate.
Il motivo per cui si è scatenato un simile movimento di protesta risiede nella differenza tecnica tra i due presidi. L’Ospedale di Comunità è una struttura a ricovero breve per la degenza di pazienti cronici: un servizio fondamentale, che però non eroga prestazioni ambulatoriali di primo intervento. La Casa di Comunità, al contrario, è il vero baricentro dei servizi sanitari di prossimità: concentra specialisti, servizi diagnostici e continuità assistenziale, con lo scopo vitale di non gravare sul Pronto Soccorso dell’ospedale di Frosinone.
La richiesta del sindaco Andrea Querqui nasceva da questa urgenza: andava bene l’Ospedale, ma la città necessitava della Casa di Comunità per salvaguardare i servizi essenziali. (Leggi qui: Sanità, Querqui chiama le barricate, Liburdi smonta la narrazione).
18 giugno – 1 luglio: l’illusione e la chiusura
Il peccato originale — quello che innesca la bomba politica — si consuma a metà giugno. Il 18 giugno l’Amministrazione ceccanese si siede al tavolo con la ASL e la Presidente della Commissione regionale Sanità Alessia Savo.
Il clima è disteso, fioccano le rassicurazioni: il PAT non chiuderà finché non ci saranno i medici sostitutivi dell’Ospedale di Comunità e la continuità assistenziale garantita in sede. (Leggi qui: Ceccano, la Regione conferma: i servizi della Casa della Salute restano).
Le parole, tristemente, si scontrano con la realtà appena due settimane dopo. Il 1° luglio il PAT chiude i battenti. Dei medici promessi non c’è traccia, trasformando le promesse incassate in un crudele miraggio nel deserto. La città scopre di essere rimasta scoperta sul piano dell’assistenza medica.
15-22 luglio: le tende, la trincea e il flop del vertice tra sindaci
Il sindaco capisce che la via diplomatica è un vicolo cieco. Il 5 luglio lancia l’ultimatum e il 15 luglio scatta il presidio permanente davanti all’ex Ospedale Santa Maria della Pietà. (Leggi qui: Il presidio scatta: Querqui chiede fatti. FdI, l’Ospedale di Comunità è già deciso).
La battaglia del primo cittadino si rivela presto solitaria: Querqui resta praticamente solo a portare avanti la protesta, mentre intorno a lui il fronte dei sindaci del territorio si sfalda.
Il 22 luglio convoca un vertice dei sindaci del comprensorio: è un flop. Si presentano solo Giuliano di Roma, Morolo e Villa Santo Stefano, con Patrica che manda il presidente d’Aula come osservatori. I «disertori», nel frattempo, preparano documenti a sostegno della Regione. In quel vertice si mette a verbale anche la exit strategy: pronti a sospendere le tende e rimandare tutto a settembre. (Leggi qui: L’ affondo di Rocca su Ceccano: “Servizi salvi e 7 medici. Querqui fa baccano”).
In molti accusano l’Amministrazione di aver strumentalizzato la vicenda, sebbene l’intento iniziale di Querqui non fosse affatto quello di politicizzare la protesta. La gestione comunicativa, a voler essere analitici, avrebbe potuto forse essere più calibrata in alcuni frangenti. In un panorama politico fatto di sindaci che si limitano a firmare comunicati, c’è però da riconoscere un aspetto fondamentale: Querqui è sceso fisicamente in piazza, ha resistito sotto il sole cocente e ha dimostrato di voler difendere il suo popolo. Tale determinazione va riconosciuta.
La mediazione fallita e il «sigillo» mancante di Rocca
Durante questo clima teso si tenta ancora una mediazione. Va in scena un vertice cruciale che vede seduti allo stesso tavolo il consigliere regionale di Fratelli d’Italia Daniele Maura, il Direttore della ASL Arturo Cavaliere e lo stesso Querqui. In quella sede, Maura garantisce a chiare lettere che la Casa della Comunità si sarebbe fatta e che il PAT avrebbe riaperto. (Leggi qui: Salta l’accordo in extremis: il «no» di Rocca riaccende la protesta).
Querqui, scottato dalle precedenti promesse mancate, alza il tiro: per disinnescare la protesta chiede un «sigillo» formale, un atto ufficiale direttamente dal Governatore Francesco Rocca. Per il Presidente della Regione quel passaggio non è necessario: le garanzie fornite e le dichiarazioni pubbliche alla stampa sono, per lui, più che sufficienti. Il muro contro muro è servito.
Fine luglio: il duello Rocca-Querqui e il Consiglio infuocato
È in questo vuoto — scandito da un’attesa logorante, simile allo snervante buffering di un finale di stagione in streaming bloccato sul più bello — che si inserisce in modo dirompente Francesco Rocca. Il Governatore, in un’intervista al vetriolo, annuncia l’Ospedale di Comunità da 20 posti e il ritorno dei medici dal 3 agosto, attaccando frontalmente il sindaco: «Fa baccano per coprire il degrado cittadino, i problemi al cimitero, le strade colabrodo e gli eventi che non fa più». (Leggi qui: L’ affondo di Rocca su Ceccano: “Servizi salvi e 7 medici. Querqui fa baccano”).
Colpi di sciabola. Ai quali il sindaco Querqui sceglie di rispondere con il fioretto. In un video, ringrazia ironicamente Rocca per i «consigli», smentisce le accuse snocciolando i dati su asfalto, cimitero e 140 giorni di eventi. Soprattutto, individua il grande assente nelle parole del Governatore: manca la delibera ufficiale. «Fate la delibera e togliamo le tende», è l’aut aut. (Leggi qui: «Presidente, l’hanno informata male. Ora firmi la delibera e togliamo le tende»).
Il clima rovente si trasferisce poi nel Consiglio Comunale di Ceccano: l’opposizione attacca Querqui imputandolo di demagogia, ricordando che i tagli portano la firma dell’era Zingaretti. Il sindaco difende il fortino: «È per tutelare 50.000 cittadini, non mi interessa il passato, voglio le carte firmate oggi».
Gli sguardi tesi di Castrocielo: lo stallo alla messicana
C’è un episodio emblematico in tutta questa vicenda, un retroscena che racconta plasticamente la tensione accumulata in quei giorni caldi. La scena si svolge a Castrocielo, durante l’evento annuale organizzato dall’assessore regionale Pasquale Ciacciarelli: una giornata cruciale in cui Rocca si trova in Ciociaria per un tour di inaugurazioni legato a ospedali e case di comunità.
A un certo punto tra i presenti serpeggia il mormorio: è arrivato Andrea Querqui. Quando viene chiamato sul palco il governatore Francesco Rocca, inevitabilmente l’argomento scivola sul caso Ceccano: il Governatore liquida la questione mostrandosi palesemente infastidito, facendo intendere a chiare lettere di non voler toccare quel tasto in quel contesto. Ma è solo un modo per rendere più saporito il suo intervento: «Quella del sindaco Querqui è una trovata indecente». (Leggi qui: Rocca inaugura ad Alatri e Pontecorvo, poi risponde a Querqui: «Una trovata indecente»).
Il vero gelo si consuma però giù dal palco. Resta deluso chi si aspettava un colloquio, anche rapido e in disparte, per un chiarimento istituzionale tra i due. La realtà restituisce solo il nulla. Nessun avvicinamento, nessuna stretta di mano: solo un rapido e freddo incrocio di sguardi tesi, degno dello stallo alla messicana in un epico film di Sergio Leone. Una dinamica che non è passata inosservata e che ha certificato quanto il solco tra i due fosse, in quel momento, profondissimo.
Inizio agosto: il Consiglio Regionale straordinario e i medici in pensione
La partita si sposta a Roma, in un Consiglio Regionale straordinario in cui si presentano tantissimi amministratori in fascia tricolore, Querqui compreso. Dai banchi della minoranza, Sara Battisti, Marietta Tidei, Cesare Novelli e Claudio Marotta portano il caso Ceccano nell’emiciclo. Rocca prende la parola, ribadisce davanti a tutti ciò che ha già promesso nei giorni precedenti: la Casa di Comunità, scatenando furiose bagarre con la minoranza, scontrandosi anche con la Consigliera Sara Battisti e accusando il centrosinistra di aver programmato lo spostamento ad Amaseno solo per ragioni politiche. Quali? All’epoca il Comune di Ceccano era guidato da un’amministrazione di centrodestra mentre il Comune di Amaseno da una giunta di centrosinistra. (Leggi qui: La promessa di Rocca ferma la protesta: Ceccano sospende il presidio e aspetta).
Intanto, il 3 agosto, i servizi a Ceccano ripartono. Si scoperchia però il vero dramma nazionale: ad accettare l’incarico della ASL sono per la stragrande maggioranza medici in pensione. Eroi in camice bianco che si rimettono in gioco per salvare la continuità assistenziale, mettendo chirurgicamente a nudo la disperata carenza di personale del sistema sanitario. (Leggi qui: Liburdi riapre il fronte: «Sul PAT una protesta costruita sul nulla»).
5 agosto: carta canta, la corsa ai meriti
Si arriva all’epilogo. Il 5 agosto la Direzione Regionale protocolla il documento definitivo: la Casa della Salute di Ceccano viene ufficialmente riconvertita in «Casa della Comunità HUB», con tanto di autorizzazione a sbloccare i fondi.
Subito scatta la macchina della comunicazione. Fratelli d’Italia lancia un’offensiva social coordinata: Massimo Ruspandini, Daniele Maura e Alessia Savo pubblicano in contemporanea lo stesso identico post-fotocopia. «I fatti del centrodestra contro le chiacchiere della sinistra», rivendicando all’unisono l’impegno mantenuto da Rocca. Tutti, come è naturale in questi frangenti, cercano di intestarsi la coppa. (Leggi qui: Rocca è di parola: la Casa di Comunità a Ceccano è realtà).
L’interrogativo finale: effetto della protesta o percorso già segnato?
Ognuno resta fermo sulla sua posizione. Anzi. La sente ancora più rafforzata dai fatti. Il centrodestra vede nel documento a firma di Francesco Rocca la conferma degli impegni assunti fin dal primo minuto dal loro Governatore. Al tempo stesso, il centrosinistra ritiene che quel documento sia l’atto cercato dal primo minuto dal loro sindaco Andrea Querqui. E pongono un quesito: se l’Amministrazione e i cittadini non avessero portato avanti quella protesta così dura, Ceccano avrebbe ottenuto oggi la sua Casa della Comunità HUB?
La risposta varia a seconda della curva dalla quale si assiste alla partita. Da un lato la destra assicura un percorso già definito, sostenendo che l’iter avrebbe seguito il suo corso senza scossoni. Dall’altro la sinistra e la piazza oppongono un netto rifiuto, convinti che la svolta sia arrivata unicamente grazie a una protesta assolutamente legittima.
Il bilancio finale, in ogni caso, sorride a una sola entità. In una città privata per anni di una sanità degna e costretta a veder chiudere due ospedali, questa volta a vincere sono stati i ceccanesi.
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