Il teatro sfacciato come la giovinezza al festival Tutta la vita davanti


Siamo seduti in cerchio, artisti e giovani critici. Il sole dei primi di maggio è ancora timido e ci permette di godere di ampie zone di ombra e del soffio gentile di un venticello fresco che fa intirizzire a tratti. Si è appena aperta una “tavola rotonda” alla ricerca del confronto tra chi il teatro lo fa e chi invece ne usufruisce. Giulia Odetti di Collettivo EFFE, Giulio Santolini, Violetta Ghersina, Alice Sinigaglia e Davide Pascarella sono solo alcune delle voci che intervengono nel dibattito vivo che si viene a creare. Il concetto che lega come un filo rosso le tematiche affrontante e che ne sta alla base è quello della “relazione”: c’è desiderio di indagare le modalità del teatro, il rapporto dei giovani con esso, degli artisti con il pubblico, lo spazio, i capisaldi delle generazioni precedenti, le pressioni che la società esercita sul mestiere, l’originalità come concetto applicato alla creazione artistica. Sono domande che stimolano risposte articolate, dense, che prendono interi quarti d’ora e che rendono viva la conversazione. E che, inevitabilmente, si ripresentano negli spettacoli ospitati, come se ogni elemento del cartellone che analizzeremo più avanti fosse in sé una risposta, parziale e a volte contradditoria, a ognuna delle questioni esposte.

Per il quarto anno di fila, La Spezia si fa casa del festival di teatro under 35 Tutta la vita davanti, a cura di Alice Sinigaglia e, da quest’anno, Francesca Lombardi. Il centro di produzione Gli Scarti porta avanti il festival senza una delle loro anime, l’ora direttore artistico del Teatro di Bolzano, Andrea Cerri. L’esclusione, inoltre, dai finanziamenti statali non ha comportato però una perdita d’animo o di grinta nell’atmosfera generale di TLVD, che ci accoglie calorosamente, strizzandoci l’occhiolino prima di aprire le porte della sala al pubblico.

ph. Francesco Capitani

È un’atmosfera che mette a proprio agio e attira spettatori, come le api vengono attratte dal miele, priva dell’ingessatura inospitale di un ambiente più “ufficiale”. Ma non per questo si è esonerati dall’affrontare tematiche socialmente calde: il rapporto non mediato con il performer genera crisi, dalla quale scaturisce la riflessione, il pensiero. Lo si è visto con chiarezza durante Dad or Alive dei BumBumFritz, che affrontano il tema non facile della genitorialità ai giorni nostri, rivolgendosi a un pubblico di persone appartenenti a quella fascia di età specifica per cui la domanda relativa al fare o meno figli comincia a porsi. Impostando il loro spettacolo come un dj set di musica elettronica con visuals allegate, hanno presentato dati e statistiche che inquadravano la situazione: i giovani sono divisi sul fare o meno figli per motivi che spaziano dalle preoccupazioni economiche, ad assenza di forme di tutela, al cambiamento climatico, il tutto condito dalla sensazione di impotenza di una fine che sembra avvicinarsi sempre più rapidamente su un fantomatico countdown verso l’apocalisse.

ph. Francesco Capitani

In un’epoca in cui, in seguito alla pandemia, ci siamo sempre più abituati a restare per conto nostro, facendo doomscrolling imperterrito sul cellulare, ecco che l’interazione con qualcuno al di là dello “schermo”, senza una forma di mediazione, ci destabilizza. Giulio Santolini in Kamikaze. Spero vada meglio dell’ultima volta crea appunto questo cortocircuito, portando in scena uno spettacolo interattivo, tra danza e performance, dove la reazione del pubblico ad alcuni sketch determina il successo o il fallimento di questi. Scrosci di applausi calorosi confermano un livello alto di gradimento generale, ma Santolini si lascia un margine di errore, di aleatorietà, dove in caso di mancato apprezzamento da parte del pubblico si accetta una punizione. È lo stesso artista ad esprimere nell’incontro le potenzialità artistiche e di crescita del fallimento che, sebbene venga vissuto come un tabù ai giorni nostri, è territorio fertile di creatività e di spunti. Fallire ci permette di entrare maggiormente a contatto con la realtà per chiederci cosa non abbia funzionato, come possiamo immergerci in essa e trovare quell’aggancio che ci permette di rimanere attuali e sintonizzati sulle sue frequenze.

ph. Francesco Capitani

Un’altra questione importante che è emersa era relativa al rapporto tra generazioni, e in particolare all’influenza dei classici. Il tema viene esaustivamente affrontato da Opera Popolare in F. Una risata vi seppellirà, una rivisitazione scanzonata del Falstaff che passa da Shakespeare, a Boito, fino a Verdi. Si potrebbe dire che si tratta di un’opera originale che non lo è al tempo stesso, in virtù del fatto che noi umani finiamo per sperimentare la stessa gamma di emozioni e situazioni, per quanto possano assumere una combinazione di sfumature differenti. Ci si appella a determinati sistemi di riferimento, nel tentativo (almeno, quello di Opera Popolare) di non anestetizzare del suo potenziale sovversivo l’opera passata, o meglio, la figura di una letteratura teatrale più antica. Anzi, l’obiettivo sarebbe proprio agire come nella restaurazione di un quadro, sollevando la patina ingiallita al di sopra per rivelare i colori che cela. 

È con la figura del buffone, che si conclude l’edizione 2026 di Tutta la vita davanti. E come il Matto punta all’azzardo, legittimato a dire e fare ciò che gli pare in virtù della sua giovinezza sfacciata e del suo ruolo a corte, così il festival spezzino dà voce ai giovani e alla loro irriverenza. Giovani artisti, dunque, che si assumono il rischio culturale di dover sfiorare un pubblico lontano e disabituato ai modi teatrali, che deve essere in qualche modo attirato e sedotto, traendo spunto dalla realtà che ci circonda e sapendo che il loro salto nel vuoto può andare o meno a buon fine. La passione può spingere fino all’orlo, ma cosa occorre per spiccare il volo senza cadere?

ph. Francesco Capitani

Tra i lavori in programma, uno in particolare merita di essere trattato in maniera più approfondita, in virtù delle tematiche che condensa in sé e che ci portano a riflettere su quella che è una questione fondamentale del teatro, ovvero la sua capacità di generare una bellezza in grado di lasciarci qualcosa e arricchirci. Davide Pascarella, vincitore del Premio Leo de Berardinis per artisti e compagnia under 35, attore e autore dell’adattamento italiano del testo teatrale Assetati di Wajdi Mouawad insieme al dramaturg Alessandro Businaro e a Édouard Pénaud, si chiede: “Le cose inutili sono destinate al fallimento?”. Lo sarebbe stata anche l’opera di Boon, se solo non avesse trovato l’animo di Murdoch predisposto ad accogliere il suo messaggio. Non solo farlo suo, ma interiorizzarlo al punto da morire abbracciato a Norvège, quel personaggio inventato da Boon che si anima solo per scomparire abbracciata all’anima anelante di vita del ragazzo. Nell’essenzialità della messinscena, di cui spicca il candore ospedaliero, Pascarella si alterna tra i tre ruoli di Boon, Murdoch e Norvège con una caratterizzazione tale da renderli perfettamente distinguibili, nonostante siano in qualche modo sovrapposti sulla stessa persona. Coadiuvandosi con un proiettore che gli permette di scandire per capitoli la narrazione, semplicemente mostrando parti del copione, e un modellino in scala di un salotto, l’attore riesce a evocare un mondo complesso, stratificato e intersecato nella maniera più inaspettata. Boon ne è il narratore principale, un antropologo forense che si trova a dover identificare due cadaveri trovati sul letto di un fiume. Riconoscendo in uno di essi un suo compagno di liceo, Sylvain Murdoch, scomparso anni fa, si apre una digressione che porta al centro dell’attenzione un desiderio rimasto inespresso e chiuso a chiave in un cassetto, quello di diventare scrittore, morto nel momento in cui, nel realizzare un compito in classe del fratello maggiore, gli aveva attirato lo scherno dei compagni. Il tema in questione doveva essere un elaborato sulla bellezza, e cosa significasse per i compaesani. Trovatosi in difficoltà, Boon aveva deciso di seguire un filone autonomo, creando un personaggio fittizio, Norvège, che si era chiusa in camera per motivi ignoti ai genitori. Molta della suspense viene creata sul motivo ignoto di tale chiusura, frutto di un blocco della fantasia di Boon, che non comprende fino in fondo da quale male possa essere afflitta. Sarà un incontro fortuito con Murdoch a permettergli di trovare la chiave, che tradurrà nella frase: “la bellezza trascurata diventa bruttezza”. La metafora prende vita nella forma di una sorta di piovra che abita nel ventre traslucido di Norvège, la quale, per sbarazzarsene, prenderà un coltello affilato e inciderà il suo ventre, condannandosi alla morte per dissanguamento pur di sradicare quel mostro da dentro di sé. Pascarella ne imita il gesto. Il sangue macchia il bianco del telo ai suoi piedi, scorre lungo le gambe fasciate da pantaloni candidi, fino a formare una pozza di un rosso cremisi violento ai piedi dell’attore. Nel sentire la storia di Norvège quando il compito viene letto in classe, Murdoch si alza in piedi dal suo banco ed esce fuori, in preda a un’euforia sconosciuta. Si ritroverà a pattinare sul lago, stretto alla sua Norvège, a quel sogno incarnato, senza rendersi conto dello strato di ghiaccio che si fa sempre più sottile, fino a creparsi. Ubriaco di vita e di bellezza, muore. Le cose inutili non sono destinate al fallimento, ma ci salvano dal rischio di farci divorare dal grigiore. L’arte è bellezza che può essere vissuta intensamente dalla comodità e sicurezza della propria poltroncina, senza per questo essere priva di minacce. C’è pur sempre il rischio di arrivare ad emozionarsi come Murdoch, e aggrappati al sogno evocato da Pascarella, partire per mete lontane, nelle braccia di un’ipotetica Norvège.

Dunque, tornando alla domanda posta prima, sarà il bisogno di essere attuali, come per Dad or Alive, a permetterci di volare? O abbracciare anche la possibilità del fallimento, come in Kamikaze? O ancora, la necessità determinante di salvarci dalla bruttezza che si cela nella nostra quotidianità e riprendere quelle tinte vivide spente dall’opacità delle nostre vite? Qualunque sia la ragione, poco importa. Ciò che conta davvero è avere il coraggio di saltare e intraprendere un viaggio. Fino al Mondo.  

Letizia Chiarlone

CREDITI

Dad or Alive di BumBumFritz

testi, live electronics, videompapping e regia Giovanni Frison e Michele Tonicello
fonica Christian Reale
scene e costumi Eleonora Rossi
movimenti scenici a cura di Stefania Borrella
produzione Cranpi, La Piccionaia Centro di Produzione Teatrale, La Corte Ospitale, Pergine Festival
con il sostegno di Scenario ETS, L’Arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale – Centro di Residenza Emilia-Romagna, Teatro Biblioteca Quarticciolo
grazie a Babilonia Teatri, Francesca Macrì e Massimiliano Chinelli

Kamikaze, spero vada meglio dell’ultima volta di Giulio Santolini

Di Giulio Santolini
Con Giulio Santolini e Daniele Boccardi
Dramaturg Lorenza Guerrini
Sound & light designer live Daniele Boccardi
Voci Filippo Baglioni, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini
produzione La Corte Ospitale
con il sostegno di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna
residenze artistiche Attodue, Fabbrica Europa/PARC
si ringrazia CollettivO CineticO, Simone Arganini, Stefano Tumicelli, Fabio Novembrini

Assetati di Wajdi Mouawad, con Davide Pascarella

regia e spazio scenico Davide Pascarella

dramaturg e assistente alla regia Alessandro Businaro

immagini e oggetti Maria Spadoni

disegno luci Carmine Pierri

direttore di scena Antonio Gatto

datrice luci Desideria Angeloni

grazie a Édouard Pénaud per la consulenza alla traduzione e a Cecilia Fabris per la voce registrata

progetto vincitore della terza edizione del Premio Leo de Berardinis per artisti e compagnie under 35

produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

F. Una risata vi seppellirà di Opera Popolare

da Falstaff di Giuseppe Verdi e William Shakespeare
un progetto di Opera Popolare
regia di Giorgio Vincenzo Pesenti
testo di Alice Sinigaglia
musiche e progetto sonoro di Pietro Micheletti
con Eugenio Maria de Giacomi, Samuele Migone, Yannick Vallet
scene e costumi di Giulia Bruschi e Riccardo Mainetti
realizzazione di Alessandro Carminati e Giuliana Dolci


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 Letizia Chiarlone

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