#Finsubito news – Dalla Sardegna un ponte tra Europa e Mediterraneo: la convention “Verso l’Onu delle religioni” lancia la proposta di un centro euromediterraneo e di una piattaforma per lo sviluppo dell’Isola


La Sardegna come laboratorio internazionale di dialogo, cooperazione e sviluppo, capace di collegare l’Europa alle comunità del Mediterraneo e dell’Africa. È la prospettiva emersa dalla Seconda Convention mondiale “Verso l’Onu delle religioni”, ospitata nella sala Anfiteatro di Galtellì fino a domani, 8 novembre 2026.

La giornata di oggi ha visto l’attenzione puntata sul ruolo delle religioni, delle istituzioni e della società civile nella costruzione di nuove politiche di solidarietà e crescita, che ha posto al centro del confronto la proposta di istituire un Centro Euromediterraneo e una Piattaforma Sardegna Mediterranea.

Due strumenti strategici, concepiti per tradurre in iniziative concrete il richiamo di Papa Leone XIV alla lotta contro la povertà e il sottosviluppo, valorizzando il contributo delle culture religiose e delle istituzioni democratiche. Un progetto che guarda a ventinove Paesi e recupera la visione di Giorgio La Pira, che individuava nella Sardegna un naturale crocevia tra Europa e Mediterraneo.

“Un appuntamento di questo valore mondiale si svolge in Sardegna ed è un segnale di crescita per un progetto in cui crediamo. Candidiamo la Sardegna come luogo di confronto e risoluzione dei conflitti per raggiungere la pace – ha sottolineato Giuseppe Meloni, vicepresidente della Regione -. In questo momento storico è fondamentale garantire dialogo e cooperazionee la Sardegna si candida ad essere un hub del Mediterraneo, centro del mondo rispetto alla ricerca scientifica con l’Einstein Telescope, ma anche rispetto ai temi religiosi con il Centro Euromediterraneo e la Piattaforma Sardegna Mediterranea nelsegno delle parole di Papa Leone XIV. Il contributo che tutti possiamo dare per risolvere i conflitti è fondamentale e dobbiamo cercare di dimostrare la vicinanza della Regione per costruirequalcosa di concreto, dando gambe a questo progetto. Il Fondo europeo di sviluppo regionale cuba oltre 1,5 miliardi di euro nella programmazione 2021-2027, nella prossima programmazione avremo spunti interessanti come la nuova strategia sulle isole e il tema delle aree interne, che è centrale nelle nostre politiche anche per i fondi regionali che stiamo stanziando. Sommando tutte le risorse si superano i 500 milioni di euro, tra fondi strutturali e molti fondi regionali. Abbiamo tuttavia necessità di nuovi diritti ed autonomia per essere quell’isola destinata a diventare un luogo di pace e confronto tra le religioni. Nel dialogo con l’Europa il messaggio è che si deve cogliere l’occasione di questa nuova strategia per accogliere le rivendicazioni della Sardegna di pari opportunità per tutti, chiediamo infatti di essere considerati alla pari degli altri, mettendoci nelle condizioni di avere le stesse opportunità, dal costo dell’energia al tema dell’Ets e la continuità territoriale aerea”.

Alla base delle proposte ci sono i principi della Carta delle Nazioni Unite, della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e delle tradizioni costituzionali e parlamentari, considerati il riferimento per costruire percorsi di cooperazione fondati sulla dignità della persona, sulla pace e sulla giustizia sociale.

Il confronto ruota attorno a sei proposte strategiche: il Parlamento delle culture religiose; la Magna Charta; il Codice etico universale; un nuovo ruolo dell’Onu a tutela delle minoranze religiose dalle aggressioni; lo status delle religioni monoteistiche a Gerusalemme; la risposta delle culture religiose alle crisi etiche nella società e nel mondo dei giovani. 

Un ulteriore contributo alla Convention è arrivato dal confronto sui nuovi strumenti di dialogo permanente tra le culture religiose. 

Antonello Menne, professore di Diritto dei sistemi culturali all’Università Cattolica di Milano, ha presentato il progetto di una Conferenza permanente delle Culture religiose, con la proposta di istituire un vero e proprio Parlamento delle Religioni, concepito come luogo stabile di incontro, confronto e cooperazione tra le diverse tradizioni spirituali. Un organismo capace di promuovere iniziative comuni sui temi della pace, della dignità umana e della convivenza tra i popoli. 

Alla definizione del progetto contribuisce un gruppo di lavoro composto da Francesco Beltrame Quattrocchi, Giuseppe Busia, Roberto Marchetti, Attilio Mastino e Yahya Sergio Yahe Pallavicini. 

Un secondo percorso strategico riguarda la Magna Charta delle Culture religiose, illustrata da Attilio Mastino, rettore emerito dell’Università di Sassari, con l’obiettivo di individuare principi e valori condivisi tra le diverse comunità religiose. Al progetto lavorano Francesco Beltrame Quattrocchi, Gianfranco Saba, Gianfranco Amato, Sergio Pallavicini e Corrado Lacava. Due iniziative che rafforzano la prospettiva della Sardegna come piattaforma euro-mediterranea di dialogo, fraternità e cooperazione internazionale.

“Di fronte a una crisi del dialogo interreligioso e la crisi dei conflitti del mondo, non è più sufficiente proclamare i valori dell’Onu o della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, perché faticano a entrare nell’agenda delle istituzioni e nelle culture religiose – ha confermato Angelo Rojch, presidente dell’Associazione Istituto delle Culture Religiose per l’Umanità e la Pace “Demetrio Marco De Luca – Siamo tutti fratelli” – noi puntiamo ad attuare le proposte di De Luca e arrivare sino all’Onu, all’Unione Europea e i Parlamenti del mondo, come ha confermato Tulia Ackson per l’Unione interparlamentare. Riteniamo che in questo senso sia fondamentale il pensiero di Papa Leone XIV anche per la Sardegna”.

“Proponiamo di avviare uno studio per la possibile istituzione di una zona europea speciale di compensazione dell’insularità, con strumenti differenziati in base alle condizioni dei territori sardi.Non si tratta di chiedere una zona franca o agevolazioni fiscali indiscriminate, ma di individuare misure giuridicamente sostenibili, proporzionate e compatibili con le regole europee, capaci di compensare gli svantaggi strutturali, favorire gli investimenti e creare occupazione – ha sottolineato Riccardo Achille Menghi, funzionario dell’Unione Europea -. La Sardegna rappresenta un caso emblematico: una grande isola mediterranea, ricca di risorse ambientali, culturali e umane, che continua tuttavia a subire svantaggi strutturali. La nostra proposta è trasformare l’insularità da condizione permanente di svantaggio a opportunità strategica europea, attraverso un nuovo modello di coesione territoriale e cooperazione mediterranea. La Piattaforma Sardegna Mediterranea nasce anche dalle parole pronunciate da Papa Leone XIV nel giugno 2025, durante l’incontro con i parlamentari riuniti a Roma. Il Pontefice ha richiamato le istituzioni alla responsabilità di mettere la politica al servizio della persona, della giustizia sociale, del dialogo e del bene comune. La Sardegna può diventare un laboratorio europeo nel quale questi principi si traducano in politiche concrete. L’articolo 174 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea riconosce la necessità di prestare particolare attenzione ai territori caratterizzati da svantaggi naturali o demografici gravi e permanenti, comprese le regioni insulari. Per questo occorre predisporre un dossier tecnico e giuridico che quantifichi i costi aggiuntivi dell’insularità e individui gli strumenti di intervento più efficaci”.

Il dirigente della Corte dei conti europea, Friedemann Zippel(European Court of Aiditors, Luxembourg, principal manager, cohesion policy, european agencies, Eu external actions) ha illustrato il ruolo della politica di coesione per la Sardegna e i possibili cambiamenti dopo il 2027. 

“Il punto di partenza è l’articolo 174 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che riconosce gli svantaggi delle regioni insulari. La distanza dai principali centri economici incide sulla possibilità di accedere al lavoro, all’istruzione e ai servizi pubblici. Nel periodo 2021–2027 la Sardegna dispone di circa 1,5 miliardi di euro attraverso il Fondo europeo di sviluppo regionale, con oltre 522 milioni destinati alla transizione verde, e di circa 744 milioni attraverso il Fondo sociale europeo Plus, con l’occupazione come prima priorità – ha sottolineato Friedemann Zippel -. L’efficacia di queste risorse dipende dalla qualità dei progetti selezionati e attuati dalle autorità regionali e locali. Per il periodo 2028–2034, la Commissione europea propone di riunire in un unico fondo politiche oggi finanziate separatamente, attuandole attraverso un piano di partenariato per ciascuno Stato membro. La riforma potrebbe semplificare la programmazione e rendere più flessibile l’uso delle risorse. Per la Sardegna, la priorità indicata è ridurre il divario tra costa e aree interne, migliorando i collegamenti e l’accesso ai servizi, creando opportunità perché i giovani qualificati possano restare o tornare e favorendo un’occupazione più stabile oltre la stagione turistica”. 

La Sardegna protagonista del dialogo euromediterraneo

Un appuntamento internazionale che riprende il percorso avviato nel 2013 e punta a trasformare il dialogo tra le fedi in proposte concrete da sottoporre all’Organizzazione delle Nazioni Unite, all’Unione Interparlamentare e ai Parlamenti del mondo.

L’iniziativa è promossa dall’Associazione Istituto delle Culture Religiose per l’Umanità e la Pace “Demetrio Marco De Luca – Siamo tutti fratelli”, presieduta da Angelo Rojch, con Francesco Beltrame Quattrocchi alla presidenza dell’Alto Comitato.

I confronti, moderati dai giornalisti Giuseppe Deiana e Daniela Astara, hanno coinvolto rappresentanti delle istituzioni regionali e locali, delle comunità religiose, del mondo economico, del lavoro e delle organizzazioni internazionali. Al centro della convention il pensiero del filosofo e studioso Demetrio Marco De Luca, scomparso nel 2022, che aveva individuato nell’unione delle culture religiose una forza morale capace di contribuire alla prevenzione dei conflitti e alla difesa dei diritti umani. Una prospettiva che parte proprio dalle difficoltà strutturali dei territori dell’interno, dove il progressivo impoverimento demografico ed economico rende sempre più urgente una strategia di rilancio.

“Noi siamo al centro del Mediterraneo ma ai margini dei grandi sistemi economici, infrastrutturali e decisionali – ha spiegato Michele Cossa, presidente del Comitato per l’attuazione dell’insularità -. L’appello alla fraternità non è solo esortazione morale, non può esserci pace senza giustizia e non c’è giustizia senza il principio costituzionale di eguaglianza sostanziale. I diritti non basta proclamarli se non possono essere esercitati e il tema dell’insularità investe proprio il principio di eguaglianza perché la geografia non può essere una condanna e diventare una giustificazione per l’inerzia delle istituzioni. Ci sono identità, biodiversità, il confronto fra culture, ma per i sardi è soprattutto una frattura, un dramma per le imprese, dall’agricoltura alla piccola industria, che non possono competere ad armi pari con gli altri. La Sardegna è condannata ad un allargamento costante della forbice dello sviluppo, il piano inclinato in cui ci troviamo tende a non cambiare verso e c’è un moltiplicatore derivante dall’insularità, che incide sui trasporti ma anche per la difficoltà per gli studenti, il gap nella salute, difficoltà negli spostamenti per i lavoratori. Si tratta della traduzione delle discontinuità in unosvantaggio economico, sociale e nell’esercizio dei diritti di cittadinanza. Si parla di Piattaforma Sardegna Mediterraneo, come un ponte che svolge la propria funzione se è possibile attraversarlo e noi pensiamo di essere crocevia ma siamo inarrivabili. Serve rendere effettivo il principio di insularità e costruire una funzione internazionale della Sardegna”. 

Nuoro e le aree interne della Sardegna hanno, quindi, bisogno di una visione che superi i confini locali e restituisca centralità ai territori. Il Centro Euromediterraneo può rappresentare un’occasione per mettere in relazione cultura, formazione, innovazione e cooperazione internazionale, creando nuove opportunità per le giovani generazioni. 

“Questo evento dà grande visibilità a Galtellì e il nostro territorio, per riportare la politica e il governo degli enti locali vicini a iniziative di questa importanza – ha sottolineato Giuseppe Ciccolini, presidente della Provincia di Nuoro -. Una sfida mondiale per questo territorio che affrontiamo per l’Einstein Telescope, in cui entra anche il rapporto con la fede, che è molto importante, convivendo con la scienza e cercando un punto di incontro. La politica deve costruire ponti e una pace diffusa di cui sentiamo il bisogno”. 

Una piattaforma per lo sviluppo e le politiche europee

Accanto alla dimensione culturale e religiosa, la Convention haquindi approfondito gli strumenti necessari per dare concretezza alla proposta euromediterranea. Particolare attenzione è stata dedicata al rapporto tra le strategie dell’Unione Europea e le esigenze dei territori, con l’obiettivo di individuare nuove opportunità di cooperazione, investimento e sviluppo.

“Bisogna creare le condizioni perché il diritto al lavoro possa essere realmente esercitato, partendo dal monito di Papa Leone XIV che ha richiamato pace e dignità umana e l’urgenza difermare le nuove forme di colonialismo e una logica economica che considera le risorse del territorio come elementi solo da sfruttare- ha spiegato Pierluigi Ledda, segretario regionale della Cisl-. C’è la necessità di una cooperazione internazionale che fermi il neocolonialismo, che coinvolge tutti noi nell’impego quotidiano, lavorando perché le risorse naturali portino a migliorare la vita delle persone. Le risorse devono essere investite,ma soprattutto utilizzate, con la partecipazione delle comunità alle decisioni. Il richiamo al Papa non riguarda solo i rapporti tra i Paesi più forti e quelli più deboli, ma al modo in cui ognuno esercita le proprie responsabilità. La Sardegna Africa d’Europa, il titolo del mio intervento, contiene una provocazione, non penso che noi dobbiamo immaginare Sardegna e Africa come sinonimo di arretratezza ma guardare alla storia e la cultura. La Sardegna è parte dell’Europa, con autonomia speciale, con imprese ecompetenze, ma incontriamo tante difficoltà nei collegamenti, nei servizi, nel lavoro e nella capacità di trattenere i giovani. La Sardegna è cambiata in questi anni, ottenendo risultati, ma il lavoro e la conoscenza sono elementi fondamentali e bisogna fare di più per i giovani e non costringerli a partire per una condizione di svantaggio. Il Mediterraneo per noi è un luogo di opportunità, dobbiamo assumere una diversa attenzione per diventare protagonisti di questo luogo che consegna importanti occasioni di sviluppo”. 

Dalla Convention a un progetto permanente

Nel corso dell’iniziativa è stato richiamato anche il valore simbolico della tradizione religiosa sarda, attraverso l’esecuzione di Visita Regis, la canzone del Cristo di Galtellì, proposta da Leena Galte come messaggio di pace e non violenza. La proposta del Centro Euromediterraneo e della Piattaforma Sardegna Mediterranea rappresenta il punto di partenza per costruire un percorso stabile di collaborazione tra istituzioni, comunità religiose, università, imprese e organizzazioni sociali. L’obiettivo è passare dal confronto culturale alla definizione di iniziative concrete, capaci di mettere in relazione le sfide dello sviluppo locale con quelle della cooperazione internazionale. Una prospettiva che assegna alla Sardegna un ruolo nuovo: non più soltanto isola al centro del Mediterraneo, ma piattaforma di dialogo, innovazione e solidarietà tra Europa e Africa, nel segno della fraternità e della pace.

Il progetto trova uno dei suoi principali riferimenti nel messaggio di Papa Leone XIV sulla necessità di affrontare le disuguaglianze, la povertà e il sottosviluppo, riconoscendo alla dignità umana e alla solidarietà un ruolo centrale nelle politiche pubbliche. Il dialogo tra le diverse confessioni religiose diventa così uno strumento per costruire relazioni tra popoli e culture, superare le divisioni e promuovere la pace. Una pluralità di esperienze e tradizioni chiamate a confrontarsi sui valori della convivenza, della libertà religiosa e della responsabilità collettiva.

“Riorniamo a Paolo VI il quale aveva invocato la promozione di un nuovo umanesimo, a Giovanni Paolo II il quale invitava l’Europa a riscoprire le sue radici spirituali e Papa Benedetto XVI con il contrasto a qualsiasi forma di polarizzazione, fino a Papa Francesco con l’invito a riscoprire il valore della fraternitàuniversale intrinseco all’umanità e infine Papa Leone XIV con l’invito a promuovere l’humanitas  – ha sottolineato MonsignorGianfranco Saba, ordinario militare, nel suo intervento “Religioni ed Amicizia Sociale alla luce della Fratelli Tutti e di Magnifica Humanitas. Spunti per la Comunità euromediterranea di popoli, culture e religioni -. La fede e spiritualità porta alla via della riconciliazione, le religioni devono essere nella loro identità al servizio della fraternità universale. La comunicazione della fede non è un atto di invasione dell’altro, ma una piattaforma di rispetto reciproco gli uni con gli altri. Oggi sono in corso conflitti nei quali il fattore religioso ha un ruolo e una presenza che richiede sempre più chiarezza e la via che ci accomuna è quella della preghiera, con la capacità di mettersi in ascolto di Dio alla sua presenza, capace di trasformare il cuore e l’intelligenza dell’uomo”. 

“Vogliamo camminare insieme e dialogare, non per fondare una grande religione mondiale ma costruire una società fraterna capace di cercare le condizioni di una pacifica convivenza per la pace disarmata e disarmante tra tutti i popoli” ha detto Don Piero Mula, parroco di Galtellì, citando il recente incontro di Assisi e i documenti del Concilio Vaticano II.

“La fraternità, l’amore e la pace le troviamo nella società, ma nelle religioni spesso c’è l’estremismo e questo aspetto non lopossiamo negare – ha spiegato Hamad, Imam della moschea di Olbia -. Serve il dialogo per conoscere il prossimo, approfondirlo vuol dire accettare di ascoltare il prossimo. Bisogna ascoltare. I conflitti nel mondo portano povertà e odio anche da noi. C’è poi la colonizzazione e il potere di prendere l’economia di un popolo per renderlo più povero. Per la pace serve un impegno comune, bisogna sostenere chi vuole la fraternità perché diventi più forte”. 

“Noi ricordiamo come progressisti le riforme fatte dai sovrani modernizzatori, la prima Costituzione e la scuola obbligatoria fino alla prima elementare, diritto di famiglia e abolizione della pena capitale, grande fervore e visione, ma l’impero britannico fece un colpo di Stato sobillando i mullah – ha raccontato Soraya Malek, principessa, nipote del re dell’Afghanistan, Amanullah Khan, parlando del nonno nell’intervento “La politica, la spiritualità e l’interesse della comunità: il regno di Amanullah Khan e Soraya Tarzi” -. Nel 1929 con un colpo di Stato lasciarono l’Afghanistan e arrivarono in India. Poi vennero in esilio in Italia e noi siamo la seconda generazione che viviamo tra Italia ed altri Paesi del mondo. I miei nonni morirono tutti all’estero anche se oggi sono sepolti in Afghanistan”

“La mia esperienza in Afghanistan nasce nel 2003 a Kabul quando ero anch’io un militare della Brigata Sassari, prima di diventare sacerdote e per due missioni sono stato a Kabul con l’incarico della bonifica di ordigni esplosivi. Abbiamo bonificato quei terreni per tre mesi in uno dei Paesi più minati al mondo – ha raccontato il sacerdote Francesco Mocci – Sono stati sminati 3500 chilometri quadrati di terreno ma ne mancano circa 1500, un problema che tocca la vita sociale in tutte le sue dimensioni. Tanti uomini e bambini che hanno perso arti per essere venuti a contatti con simboli di guerra, che lasciano segni di morte e dolore nel tempo in questo Paese. Una mina non ferma il nemico, ma lascia cicatrici in uomini, donne e bambini e in un popolo che da secoli soffre. L’Afghanistan è vessato da anni di conflitti, porto così con me istantanee di un popolo solare e pacifico, che ama il dialogo”. 

“L’umanesimo è una concezione della vita fondata sulla ragione e sui valori umani, che permette di costruire un’esistenza ricca di significato senza necessariamente fare riferimento a una religione o a una dimensione soprannaturale – ha spiegato Alavari Jeevathol, board member of Humanists International nel suo intervento “Dialogo e umanesimo” -. Come rappresentanti di Humanists International, organizzazione presente in circa 60 Paesi, riteniamo fondamentale che anche umanisti, atei, agnostici e liberi pensatori possano partecipare al dialogo accanto alle grandi religioni del mondo. In molti Paesi queste persone incontrano ancora ostacoli alla libertà di espressione e di partecipazione alla vita pubblica. Non può esserci un autentico dialogo se qualcuno viene escluso. Per questo siamo pronti a collaborare alle iniziative di confronto e di promozione della pace. Essere stati invitati qui, in Sardegna, rappresenta per noi un importante segnale di apertura e inclusione, per il quale siamo profondamente grati”.

“Sono Jairo, colombiano, originario di Cali, e svolgo la mia missione pastorale a Dresda, in Germania, una città dove le differenze culturali e religiose sono sempre più evidenti. Gli stranieri rappresentano appena il 12 per cento della popolazione e noi latinoamericani siamo una minoranza nella minoranza – ha raccontato Jairo Antonio Popo Vallecilla, vicario generale per la Germania dell’Orthodox Anglican Church nell’intervento “Il cyberspazio, luogo d’incontro col Risorto” -. Nella nostra esperienza abbiamo constatato come la xenofobia e la diffidenza verso chi è diverso siano alimentate anche dai social network, attraverso contenuti manipolatori e false notizie che influenzano soprattutto i giovani. Quello che accade nel mondo virtuale ha conseguenze concrete nelle nostre strade e nelle relazioni tra le persone. Per questo i leader religiosi e politici hanno una grande responsabilità: utilizzare le nuove tecnologie per diffondere messaggi di unità, rispetto e valorizzazione della dignità umana. Come ci richiama anche Papa Leone, dobbiamo prenderci cura non soltanto della nostra casa comune, ma anche dello spazio digitale che abitiamo ogni giorno. È qui che siamo chiamati a diventare protagonisti di una nuova umanità, capace di costruire ponti anziché divisioni”.

“Il patto del dialogo interreligioso è stato recentemente firmato a Roma per cui, come dice il nostro maestro Daisaku Ikeda, ogni religione può esercitare un’influenza positiva sulle altre e dedicata alla felicità del genere umana e ogni fede potrà manifestare il suo valore intrinseco e la forza più grande per la realizzazione della pace nel mondo – ha sottolineato Corrado Lacava, coordinatore delle Relazioni Esterne e del Dialogo Interreligioso per la Sardegna dell’Istituto Buddista Italiano Sokka Gakkai -. Con queste parole ci stiamo impegnando per intraprendere questo cammino e coinvolgere quante più persone. L’attività con i giovani, pur con tutte le difficoltà, ha un potenziale infinito”.

“Da questo paesino può mai venire qualcosa di buono? Io credo di sì. Un cammino di pace non è compatibile con frontiere separate dalle bandiere, perché ereditare la terra è un diritto di tutta l’umanità – ha detto Luis Miguel Perea, vescovo dell’Orthodox Anglican Church –. Non c’è più una terra promessa, non lo sono gli Stati Uniti e nemmeno Gerusalemme, ma l’umanità intera. In questa prospettiva bisogna percorrere un territorio, mi impregno e prendo la terra e la faccio mia. Per la nostra umanità significa assumere la propria responsabilità sul creato e sulla natura. Sembra scontato, ma la nostra società si sta consumando da sola. Stiamo rovinando il pianeta solo per il denaro. Il dovere che dobbiamo assumere tutti quanti è ereditare la terra, in un cammino di pace che non è un destino o punto da raggiungere, ma un percorso da fare tutti insieme”

“È proprio là dove le fratture e le ferite sono più profonde, nei luoghi in cui più urgente si leva l’appello alla pace, che prende avvio questa iniziativa, radicata nei valori fondamentali della dottrina sociale cattolica: verità, amore e pace – ha sottolineato Hyung Sik Shin, ambasciatore della Repubblica della Corea del Sud presso la Santa Sede –. La Giornata mondiale della Gioventù di Seul 2027 trasformerà la penisola coreana, che porta le cicatrici indelebili della divisione e dell’antagonismo, in un grande laboratorio vivente di pace, dove i giovani di tutto il mondo impareranno a convivere. Una pace disarmata e disarmante smantella attivamente le strutture radicate della diffidenza reciproca, dell’inimicizia e della paura. La zona demilitarizzata, a lungo considerata un simbolo della Guerra Fredda, dello scontro e dello stallo militare, assume un significato nuovo: il passaggio dei giovani attraverso la DMZ sarà un coraggioso gesto di diplomazia, un cammino che supera la fredda logica della deterrenza militare e apre un nuovo orizzonte di fiducia reciproca e di dialogo”.

“Un primo Parlamento delle Religioni si tenne nel 1893 a Chicago, con leader religiosi di tutto il mondo che si parlarono superando la storia di rapporto conflittuale tra le religioni – ha spiegato Luigi De Salvia, presidente di Religions for Peace-Italia e dell’assemblea generale di Religions for Peace-Europe -. Si è seminato con effetti nel tempo, in una prospettiva che viaggia tra utopia e impegno concreto, rispetto a questo abbiamo un patrimonio al quale legarci. È possibile vedere i giovani diventare attori di pace, superando le ostilità, dialogando e portando avanti progetti comuni. Dall’attenzione all’ambiente alla libertà religiosa, bisogna difendere la pace in tutti i modi possibili collegandosi con le istituzioni e le reti già esistenti”


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