Legge di Bilancio 2027: frammentare, disgregare, dividere, indebolire, disincentivare.
DALLA PROPAGANDA ALLA REALTÀ
Estratto dalla conferenza stampa del Consiglio dei ministri del 28 ottobre 2026, l’intervento della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni:
«Prima di entrare nel merito delle misure principali, voglio dire che, a monte, la filosofia che governa anche questa Manovra di bilancio è stata quella di concentrare le risorse, non moltissime, che avevamo a disposizione sulle stesse priorità alle quali ci siamo dedicati nei quattro anni che sono passati: famiglia, natalità, riduzione delle tasse, tutela del potere d’acquisto, incentivi al lavoro, incentivi alle imprese, salute dei cittadini».
E ancora:
«Questa Manovra va quindi letta non come un provvedimento a sé stante, ma come un altro tassello di una strategia di medio-lungo termine che ha quindi una logica di legislatura, un percorso pluriennale».
La Presidente rivendica la coerenza, la coesione e la linearità del percorso intrapreso dal Governo. Una strategia che, nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe tutelare le famiglie, sostenere il lavoro, ridurre le tasse e garantire la salute dei cittadini.
La Legge di Bilancio 2027 si prepara all’esame del Parlamento.
Possiamo già affermare che questa manovra non offre risposte adeguate all’emergenza economica e sociale del Paese. Le misure previste non incidono sulle cause dell’impoverimento, non restituiscono potere d’acquisto ai salari e non rafforzano in modo strutturale i servizi pubblici. La distanza tra gli obiettivi dichiarati e gli interventi concreti è evidente.
TRA GLI OBIETTIVI DICHIARATI E LA REALTÀ DEI PROVVEDIMENTI
Le risorse vengono concentrate su alcune priorità, ma non emerge una risposta strutturale all’impoverimento, alla perdita di potere d’acquisto, alle difficoltà di accesso ai servizi e alle disuguaglianze che attraversano il Paese.
Bonus, agevolazioni fiscali e incentivi possono offrire un sostegno circoscritto a chi possiede i requisiti per beneficiarne. Non sono, però, sufficienti a garantire diritti che dovrebbero essere accessibili a tutti.
La risposta ai bisogni collettivi viene affidata prevalentemente a misure selettive, temporanee e condizionate. 
La tutela dei diritti lasci progressivamente il posto alla capacità individuale di procurarsi ciò di cui si ha bisogno.
La questione non riguarda soltanto quanto viene distribuito, ma quale idea di società orienta le scelte pubbliche.
Si accentua, inoltre, una tendenza che attraversa diversi ambiti della vita sociale: il progressivo trasferimento della risposta ai bisogni dal sistema pubblico alla capacità individuale di acquistare servizi sul mercato.
TASSAZIONE IRPEF
Lavoratori dipendenti
L’IRPEF è oggi articolata su tre aliquote: il 23% sui redditi fino a 28.000 euro, il 33% sulla parte compresa tra 28.000 e 50.000 euro e il 43% sulla quota superiore a 50.000 euro.
È il risultato di una serie di interventi succedutisi negli ultimi anni: il taglio del cuneo fiscale, il passaggio da quattro a tre aliquote e la riduzione dal 35% al 33% della seconda aliquota con la manovra 2026.
Con il disegno di legge di Bilancio 2027 viene innalzato da 50.000 a 55.000 euro il limite superiore dello scaglione tassato al 33%. Il beneficio massimo annuo derivante da questa modifica è di 500 euro per i contribuenti che raggiungono la soglia interessata.
Il Governo presenta l’intervento come un sostegno al ceto medio. Ma è necessario chiedersi quale sia la sua portata effettiva di fronte alla perdita di potere d’acquisto accumulata negli anni e a retribuzioni che faticano a recuperare il costo della vita.
Un beneficio fiscale può essere utile, ma non equivale a un aumento strutturale del salario. Non modifica il valore del lavoro, non garantisce il rinnovo tempestivo dei contratti e non risolve le difficoltà di chi percepisce redditi insufficienti a sostenere le spese quotidiane.
Lavoratori autonomi e professionisti
Il disegno di legge innalza da 85.000 a 100.000 euro la soglia di ricavi o compensi per accedere al regime forfettario ai fini delle imposte sui redditi, assoggettato all’imposta sostitutiva del 15%, ridotta al 5% per le nuove attività nei casi previsti. La soglia ai fini IVA resta invece a 85.000 euro, in attesa dell’autorizzazione europea.
Il vantaggio può essere significativo per chi, superando la precedente soglia, può continuare a beneficiare del regime agevolato. Non è tuttavia possibile attribuire a tutti i professionisti un risparmio identico: il risultato dipende dalla situazione fiscale e contributiva individuale.
Il confronto con il lavoro dipendente mette in luce una differenza di trattamento che merita attenzione. Il lavoratore subordinato beneficia della riduzione IRPEF secondo il proprio reddito imponibile; il lavoratore autonomo che possiede i requisiti può accedere a un regime sostitutivo con una struttura fiscale differente.
L’articolo 53 della Costituzione stabilisce che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività.
La progressività fiscale non può essere considerata un principio secondario, da applicare soltanto quando le condizioni economiche lo consentono. È uno strumento fondamentale per distribuire equamente il peso delle spese comuni e sostenere la solidarietà sociale.
La successione di interventi che riducono le aliquote e ampliano i regimi sostitutivi rischia di indebolire questo principio, creando differenze di trattamento che non dipendono esclusivamente dalla capacità contributiva.
Nel frattempo, non emerge una strategia altrettanto incisiva e strutturale per contrastare l’evasione fiscale e assicurare che tutti contribuiscano secondo le proprie possibilità.
La questione fiscale non riguarda soltanto il risparmio del singolo contribuente: riguarda il rapporto tra equità, solidarietà e finanziamento dei diritti collettivi!
Se il sistema fiscale perde progressività, non si produce soltanto una diversa distribuzione del carico tributario. Si indebolisce anche la capacità della fiscalità generale di sostenere quei servizi universali che dovrebbero garantire a tutti, indipendentemente dal reddito, l’esercizio dei propri diritti.
Il problema, dunque, non è soltanto quanto risparmia il singolo contribuente, ma quale prezzo collettivo si paga quando viene meno il principio della contribuzione secondo la capacità economica.
PENSIONI
Anche sul fronte previdenziale gli annunci e le aspettative devono essere confrontati con i provvedimenti effettivi.
Il ripristino di Quota 100, a lungo invocato dalla Lega, non viene introdotto. Il disegno di legge istituisce invece un fondo da 850 milioni di euro annui per il triennio 2027-2029, destinato a interventi per favorire la flessibilità in uscita, con particolare riferimento a chi accede alla pensione con il sistema contributivo. Le modalità concrete e la platea dei beneficiari dovranno essere definite.
Nel frattempo, restano le criticità di un sistema che continua a richiedere requisiti elevati per il pensionamento. È confermato l’adeguamento alla speranza di vita previsto dalla normativa vigente: un mese nel 2027 e tre mesi complessivi nel 2028, con le deroghe stabilite per determinate categorie di lavoratori.
La manovra interviene inoltre sulla rivalutazione degli assegni pensionistici di importo superiore a quattro volte il trattamento minimo, mentre non viene ripristinata Opzione Donna.
La pensione non è una concessione: è il risultato di una vita lavorativa e contributiva. La possibilità di uscire dal lavoro deve tenere conto non soltanto dell’equilibrio dei conti pubblici, ma anche delle condizioni delle persone, della fatica accumulata e delle diverse aspettative di vita lavorativa.
Un fondo destinato a future misure non equivale ancora a una possibilità concreta di pensionamento. Occorre verificare chi potrà beneficiarne, a quali condizioni e con quali risorse.
La tutela previdenziale dovrebbe garantire sicurezza e dignità dopo il lavoro. Se, invece, i requisiti diventano sempre più stringenti e il potere d’acquisto degli assegni viene compresso, il rischio è che una parte crescente del peso venga trasferita sulle persone e sulle loro famiglie.
Il diritto a una vecchiaia dignitosa non può essere ridotto a una questione di compatibilità contabile: deve rimanere parte integrante della protezione sociale.
GIOVANI
Il Governo ha più volte dichiarato che la manovra avrebbe avuto al centro i giovani, con l’obiettivo di sostenere i salari di chi comincia a lavorare e frenare la fuga all’estero.
Ma che cosa viene concretamente offerto?
La misura prevista non è un assegno erogato dallo Stato. Si tratta di un’imposta sostitutiva dell’1% sugli incrementi del reddito da lavoro dipendente riconosciuti nel 2027 rispetto al 2026, entro specifici limiti di reddito e di importo, per i lavoratori under 30 del settore privato che possiedono i requisiti previsti. L’importo agevolabile è limitato a 2.500 euro.
Possiamo considerarla una mancetta fiscale: una misura temporanea che interviene sulla tassazione di un eventuale incremento retributivo, ma non sul livello dei salari, sulla precarietà e sulle condizioni che impediscono a tanti giovani di costruire un progetto di vita autonomo.
La misura non affronta il problema strutturale delle retribuzioni insufficienti, della precarietà, della difficoltà di trovare un’occupazione stabile e della necessità di costruire un progetto di vita autonomo.
I giovani non hanno bisogno soltanto di incentivi fiscali: hanno bisogno di lavoro dignitoso, salari adeguati, formazione, servizi accessibili e prospettive concrete per il futuro.
Se un giovane deve lasciare il Paese perché non riesce a sostenere le spese di una vita indipendente, non è sufficiente ridurre temporaneamente le imposte su un eventuale aumento di stipendio. Bisogna intervenire sulle condizioni che rendono quel progetto difficile da realizzare.
La promessa di contrastare la fuga dei giovani si misura sulla capacità di creare opportunità, non sul numero di agevolazioni introdotte.
Il diritto al lavoro non può tradursi in una successione di incentivi: deve diventare la possibilità concreta di vivere del proprio lavoro, con dignità e autonomia.
SICUREZZA SUL LAVORO
Nessun intervento specifico sulla prevenzione degli infortuni e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro emerge tra le misure annunciate per la Legge di Bilancio 2027.
Eppure, la realtà continua a essere drammatica.
Dietro ogni numero rilevato dalle statistiche di infortuni e morti sul lavoro c’è una persona, una famiglia, una comunità che perde qualcuno. Eppure, queste morti sembrano diventare invisibili, relegate alla cronaca quotidiana, come se fossero un prezzo inevitabile da pagare per produrre.
La sicurezza sul lavoro non è un costo da contenere, né un adempimento burocratico. È un diritto fondamentale e una responsabilità che riguarda le imprese, le istituzioni e l’intero sistema produttivo.
Prevenzione, controlli, formazione, organici adeguati degli organi ispettivi, contrasto al lavoro irregolare e responsabilità lungo tutta la catena degli appalti sono strumenti indispensabili. Non bastano dichiarazioni di principio: servono interventi concreti, risorse e una strategia capace di impedire che il profitto e la riduzione dei costi prevalgano sulla vita delle persone.
Il Governo dichiara di voler incentivare il lavoro e sostenere le imprese, ma quale valore viene riconosciuto al lavoro se non si garantisce prima di tutto la sicurezza di chi lo svolge?
Si cominci piuttosto a smantellare la pericola e inaccettabile legge sugli appalti.
Non esiste lavoro dignitoso senza sicurezza. Non esiste tutela del lavoro se la vita di chi lavora continua a essere messa a rischio.
SANITÀ
La salute è uno degli ambiti nei quali la distanza tra il diritto proclamato e la sua effettiva fruibilità si manifesta con maggiore evidenza.
Il disegno di legge prevede una Carta del valore di 300 euro per le persone che abbiano compiuto 75 anni entro il 31 dicembre 2026, titolari di pensione non superiore a 28.000 euro annui e in possesso degli ulteriori requisiti previsti. La Carta è destinata a beni e prestazioni sanitarie non coperte dal Servizio sanitario nazionale, secondo le modalità che saranno definite.
Il Governo presenta la misura come un sostegno agli anziani. Ma un contributo individuale, peraltro limitato, non aumenta automaticamente la disponibilità di visite, esami e prestazioni negli ambulatori pubblici.
Le liste d’attesa, la carenza di personale e le difficoltà di accesso alle cure riguardano cittadini di tutte le età. Un piccolo aiuto riservato a una specifica fascia della popolazione non risolve il problema generale dell’accessibilità.
Il problema non si risolve offrendo al cittadino un contributo per acquistare sul mercato ciò che il servizio pubblico non riesce a garantire. Si rischia, al contrario, di rendere normale e inevitabile il ricorso al privato, trasformando progressivamente un diritto universale in una prestazione condizionata dalle possibilità economiche.
Quando l’offerta pubblica non è in grado di garantire una prestazione in tempi ragionevoli, chi dispone delle risorse economiche può rivolgersi al privato. Chi non può permetterselo rischia di rinunciare alle cure o di rimandarle.
L’articolo 32 della Costituzione definisce la salute un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività. Non la configura come un bene da acquistare in base alle possibilità personali.
Quando per esercitare un diritto è necessario ricorrere alle proprie risorse economiche, l’universalità della tutela rischia di rimanere soltanto formale.
SCUOLA
Anche la scuola deve essere valutata alla luce della funzione che la Costituzione le assegna.
Le riduzioni degli organici previste per i prossimi anni richiedono una verifica puntuale dei provvedimenti e della distribuzione degli interventi tra personale docente e personale ATA. Il calo demografico non può diventare una giustificazione automatica per ridurre il personale. Dovrebbe essere, al contrario, un’occasione per migliorare la qualità dell’insegnamento, ridurre il numero di alunni per classe, rafforzare il sostegno e contrastare la dispersione scolastica.
La parte economica del CCNL Istruzione e Ricerca 2025-2027 è stata sottoscritta definitivamente il 1° luglio 2026. La questione da porre riguarda quindi l’adeguatezza degli incrementi retributivi, il recupero del potere d’acquisto e le risorse necessarie a valorizzare il lavoro del personale scolastico.
La detassazione del salario accessorio, entro i limiti previsti, può offrire un beneficio a una parte dei lavoratori, ma non sostituisce una politica retributiva strutturale né il ruolo della contrattazione collettiva.
Nel contempo, la proroga del contributo destinato alle famiglie per le spese di frequenza delle scuole paritarie, fino a 1.500 euro per studente e nei limiti dei requisiti previsti, solleva una questione di priorità nell’allocazione delle risorse pubbliche: occorre verificare se e come le scelte effettuate contribuiscano a garantire l’effettiva uguaglianza delle opportunità educative.
L’articolo 34 della Costituzione afferma che la scuola è aperta a tutti e riconosce il diritto dei capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i gradi più alti degli studi.
Non è una dichiarazione astratta. Impone alla Repubblica di creare le condizioni affinché il reddito della famiglia non determini il futuro formativo di una persona.
Se la scuola pubblica viene impoverita e le famiglie sono costrette a integrare sempre più spesso con risorse proprie ciò che manca, le opportunità rischiano di dipendere in misura crescente dalle condizioni economiche di partenza.
Non è soltanto una questione di organizzazione scolastica o di bilancio: è una questione di uguaglianza sostanziale.
Una scuola che non riesce a offrire a tutti le stesse opportunità rischia di riprodurre le disuguaglianze anziché contribuire a superarle.
E quando si riducono le occasioni di formazione, si restringono anche gli strumenti con cui le persone possono comprendere la realtà, partecipare consapevolmente alla vita democratica e far valere i propri diritti.
Difendere la scuola pubblica significa quindi difendere non soltanto il diritto all’istruzione, ma anche le condizioni necessarie per una cittadinanza piena e consapevole.
LA DISTANZA DALLA COSTITUZIONE
Fisco, pensioni, lavoro giovanile, sanità e scuola possono sembrare ambiti distinti, ciascuno regolato da esigenze e vincoli specifici.
Considerati nel loro insieme, però, pongono una domanda comune: le misure previste rafforzano la capacità della Repubblica di garantire i diritti oppure affidano una parte crescente della loro tutela alle possibilità individuali?
È questo il filo che collega le diverse questioni.
Quando il sostegno al reddito prende prevalentemente la forma di agevolazioni selettive, quando la pensione diventa sempre più difficile da programmare, quando i giovani ricevono incentivi senza che siano risolti i problemi strutturali del lavoro, quando l’accesso alle cure dipende dalla possibilità di ricorrere al privato e quando le opportunità educative rischiano di essere condizionate dal reddito familiare, il risultato è un progressivo smantellamento delle garanzie collettive.
L’articolo 3 della Costituzione assegna alla Repubblica un compito preciso: rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona e ostacolano l’effettiva partecipazione dei lavoratori alla vita del Paese.
Non siamo di fronte soltanto a singole misure da discutere o a benefici da quantificare.
Siamo di fronte a un indirizzo politico che dobbiamo contrastare, perché le sue conseguenze non si misurano soltanto nei singoli provvedimenti, ma nel progressivo indebolimento delle condizioni materiali che rendono effettivi i diritti.
IL DIRITTO NON PUÒ DIVENTARE UN PRIVILEGIO
La Costituzione non promette che tutte le risorse siano illimitate. Stabilisce, però, i principi ai quali devono essere orientate le scelte della Repubblica: dignità, uguaglianza, lavoro, solidarietà e tutela dei diritti.
Le risorse disponibili devono essere distribuite e utilizzate in modo da rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di esercitare quei diritti, non limitandosi a intervenire sulle conseguenze delle disuguaglianze.
Quando prevalgono risposte frammentarie, la persona viene lasciata sempre più sola davanti ai propri bisogni. Quando si indeboliscono i servizi universali, la possibilità di curarsi, studiare, vivere dignitosamente dopo il lavoro o costruire il proprio futuro dipende sempre più dalle condizioni individuali.
È così che la frammentazione dei bisogni si trasforma in disgregazione sociale. Le difficoltà comuni vengono affrontate come problemi individuali; le tutele collettive perdono forza; le disuguaglianze rischiano di consolidarsi.
È in questa distanza tra i diritti riconosciuti e le condizioni necessarie per esercitarli che si misura la strategia dello smantellamento.
Quando la tutela dei diritti diventa sempre più frammentaria, quando le garanzie collettive si indeboliscono e le disuguaglianze si consolidano, non si smantellano soltanto servizi o strumenti di protezione: si svuota progressivamente il significato stesso della cittadinanza.
Partito Comunista Italiano
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