Perché Btp e obbligazioni perdono valore proprio mentre i loro rendimenti diventano più interessanti? Il paradosso è soltanto apparente: quando sul mercato salgono i tassi richiesti dagli investitori, i titoli già in circolazione devono ridurre il prezzo per competere con le nuove emissioni. Chi deve vendere può subire una perdita; chi compra oggi ottiene condizioni migliori rispetto a pochi mesi fa.
All’inizio di settembre 2026 il rendimento del Btp decennale si è portato intorno al 4,2%, sui livelli più alti dalla fine del 2023. Il Bund tedesco della stessa durata rende circa il 3,37%, mentre lo spread resta vicino a 83 punti base. Il differenziale contenuto indica che la tensione non nasce da una fuga isolata dal debito italiano: il ribasso coinvolge Treasury statunitensi, Bund, titoli francesi, britannici e giapponesi. Il 2 settembre anche il Btp decennale ha raggiunto il 4,21%, in un contesto di rialzo generalizzato dei rendimenti europei.
Cosa cambia per chi possiede già un Btp
La prima cosa da chiarire è che una discesa della quotazione non equivale automaticamente a una perdita definitiva. Chi conserva un Btp fino alla scadenza continua a ricevere le cedole previste e, salvo insolvenza dello Stato, ottiene il rimborso del valore nominale pari a 100.
Se un risparmiatore ha acquistato 10.000 euro nominali di Btp a 100 e oggi il titolo quota 92, il dossier mostra un valore di mercato vicino a 9.200 euro. La perdita di 800 euro diventa reale solo vendendo a quel prezzo. Portando il titolo alla scadenza, il rimborso resta di 10.000 euro nominali, oltre alle cedole incassate nel frattempo.
Questa regola richiede però tre precisazioni. La prima riguarda il prezzo originario. Chi ha comprato sopra 100 non recupera necessariamente tutto ciò che ha speso: alla scadenza il rimborso avviene a 100. La seconda è il costo opportunità. Restare su un vecchio titolo poco remunerativo significa rinunciare ai rendimenti più alti offerti oggi. La terza riguarda l’inflazione, che può ridurre il potere d’acquisto del capitale anche quando non si registra una perdita nominale.
Vendere soltanto perché il prezzo è sceso rischia di cristallizzare la fase peggiore del mercato. La scelta può avere senso se il denaro serve prima della scadenza, se la durata del titolo non è più coerente con le esigenze personali o se il portafoglio è troppo concentrato su un solo emittente e su scadenze lunghe.
Non basta, invece, confrontare la vecchia cedola con quella di un nuovo Btp. Per decidere se sostituire un titolo occorre considerare il rendimento residuo effettivo, la minusvalenza generata dalla vendita, le commissioni e la nuova scadenza assunta.
Per chi possiede Bot il contraccolpo è più limitato
I Bot non pagano cedole: il guadagno deriva dalla differenza tra il prezzo di acquisto e il rimborso a 100. Avendo una durata massima di dodici mesi, subiscono oscillazioni decisamente inferiori rispetto ai Btp decennali o trentennali.
L’asta del Bot annuale del 12 agosto 2026 si è chiusa con un rendimento medio ponderato del 2,768% e un prezzo di 97,277. Sul mercato secondario, il 2 settembre lo stesso titolo offriva un rendimento lordo vicino al 2,96%, segno che le aspettative sui tassi si erano già spostate verso l’alto.
Per chi possiede già un Bot, il ribasso del prezzo ha quindi un peso ridotto e tende a riassorbirsi rapidamente avvicinandosi alla scadenza. Il vero problema si presenta quando il risparmiatore è costretto a vendere in anticipo oppure ha pagato commissioni elevate rispetto alla breve durata del titolo.
Le obbligazioni societarie non sono Btp con una cedola più alta
Il rialzo dei rendimenti colpisce anche i bond bancari e aziendali, ma in questo caso al rischio tasso si aggiunge il rischio dell’emittente. Un’impresa può vedere peggiorare i conti, subire un declassamento del rating o non riuscire a rimborsare il debito.
Una cedola del 5% o del 6% non è un regalo: segnala spesso un rischio superiore, una durata lunga, una scarsa liquidità oppure una posizione subordinata del titolo. Prima dell’acquisto vanno controllati almeno:
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solidità e rating dell’emittente; -
valuta di emissione; -
scadenza e duration; -
grado di subordinazione; -
possibilità di rimborso anticipato da parte dell’emittente; -
frequenza degli scambi sul mercato; -
rendimento effettivo, non soltanto la cedola.
Le obbligazioni subordinate bancarie meritano una cautela particolare perché, in caso di crisi dell’istituto, possono essere coinvolte nell’assorbimento delle perdite. Un conto deposito aperto nella stessa banca segue regole diverse e gode, entro i limiti previsti, della tutela dei sistemi di garanzia.
Cosa succede a chi ha già un conto deposito
Il conto deposito non ha una quotazione di mercato che cambia ogni giorno. Il capitale non perde valore perché salgono i rendimenti dei titoli di Stato. Chi ha sottoscritto un deposito vincolato a tasso fisso continua a ricevere l’interesse stabilito nel contratto.
Il problema è un altro: un vincolo acceso mesi fa al 2% può diventare poco conveniente se le nuove offerte salgono al 3% o oltre. Uscire anticipatamente può comportare la perdita degli interessi, l’applicazione di un tasso base molto basso o, nei prodotti non svincolabili, l’impossibilità di recuperare il denaro prima della scadenza.
A settembre 2026 alcune offerte vincolate a dodici mesi arrivano intorno al 3,20-3,25% lordo, mentre diversi depositi liberi si collocano tra il 2,6% e il 3%. Si tratta spesso di promozioni riservate ai nuovi clienti o alla nuova liquidità, perciò il rendimento pubblicizzato non coincide sempre con quello accessibile a chi è già correntista.
La risalita dei tassi BCE può favorire nuove offerte, ma la trasmissione non è automatica. Ogni banca decide quanto remunerare la raccolta in base al proprio bisogno di liquidità. Gli istituti che hanno già depositi abbondanti possono non alzare nulla.
Sui depositi pesa una tassazione del 26% sugli interessi, contro il 12,5% applicato ai titoli di Stato italiani ed equiparati. Va considerata anche l’imposta di bollo dello 0,2% annuo, quando resta a carico del cliente.
Conviene comprare Btp e Bot proprio ora?
I rendimenti di settembre sono più generosi, ma nessuno può sapere se abbiano già raggiunto il massimo. Se la BCE alzasse ancora i tassi o l’inflazione restasse sopra il 3%, i rendimenti potrebbero salire ancora e i prezzi dei titoli acquistati oggi scendere.
La BCE ha lasciato a luglio il tasso sui depositi al 2,25%, il rifinanziamento principale al 2,40% e il marginale al 2,65%. Ha ribadito che ogni decisione dipenderà dai dati e dall’evoluzione dello shock energetico, senza impegnarsi su un percorso prestabilito.
Il mercato si aspetta un nuovo rialzo, ma una previsione non è una decisione già presa. Chi investe tutto oggi scommette implicitamente che gran parte dell’aumento dei rendimenti sia già avvenuta. Chi resta interamente liquido scommette sul contrario e corre il rischio di perdere le condizioni disponibili se l’inflazione rallenta o le banche centrali cambiano tono.
La soluzione più prudente per una somma consistente consiste nel distribuire gli acquisti su più date e più scadenze. Una “scala” obbligazionaria può dividere il capitale tra Bot, Btp a due-tre anni e titoli a cinque-dieci anni. Le scadenze brevi riducono la volatilità e liberano capitale da reinvestire; quelle più lunghe bloccano rendimenti superiori, accettando oscillazioni maggiori.
Dott. Luca Rossoni
Il dott. Luca Rossi � un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l’Universit� Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e societ� di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli …
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