Chiusura della rassegna “Libri per strada” con le riflessioni su guerra, fede e il rapporto con la politica: “Non sono più di sinistra ma nemmeno di destra. Non sono esempio per nessuno, ho diritto ai miei errori e alle mie simpatie”.
“Non faccio il politico né l’influencer, non chiedo like. Ho una dimensione pubblica ma non ho mai forzato nessuno per venire a vedermi: io ci metto la mia anima e se a qualcuno interessa ne approfitta, ma non mi si può chiedere di essere conforme a un’idea che il pubblico ha di come deve essere il cantante dei CCCP o dei CSI”. Così Giovanni Lindo Ferretti, che ieri sera ha chiuso una riuscitissima edizione dei “Libri per strada” in una Sarzana a lui familiare: dai “Fondachi” delle riunioni con Paolo Bedini e il Consorzio Suonatori Indipendenti al teatro degli Impavidi “lode al merito per la scelta del nome che fa il pari con gli Animosi della vicina Carrara”. Sul palco di piazza De André ha invece presentato il fumetto “Tanno” realizzato con Michele Petrucci, raccontando anche i suoi anni più recenti nei quali, ha ammesso, “è successo l’esatto contrario di quello che immaginavo”. Ad iniziare proprio dall’incontro con il disegnatore che si è presentato alla sua porta a Cerreto Alpi trovando un contatto con l’artista grazie al cane Scampato. Da quell’incontro casuale è nato il fumetto dedicato all’amato cavallo Tancredi. “Quando mi ha presentato le prime tavole – ha detto – è stato un po’ come sentire suonare la prima volta la chitarra a Zamboni o il basso a Maroccolo. Mi sono reso conto che c’era qualcosa di forte che valeva la pena approfondire. Il fumetto è stato l’unico linguaggio che è riuscito a colmare la distanza con le persone a cui voglio bene e che vengono da un altro mondo, da un’altra vita”. Proprio i cavalli hanno segnato una lunga parentesi fra le due vite del gruppo nella storia personale di Ferretti: “Sono arrivati quando sono finiti i CCCP. Finiti i cavalli, sono ritornati i CCCP. Grazie a loro ho potuto viaggiare a ritroso verso la mia infanzia ma anche verso quella degli uomini perché da quando sono montati a cavallo è cambiata la loro prospettiva. Tutte le civiltà che li hanno avuti a disposizione hanno avuto un ordine di pensiero diverso delle altre. Un uomo a cavallo è come uno strano essere incrociato”.
Tutto questo mentre le intenzioni di Ferretti, a 72 anni, erano quelle di un ritiro “ad una quotidianità privata, solitaria e silenziosa”. Prospettiva nella quale doveva inserirsi Tanno: “Il fumetto era un bel modo per chiudere la dimensione sociale della vita, invece l’ha riaperta”. Perché nel frattempo sono tornati i CCCP, sono arrivati la mostra dei record “Felicitazioni” di Reggio Emilia, i concerti a Berlino e in giro per l’Italia fino all’annuncio della reunion dei CSI che a fine agosto ripartiranno con un tour da tempo sold out. Un ritorno sul palco, quello con la band che ha segnato gli anni Ottanta, coinciso con alcuni momenti delicati. “Prima di iniziare a suonare in piazza Maggiore a Bologna ho detto agli altri “qualsiasi cosa mi succeda mi raccomando dignità, austerità e serietà perché siamo i CCCP”. Zamboni mi ha guardato e ha risposto: “Ferretti a morire sono buoni tutti, il vero problema è chi risorge”. È ricominciata una storia che non doveva assolutamente esistere”. Un percorso che ripartirà a breve e che è stato preceduto dal ritorno in Mongolia con Zamboni trent’anni dopo l’esperienza che portò all’album “Tabula Rasa Elettrificata”. “Mi ha rigenerato, è stato un bagno di vitalità: sono tornato al Cerreto che ero simpatico e chiacchierone. A 73 anni non c’era nessun motivo per cui dovessi partire ma l’ho vissuto come un pellegrinaggio. Ho scoperto – ha sottolineato Ferretti – che al di là di quello che pensiamo e ci diciamo, c’è un pezzo di mondo che sta andando da tutt’altra parte. Ho trovato un paese molto diverso, che è passato dall’arcaico al moderno, è pieno di vita, stanno bene e sono molto più contenti di 30 anni fa”. Ancora più netto lo stupore nel successivo passaggio in Cina. “Pechino è una città che mi ha lasciato senza parole, è la capitale del mondo: pulita, silenziosa, verde, rasserenante”. Un’impressione che lo ha portato a riflettere sulla velocità con cui una metropoli può trasformarsi quando esiste la volontà politica di farlo. Il contrasto col ritorno a Malpensa è stato netto, nonostante sia considerato il posto più moderno in Italia. “Viaggiare mi ha fatto bene, ora mi sono tagliato la barba – ha mostrato ironicamente – e sono pronto per ripartire con i CSI”.
Ma dal viaggio nei luoghi dove nel 2027 dovrebbe tornare tutta la band, Ferretti ha proposto anche una riflessione sull’oggi: “Siamo andati a vedere com’era il mondo per tornarci in pompa magna. Nel concerto di Ulan Bator ho citato “Aria di rivoluzione” di Battiato e la frase “a quel tempo in Europa c’era un’altra guerra”. Abbiamo visto nascere la guerra in Jugoslavia e ci abbiamo fatto “Linea Gotica” perché ci sembrava impossibile quanto stava accadendo: eravamo in Val d’Orcia ma io ero partito dal Cerreto dove passavano gli aerei per andare a bombardare. Tutti facevamo finta di niente ma è stata la prima di un nuovo tipo di guerra civile fratricida, che serviva a un sacco di gente e nella quale ognuno pensava al proprio tornaconto come avviene anche oggi dato che qualcuno ha pensato che la Russia si potesse smembrare. La guerra l’hanno voluta gli americani e gli ucraini, mi auguravo che i russi vincessero e non che si impantanassero in una storia che comunque ha cambiato le sorti del mondo, probabilmente non finirà più. C’è un pezzo di mondo per cui è come se l’Europa fosse residuale, non c’è più niente di significativo però questa è casa nostra e ci tocca comunque affrontare i problemi anche se è difficile trovare le parole per raccontare quello che stiamo vivendo, un mondo in cui troppe cose cambiano velocemente. È un tempo triste – ha osservato – ma non lo decidiamo noi, c’è sempre la possibilità di peggiorare le cose o di farle migliorare”. Un tema, quello della guerra, che ha riportato inevitabilmente anche alla fine della prima esperienza dei CSI: “Sono finiti sul palco di Mostar, dove ci avevano invitati sostenendo che la musica potesse sostenere la pace. Ci siamo resi conto che non si poteva chiedere troppo dalla musica. Da quell’esperienza mi è rimasto un senso di fedeltà per le persone che sono state importanti nella mia vita e che hanno contribuito a cambiarla. Ma la fine di qualcosa non è determinata esclusivamente dalla nostra buona o cattiva volontà”. Quel che è certo è che la seconda vita dei CSI ripartirà il 28 agosto da un luogo per loro non banale come Marzabotto: “La scaletta? Ho sempre pensato – ha svelato Ferretti – che se ci fosse stato un ritorno sul palco sarebbe dovuto iniziare con “A tratti”, invece Maroccolo ha detto con nonchalance “si comincia con In viaggio” e ci siamo trovati tutti d’accordo. Per me è già molto visto che ho potuto sperimentare i benefici del viaggio in Mongolia e mi auguro che possa portarne a tutti quanti”.
Il viaggio, del resto, non è soltanto geografico nel racconto di Ferretti. “Uno dei più difficili della mia vita è stato andarmi a confessare quando avevo 35 anni” ha ricordato parlando del ritorno alla fede cattolica dopo essersene allontanato da ragazzo. Un percorso nel quale anche la malattia ha avuto un ruolo fondamentale: “Lo sono stato in molti momenti della mia vita e non mi toglierei neanche le malattie che ho avuto perché fanno parte della mia esistenza, hanno contribuito a formarmi. Senza i momenti di malattia non ci sarebbero stati quelli di guarigione”. Una consapevolezza che ha riportato ancora una volta alla necessità di accettare ciò che non possiamo controllare: “Non abbiamo deciso di nascere, né come, quando e dove”. Fede e sguardo sul mondo si sono intrecciati anche in una delle considerazioni più nette della serata: “Penso che l’unica cosa significativa oggi sulla faccia della Terra, a parte l’impero cinese, sia lo Stato Vaticano. Ringrazio Dio che esistano tutti e due perché senza saremmo messi molto molto peggio”. Una posizione rivendicata senza alcuna intenzione di proporsi come modello: “Non voglio essere esempio per nessuno, non sono meglio di nessuno di voi ma sono cattolico”. E inevitabilmente il discorso è tornato anche alla politica. “Sono cresciuto conoscendo solo persone di sinistra, da quella estrema a quella di governo. A un certo punto ho iniziato a pensare che quel mondo mi stava stretto”. Ferretti ha ricordato in particolare Ero Righi e Renzo Bonazzi del Pci di Reggio Emilia, “le due persone adulte che quando ero giovane hanno contribuito a salvarmi la vita e l’anima e che poi ho potuto accompagnare nella vecchiaia”. Ma oggi, ha aggiunto, “non do più un valore alla politica partitica così profondo”.
“Sono stato di sinistra per buona parte della mia vita – ha puntualizzato – non sono più di sinistra perché non c’è niente della sinistra di oggi che mi affascini. Questo non vuol dire che sono di destra perché c’è tanta roba che mi disgusta”. Fra gli incontri che hanno contribuito a mettere in discussione vecchi steccati ha citato anche Pietrangelo Buttafuoco: “Ho conosciuto una persona gentilissima e coltissima che ha anche qualche sfiga: è di destra” ha scherzato, aggiungendo che l’attuale presidente della Biennale “ha fatto bene” e “mi ha anche salvato la vita”. Così invece sulla presidente del Consiglio e la foto che ha cambiato la percezione di molti fan: “Io non penso malissimo della Meloni ma di tanta gente che è intorno a lei e che mi fa inorridire. Io non sono esempio per nessuno – ha concluso prima di ricevere l’abbraccio dei tantissimi presenti – ho diritto ai miei errori e alle mie simpatie umane”.
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Benedetto Marchese
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