Stagione 2026/2027, un commento il giorno dopo la conferenza stampa. Sul palco del Teatro Argentina il Presidente Siciliano e il Direttore De Fusco, alla presenza del sindaco Gualtieri e del Presidente Rocca, insieme alla direttrice junior Lea Giamattei, hanno presentato il nuovo cartellone con una grande novità: la riapertura del Teatro Valle.
“Romane e romani!”, sì, sembra l’esordio di un discorso al Senato dell’epoca repubblicana, eppure si tratta dell’esclamazione con cui il Presidente della Fondazione Teatro di Roma, Francesco Siciliano, ha esordito – non per seppellire Cesare, ma per elogiarlo – verso la platea in attesa che il direttore artistico, Luca De Fusco, presentasse alla stampa la stagione 2026/2027, la sua terza da quando ne è alla guida. E questo gusto di antichità consolare, di una Roma che virava verso un accentramento già pronto per il successivo impero, non sembra così distante, poi, dalla sensazione che prende nel leggere – o ascoltare – quale sia la linea artistica. Partiamo dalla sala principale, il Teatro Argentina. Se si esclude – e la escludiamo – la programmazione di ottobre all’Argentina del Romaeuropa Festival, un vanto che porta nella capitale il meglio dello spettacolo dal vivo internazionale, colpisce come l’apertura della stagione sia un Otello con la regia di Luca De Fusco, per l’intero mese di novembre, cui segue a dicembre per due settimane un altro classico elisabettiano Peccato che fosse una sgualdrina di John Ford, con un regista abituato a questo palcoscenico, anche fosse solo perché ci è appena stato: un classico, anche lui, Luca De Fusco. E siccome il vecchio adagio dell’Italia calciofila recita “squadra che vince non si cambia”, anche il cast dei due spettacoli è praticamente quasi lo stesso (attrici e attori specializzate in teatro elisabettiano? Unificazione dei compensi? Chissà).
E poi un lungo buco (tempi, biblici, di allestimento?) di quasi un mese fino al 9 gennaio, quando arriva il Bennett di Massimo Popolizio. Ora, se da un lato potrebbe non sorprendere che un direttore artistico gonfi di proprie produzioni la programmazione, almeno si dica che l’impatto sulla prima pagina del libretto fortifica quella sensazione iniziale di una res publica già quasi impero. Anche scorrendo il resto degli spettacoli, per lo più classici, non si riesce a non considerare che l’etimologia della parola Senato derivi dal latino “senex”: calcolando l’anno di nascita di registi e registe dei dieci spettacoli in cartellone, l’età media è di oltre 62 anni; scorrendo oltre il direttore troviamo un regista che al TdR è residente da anni (Popolizio), direttori di teatri nazionali (Binasco, Andò), di teatri finanziati (Massini), residenti di teatri nazionali (Lidi, pur 37enne, a Torino) e una sola donna su dieci, Emma Dante, con L’angelo del focolare (del resto chi ha mai visto una donna nel Senato romano?); completa il gruppo l’atteso Platonov di Peter Stein (88) e la dedica al discusso poeta Ezra Pound di Leonardo Petrillo, con Mariano Rigillo (86) e Anna Teresa Rossini (82).
Osservando i materiali, salta subito agli occhi una notizia che si attendeva da anni: riaprirà il Teatro Valle: dopo la chiusura del 2011, dopo il percorso partecipativo popolare del Teatro Valle Occupato durato fino al 2014, dopo l’assegnazione al Comune di Roma dello stesso anno, finalmente sembra arrivato il momento della ripartenza; accadrà il 16-18 ottobre con un racconto, dello scrittore Francesco Piccolo, sulla contestata prima, proprio al Valle nel 1921, dei Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello. È lo stesso De Fusco a dichiarare che il teatro “si occuperà prevalentemente di drammaturgia contemporanea, ovvero del periodo che va dal secondo dopoguerra ad oggi”, dunque con testi che vanno da Caryl Churchill a Peter Shaffer, da Vitaliano Brancati a Vitaliano Trevisan, ai due premi nobel Annie Ernaux e Han Kang; guardando la programmazione tuttavia, se da un lato si potrebbe dire che la definizione di “contemporaneo” sia rispettata, non si può non considerare che su 14 spettacoli proposti sei sono di autori deceduti, mentre per quanto riguarda i vivi si va dai 50 anni di Massini agli 85 di Ernaux e 87 di Churchill (età media attuale: 67 anni). Ecco, forse anche la categoria andrebbe riconsiderata. Non brilla nemmeno l’età media dei registi e delle registe, solo più bassa di qualche anno (oltre 55). Anche qui la presenza femminile non sembra particolarmente consistente: quattro drammaturghe su 14, cinque le registe perché si aggiunge il secondo spettacolo firmato da Emma Dante, al lavoro sul capolavoro pirandelliano. Delle cinque registe, colpisce la presenza di Lucia Rocco (43), aiuto regia decennale dello stesso De Fusco e sotto contratto del teatro come assistente alla direzione artistica, fin da questa stagione all’opera con un Dostoevskij dalla tenitura lunghissima al Torlonia (Le notti bianche dal 21 maggio al 7 giugno) e che avrà dieci giorni al Valle con Bella figura di Yasmina Reza.
Ma per fortuna, diceva lo stesso De Fusco, il Teatro India sarà dedicato a lavori dal “taglio più nettamente avanguardistico”, alla ricerca di “nuovi linguaggi teatrali”, “ad un pubblico più giovanile”. E certamente alcune proposte vanno in questa direzione: Filograno, Astrei, Kepler-452, poi Pleuteri e Dan O’Brien, qualcosa di contemporaneo, dunque; poi però si scorgono spettacoli e testi datati (magari sono stati all’avanguardia però), qualcuno che non ha nella propria biografia alcunché di teatrale (e questi devono essere i nuovi, nuovissimi linguaggi), qualcuno che anagraficamente non sembra proprio poter sostenere una qualche innovazione (ah ma un momento: giovanile ha detto, non giovane…). Anche la presenza femminile è piuttosto risibile: quattro regie femminili su 18 produzioni italiane (non migliora tuttavia con i tre internazionali). E dispiace soprattutto perché l’India era stato, negli anni pre Covid, un laboratorio creativo, certo perfettibile ma la cui gestione dedicata costituiva una linea artistica ben precisa. L’ultima sala, il Teatro Torlonia, “il nostro teatro più piccolo” dice il direttore, per fortuna è “dedicata prevalentemente alle donne”; a tal punto incantato da questa idea, il direttore si spinge oltre e dice che lo si potrebbe chiamare “Le donne dei sogni”. Al risveglio però diamo uno sguardo alla stagione: su 14 spettacoli, le donne ne dirigono sette, la metà – “prevalentemente” – tutte le altre restano a dormire sperando di sognare pure loro. In coda ha parlato Lea Giamattei, la cui direzione junior ha la delega per la danza, ma a Roma si può danzare solo nel mese di maggio evidentemente, a fine stagione, quando si vedranno le sue proposte internazionali ad Argentina e India. Non è stato messo in luce, ma c’è, il programma per le nuove generazioni.

Il direttore, dopo aver giustamente evidenziato il grande lavoro della squadra TdR, fa notare che proprio in virtù di tale impegno dal punto di vista economico il budget complessivo della Fondazione è cresciuto, “da 12 mln di euro di prima del nostro arrivo ai quasi 20 mln che toccheremo nel 2026”; tuttavia, viene da pensare, prima di questa direzione il teatro era commissariato, la Fondazione neonata, le sale da programmare e gestire erano tre e non quattro come ora. Si potrebbe credere sia stato fisiologico aumentare il budget.
Anche per quanto riguarda la presenza di pubblico, De Fusco segnala che i posti sono occupati del 90% e presto verranno diffusi i dati; è pur vero che, a un calcolo approssimativo, a parlare è il direttore del Teatro Nazionale di Roma, non certo una provincia ma una città la cui area metropolitana conta oltre quattro milioni di abitanti, per la maggior parte in fascia adulta, mentre le sale gestite finora hanno una totalità di circa 1300 posti; quindi, anche ammettendo che ogni sera le sale siano piene al limite, per teniture medie di due settimane all’Argentina e una settimana all’India, pochi giorni al Torlonia, a meno che non ci si trovi in una piccola cittadina questo non è un gran dato, ma quasi l’ovvio, considerando inoltre che il Valle (900 posti) è inattivo da 12 anni e l’Eliseo da sei anni (1300 posti totali) e dunque che le poche alternative del Teatro di Roma (Vascello, Basilica, Quarticciolo, Diamante, Carrozzerie n.o.t.) totalizzano un numero totale di circa 800 posti (per pochissime produzioni concorre il Quirino, posti 980, e la sala Umberto, posti 440). A fronte di questi dati, il Direttore De Fusco ha espresso perplessità sull’algoritmo ministeriale che non premia i meriti del teatro, mentre poi il Presidente Siciliano si è lasciato andare a una considerazione conclusiva di grande effetto: “Il Teatro di Roma deve stare sullo stesso piano del Piccolo Teatro di Milano”. Uscendo ho cercato il sito del teatro milanese, che è Teatro d’Europa: in questo fine settimana, quasi in contemporanea, il grande regista polacco Łukasz Twarkowski (43) presenta la sua ultima produzione internazionale, Oracle, mentre Milo Rau (49) e Servane Dècle prendono il coraggio di entrare dentro Il processo Pelicot. Forse ho capito male, non era il Piccolo Teatro che intendeva dire, ma un teatro piccolo.
Simone Nebbia
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