Agricoltura e cibo, vecchi e nuovi monopoli. Ma la guerra è così lontana da noi? E’ tempo di agevolare le imprese non solo Bot e Btp


Non c’è solo lo stretto di Hormuz. E non c’è solo il petrolio o il gas. Ci sono anche le materie prime agricole che sono persino più strategiche delle fonti fossili. Anche perché — ed è il paradosso — è molto più facile che manchino, soprattutto nei Paesi più poveri, gli alimenti essenziali. L’energia, là dove c’è, è quasi sempre disponibile seppur più cara. Il cibo può mancare del tutto. La geopolitica delle materie prime agricole è largamente sottovalutata in Europa. Non così nel resto del mondo. Noi siamo abituati all’abbondanza, non alla scarsità che i prezzi hanno segnalato, soprattutto in agosto, in misura drammatica. Nota con una punta di amarezza il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti: «Si sta ridefinendo, sotto i nostri distratti occhi europei, la mappa degli approvvigionamenti strategici, per esempio di grano duro e tenero, soia. Parliamo giustamente di sicurezza ma non di quella alimentare. Qualche esempio? La Cina detiene la metà delle scorte alimentari e di fertilizzanti al mondo. Il premier indiano Modi ha comprato, a costi proibitivi, tutta l’urea disponibile per distribuirla a prezzi calmierati, altrimenti non avrebbero seminato il riso. In Ucraina e in Russia la guerra ora vede come bersagli, da una parte e dall’altra, i depositi di cereali, oltre alle navi di trasporto. C’è una forte speculazione finanziaria sui future. L’inflazione da materie prime è imbattibile anche dalle banche centrali».
Allora, che cosa sta succedendo realmente sui mercati delle materie prime agricole? I prezzi internazionali del grano tenero e duro sono cresciuti, dall’inizio dell’anno, rispettivamente del 50 e del 58 per cento. L’ampia fiammata registrata, in agosto, al Chicago Board of Trade (Cbot) e all’Euronext di Parigi è motivata soprattutto dal nuovo inasprimento della guerra in Ucraina. Il nodo fondamentale non è tanto la mancanza assoluta di raccolto, quanto le difficoltà logistiche nell’esportarlo. Le restrizioni al traffico navale nelle rotte strategiche, le minacce ai porti commerciali del Mar Nero e il rallentamento nei ritmi di carico stanno trattenendo milioni di tonnellate di frumento nei magazzini locali. Gli acquirenti internazionali (in particolare del Nord Africa e del Medio Oriente) sono quindi costretti a cercare forniture alternative in Europa o America, facendo salire i prezzi. I recenti attacchi militari contro gli scali marittimi civili e le infrastrutture portuali (specialmente nell’area di Odessa) hanno paralizzato le attività di imbarco. L’operatività ridotta ai minimi nei terminal ucraini e minacce dirette alle rotte commerciali verso il Bosforo hanno azzerato la disponibilità di stive e fatto impennare i costi di assicurazione per le navi che si avventurano nella regione. 
Anche il commercio di grano russo sta affrontando serie difficoltà nei porti del Mar Nero e di Azov. Per ovviare all’incertezza e alle restrizioni nel bacino meridionale, molti esportatori russi stanno progressivamente dirottando una parte consistente delle spedizioni verso i terminal baltici. Significativo un episodio poco conosciuto. Il 31 agosto il porto russo nel Baltico di Ust Luga (nella regione di Leningrado) ha subito un attacco di droni ucraini. L’incursione ha provocato un incendio all’interno dell’area portuale, un hub strategico per le esportazioni russe di petrolio, carbone e fertilizzanti. Si teme che altri porti, in cui vengono imbarcati i cereali, possano diventare obiettivi degli attacchi ucraini.
L’effetto sui future, i contratti a termine, di quell’episodio di guerra è stato immediato. In questo momento la differenza tra il prezzo spot (pronta consegna) e la quotazione dei future per il grano e per il mais è influenzata dalle dinamiche dei raccolti, dai costi di stoccaggio e dai flussi commerciali tra Europa e mercati globali. Sono state poi chiuse, nelle scorse settimane, diverse posizioni ribassiste (short covering) alimentando i rialzi.
Diversi Paesi intermediari, tra cui la Turchia, stanno tentando di riaprire canali diplomatici con Mosca e Kyiv per stabilire corridoi di navigazione sicuri e sbloccare il transito merci. È possibile, in alternativa, esportare i cereali ucraini attraverso la Romania. Su chiatte, camion e treno dai porti fluviali ucraini (come Izmail e Reni) lungo il Danubio fino al porto rumeno di Costanza, ma i volumi sono limitati ed i costi estremamente elevati. Oltre alle opposizioni, soprattutto polacche, e ai timori di concorrenza dei prodotti ucraini ai danni di quelli del mercato unico europeo.
Dopo la fine dell’accordo formale nel luglio 2023, l’Ucraina ha aperto un corridoio marittimo autonomo vicino alle coste di Romania e Bulgaria. Ciò ha consentito un graduale ripristino delle esportazioni, ma ha creato una forte dualità: i noli sono elevati per compensare il rischio di attacchi o ostacoli militari per le navi tradizionali, mentre si è sviluppata una flotta ombra con l’utilizzo massiccio di naviglio vecchio per rotte brevi verso il Danubio o la Turchia, che spesso fa del cabotaggio.
Intanto i premi assicurativi sono esplosi; il calcolo delle polizze war risk per le navi che operano nel Mar Nero si basa su una struttura a due livelli: un premio base annuale e uno aggiuntivo (additional premium) applicato per il singolo viaggio.
Per il corridoio agricolo Odessa – Chornomorsk i tassi oscillano tra lo 0,45% e lo 0,55% del valore della nave (dopo aver toccato picchi oltre l’1,2% nelle fasi più acute del conflitto). Per le rotte che partono dalla Russia (per esempio Novorossijsk) i tassi sono compresi tra lo 0,65% e lo 0,80% a causa di sanzioni, droni e attacchi mirati.
 A complicare il quadro si aggiungono i fattori climatici. Diverse regioni agricole chiave in Europa e Nord America hanno subito periodi di forte stress idrico e caldo record durante l’estate, riducendo la qualità e le rese per alcuni cereali. Le ultime stime ufficiali del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (Usda), diffuse con il report World Agricultural Supply and Demand Estimates, di agosto 2026, tracciano un quadro caratterizzato da strozzature produttive. L’Usda ha rivisto al ribasso la stima per la produzione totale di grano statunitense (colpito dalla siccità nelle Grandi Pianure) per la campagna 2026-27 a 1.531 milioni di bushel (41,6 milioni di tonnellate), segnando uno dei livelli produttivi più bassi dagli anni Settanta.
Le scorte finali americane per la stagione 2026-27 sono state ridotte a 717 milioni di bushel (in calo del 22% rispetto all’anno precedente). La produzione globale complessiva resta sotto pressione, perché ha sofferto per il caldo e la siccità estiva in diversi Paesi europei ma anche in Australia. Ancora una volta bisogna ricordare che il mondo russo-ucraino rappresenta un quarto delle esportazioni mondiali di frumento e un quinto nel caso del mais. Senza dimenticare che l’Ucraina copre, da sola, il 40% delle esportazioni mondiali di girasole, da cui è ottenuto l’olio di semi usato nelle cucine soprattutto africane e mediorientali.
Il bacino del Mar Nero esporta poco grano duro (utilizzato pero durre pasta e cuscus). Questo spiega la riduzione del differenziale fra i prezzi del grano tenero (forti rialzi) e del grano duro (aumenti più contenuti). Il mondo ha vissuto un’incredibile rivoluzione nel settore dei cereali. Negli anni Settanta, l’Unione Sovietica doveva importare 60-70 milioni di tonnellate di cereali l’anno per nutrire la sua popolazione. Attualmente il blocco Russia-Ucraina-Kazakhistan è diventato il primo esportatore mondiale di cereali con una quota di quasi il 30% del totale. Cina e India sono i due principali produttori di frumento e, rispettivamente, il secondo e il sesto per il mais. Il mercato anticipa possibili accordi tra Cina e Usa, con il prossimo incontro tra Xi Jinping e Donald Trump. L’attesa di importanti acquisti cinesi di mais e di soia per accontentare gli agricoltori americani. Il voto di novembre si avvicina.
*Docente di Geopolitica delle materie prime e gestione dei rischi all’Inseec di Parigi, autore di «Materie prime, guerre e dazi» (Add)

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