Negli ultimi tempi abbiamo visto una Elly intrappolata nel dilemma di garantire la componente centrista e riformista del sistema e di come mantenere la possibilità di costituire un campo largo vincente
Certamente in Parlamento il nucleo riformista non è enorme. Tra Camera e Senato troviamo, con sensibilità diverse, Lorenzo Guerini, Graziano Delrio, Piero Fassino, Lia Quartapelle, Paola De Micheli, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Walter Verini, Sandra Zampa, Alfredo Bazoli. Una recente presa di posizione sul fondo europeo SAFE ha raccolto tredici firme dell’area. A Bruxelles il peso è maggiore: Stefano Bonaccini, Giorgio Gori, Elisabetta Gualmini, Irene Tinagli e Antonio Decaro appartengono a quella cultura politica. Nel marzo 2025, sulla difesa europea, la delegazione PD si spaccò quasi esattamente a metà: dieci favorevoli e undici astenuti.
Più difficile misurarne il peso elettorale. Sarebbe sbagliato trasformare il 46% ottenuto da Bonaccini alle primarie del 2023 in consenso elettorale. Le Europee del 2024 mostrarono però una notevole forza personale: Decaro sfiorò 500 mila preferenze, Bonaccini 389 mila, Gori 210 mila. Ma i precedenti fuori dal PD mostrano risultati diversi: Stati Uniti d’Europa si fermò al 3,78% e Azione al 3,36%; oggi Azione, Italia Viva e +Europa insieme restano sotto il 7%. L’elettorato PD è uno dei più fedele al simbolo, anche quando non ne condivide la linea. Bastano poche parole d’ordine per farli rimanere nell’ovile. Per questo, credo che una loro fuoriuscita in un partito riformista autonomo non possa superare il 3-4 % dei voti. E ancora meno se confluissero in IV o Azione.
La loro forza vera è altrove. Soprattutto al Nord rappresentano il pezzo del PD che parla più naturalmente con impresa, finanza, università, professioni e grandi amministrazioni. Il convegno “Crescere” organizzato a Milano nell’ottobre 2025 ne offriva quasi una fotografia: accanto a Guerini, Gori, Delrio e Quartapelle c’erano Bocconi, Prometeia, Assolombarda, esponenti del sistema finanziario e persino il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. È una rete di relazioni, da 30 anni beneficiaria delle politiche del PD, che inevitabilmente assegna a quest’area, anche sulla grande stampa, un peso assai superiore ai voti che riuscirebbe a spostare da sola.
Per tutta la seconda repubblica questa componente ha svolto soprattutto una funzione di garanzia: rassicurare Bruxelles, mercati ed establishment che alcune scelte fondamentali non sarebbero state messe in discussione. Ma quella funzione oggi vale meno. Giorgia Meloni l’ha in buona parte scavalcata: governa dentro i vincoli europei, conferma l’appartenenza alla NATO e aumenta la spesa per la difesa. Il sistema non ha più bisogno dei riformisti del PD come unica assicurazione contro l’instabilità. Schlein ha quindi fatto bene ad andare sul Foglio e a parlare a quel mondo o lo ha sopravvalutato?
Chi sono gli astensionisti
Ma il problema elettorale del centrosinistra è conquistare qualche centrista o riportare alle urne milioni di persone che hanno smesso di votare?
Alle politiche del 2022 l’affluenza è scesa al 63,9%, nove punti meno del 2018. Secondo i flussi Ipsos, un quarto di chi aveva votato Movimento 5 Stelle nel 2018 nel 2022 rimase a casa: significa, su oltre dieci milioni di voti ottenuti allora dai Cinquestelle, un bacino nell’ordine di due milioni e mezzo di persone. La stessa Ipsos individua nella “sinistra sociale” uno dei gruppi maggiormente inclini a rifugiarsi nell’astensione. Alle Europee del 2024 ha votato appena il 49,7% degli aventi diritto. Il primo giacimento elettorale del Campo largo è quindi fuori dal centro dello schieramento. Per convincere quella gente a tornare a votare occorre però offrirle qualcosa di diverso da ciò da cui si è allontanata.
Ed è qui che i riformisti del PD diventano il problema
La loro cultura politica è quella che, con gradazioni diverse, ha accompagnato trent’anni di riforme presentate come inevitabili. La lettera inviata il 5 agosto 2011 da Trichet e Draghi al governo italiano chiedeva liberalizzazioni e privatizzazioni dei servizi pubblici locali, decentramento della contrattazione salariale, maggiore flessibilità nelle assunzioni e nei licenziamenti, interventi sulle pensioni e sulla spesa pubblica. L’operato dei governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni discende da quella lettera. Ma quella agenda diventò la rappresentazione più limpida di un paradigma: competitività attraverso compressione della spesa, flessibilità del lavoro e riduzione del perimetro pubblico. Il Jobs Act, la cancellazione dell’articolo 18 e la Fornero furono le manifestazioni più riconoscibili di quanto fosse antisociale l’agenda Draghi.
Anche sulla questione meridionale le responsabilità dei riformisti sono difficili da rimuovere. Il 28 febbraio 2018, negli ultimi giorni del governo Gentiloni, Palazzo Chigi firmò con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna gli accordi preliminari che aprivano concretamente la strada all’autonomia differenziata. Nello stesso clima culturale ebbe grande fortuna la tesi di Emanuele Felice secondo cui la responsabilità principale dell’arretratezza meridionale andava cercata nelle classi dirigenti del Sud, incapaci di utilizzare produttivamente le risorse disponibili. È una lettura che si è sposata facilmente con la narrazione di un Nord produttivo chiamato continuamente a mantenere il Mezzogiorno. Ma i Conti pubblici territoriali raccontano almeno sulla distribuzione della spesa una realtà diversa: nel 2023 la spesa del Settore pubblico allargato era di 25.623 euro pro capite nel Nord Ovest e di 17.701 nel Mezzogiorno non insulare. Altro che Sud sommerso dal denaro pubblico.
C’è poi l’Europa. Nel 2012 “ce lo chiede l’Europa” poteva ancora essere venduto come argomento definitivo. Oggi no. L’Unione ha costruito SAFE, 150 miliardi di prestiti per la difesa, dentro un piano che punta a mobilitare oltre 800 miliardi, mentre continua ad aumentare la pressione economica sulla Russia: nel luglio 2026 è arrivato il ventunesimo pacchetto di sanzioni. Nello stesso tempo, sull’azione israeliana a Gaza e in Cisgiordania, l’Europa non è riuscita neppure a trovare una maggioranza per sospendere almeno in parte l’Accordo di associazione con Israele e ancora nel luglio 2026 restava divisa perfino sulle restrizioni commerciali verso gli insediamenti israeliani. È difficile continuare a presentare come naturale punto di riferimento della sinistra una leadership europea così incapace di applicare con coerenza i propri stessi principi. Specialmente quando a farne le spese è sempre la spesa sociale.
Per questo l’appoggio dei riformisti del PD a SAFE e alla nuova corsa agli armamenti non è soltanto una divergenza di politica estera. Tocca un punto identitario: una parte consistente dell’elettorato di sinistra chiede all’Europa autonomia dagli Stati Uniti, iniziativa diplomatica, pace e applicazione non selettiva del diritto internazionale.
Lo stesso cortocircuito emerge sul disegno di legge contro l’antisemitismo presentato da Graziano Delrio con Malpezzi, Alfieri, Bazoli, Casini, Sensi, Verini, Zampa e altri. Non è corretto dire che il testo dichiari semplicemente antisionismo e antisemitismo la stessa cosa: adotta però la definizione IHRA comprensiva dei relativi indicatori, scelta contestata proprio perché può estendere il confine dell’antisemitismo alla critica radicale dello Stato di Israele. Il testo è stato esaminato insieme alle analoghe proposte di Gasparri, Romeo e Scalfarotto. Per una parte non marginale della cultura della sinistra è una torsione difficilmente accettabile.
I Governi tecnici e le manovre del Palazzo
Infine c’è una memoria politica che i dirigenti spesso sottovalutano. Monti e Draghi furono governi legittimi secondo una interpretazione per me discutibile della Costituzione e sostenuti dal Parlamento. Ma una parte dell’elettorato li ha vissuti come il prodotto di equilibri costruiti nei palazzi più che di un mandato ricevuto nelle urne. E quella memoria è stata alimentata da episodi concreti: Renzi che nel gennaio 2021 ritira le ministre di Italia Viva e provoca la crisi del Conte II; poche settimane dopo l’arrivo di Draghi; quindi, nel giugno 2022, Di Maio che abbandona il M5S portando con sé una sessantina di parlamentari e dichiarando esplicitamente di voler continuare a sostenere Draghi. Si tratta di congiure? Forse, ma ignorare che milioni di elettori le abbiano percepite come operazioni di Palazzo sarebbe un grave errore politico.
All’Italia serve invece una vera forza riformatrice
Ed eccoci al punto. L’Italia avrebbe bisogno di una forza realmente riformatrice, cioè capace di sottoporre a verifica le scelte degli ultimi trent’anni e correggere quelle che non hanno funzionato. I cosiddetti riformisti del PD sembrano invece proporsi soprattutto come garanti della loro continuità.
Ma se il compito è conservare l’architettura economica, europea e internazionale esistente, Giorgia Meloni offre ormai al sistema garanzie persino maggiori: disciplina europea, atlantismo, aumento delle spese militari, affidabilità verso mercati e istituzioni.
A quel punto la domanda dell’elettore di sinistra diventa inevitabile: se anche l’alternativa deve garantire la continuità del sistema, in che cosa consiste davvero l’alternativa a Meloni?
La questione non è più eludibile, inseguire i riformisti del PD porterà al naufragio di ogni speranza di cambiamento oltre che alla sconfitta elettorale, come nel 2022.
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Redazione Basilicata24
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