Diciamolo, sulle autorizzazioni per impianti di energia rinnovabile in Basilicata qualcuno si è lasciato prendere la mano. Troppi permessi. La mancanza di una pianificazione strategica ha favorito la speculazione. E così il mantra della transizione ha finito per deturpare il territorio, sottrarre suolo all’agricoltura. Fino a superare la reale capacità di assorbimento della rete elettrica locale, dell’energia prodotta. Spinti da incentivi vantaggiosi, gli operatori privati hanno fatto la corsa alle richieste di connessione e autorizzazione massive in quantità di gran lunga superiori alle reali intenzioni o possibilità costruttive, creando blocchi burocratici ed effetti speculativi sui titoli autorizzativi. Su tutto questo abbiamo abbondantemente parlato, denunciato, spiegato, allertato l’opinione pubblica.
Negli ultimi dieci anni la corsa al far west autorizzativo ha subito un’accelerazione. Di recente il Decreto Aree Idonee del Mase del 21 giungo 2024, ispirato dalle direttive europee sul pacchetto climatico al 2030, impone alla Basilicata un target da raggiungere: 2,1 GW (2.100 MW) di potenza aggiuntiva installata da fonti energetiche rinnovabili entro il 2030. Chiaro il concetto? Ci vogliono spremere fino all’osso.
Questo traguardo appare difficile. Perciò la Regione è corsa ai ripari prevedendo le Zone di Accelerazione. Con le ultime delibere della Giunta Regionale (tra cui la n. 473 del 2026), sono state individuate decine di aree idonee “degradate” (come cave, miniere e discariche dismesse) per installare pannelli solari e sistemi di accumulo.
Gli impianti BESS (Battery Energy Storage System) A Melfi e a Picerno
I primi due impianti di accumulo energetico sono stati appena autorizzati. Uno a Melfi, l’altro a Picerno. Vada per quello di Melfi, collocato nell’area industriale di San Nicola. Ma quello di Picerno appare estraneo al contesto territoriale. Da premettere che questo tipo di impianti ormai sono necessari.
Gli impianti di accumulo a batteria del tipo autorizzato a Picerno prevedono all’incirca 150 container, su un’area di almeno 3 ettari.
Nonostante questi impianti debbano rispettare stringenti normative di sicurezza, i rischi esistono. I rischi associati a un impianto BESS da 150 MW come quello di Picerno riguardano principalmente la sicurezza termica delle batterie al litio, l’impatto ambientale sul suolo e la gestione delle emergenze. Sebbene siano infrastrutture essenziali per la transizione energetica, la concentrazione di così tanti container richiede misure rigorose di prevenzione.
Un cortocircuito, un difetto di fabbrica o un surriscaldamento possono innescare una reazione a catena in cui la batteria accumula calore senza riuscire a smaltirlo, portando a incendi difficili da domare. In caso di combustione o grave malfunzionamento, le batterie al litio liberano gas pericolosi. Tra questi spiccano il monossido di carbonio (CO), l’acido cianidrico (HCN) e l’acido fluoridrico (HF), quest’ultimo altamente corrosivo per le vie respiratorie.
I gas infiammabili rilasciati durante un guasto possono accumularsi all’interno del container stagno. Se non ventilati in tempo, l’innesco di una scintilla può causare deflagrazioni. Sebbene i container siano isolati, il danneggiamento dei moduli può causare la fuoriuscita di elettroliti chimici chimicamente reattivi. Se questi filtrano nel terreno, rischiano di contaminare le falde acquifere locali e danneggiare l’ecosistema.
Gli impianti BESS generano rumore costante dovuto ai potenti sistemi di condizionamento necessari per mantenere fresche le batterie e dagli inverter. Questo può causare disturbo se l’impianto sorge troppo vicino a centri abitati o aree rurali popolate.
Naturalmente questi rischi sono mitigati da sistemi predittivi, sistemi di rilevamento e sistemi e procedure antincendio, imposti nella concessione dell’Autorizzazione Unica Regionale.
L’area d’installazione dei 150 container non si trova a ridosso del paese, ma nelle aree agricole periferiche o industriali limitrofe in prossimità della sottostazione elettrica di Terna. Il centro abitato compatto di Picerno si trova a qualche chilometro di distanza, azzerando il rischio diretto di propagazione fumi o rumore per la stragrande maggioranza della popolazione, ma non per tutta la popolazione. Nella documentazione presentata alla Regione sono indicate le fasce di rispetto acustico e antincendio. Insomma tutte le previsioni progettuali e le prescrizioni normative dovrebbero garantire il massimo della sicurezza. Non abbiamo dubbi.
La vita operativa stimata per un impianto industriale di accumulo a batterie (BESS) come quello da 150 MW di Picerno è compresa tra i 10 e i 20 anni, a seconda della gestione tecnologica e dei cicli di ricarica.
L’Autorizzazione Unica rilasciata dall’Ufficio Energia della Regione Basilicata impone al proponente l’obbligo di smantellare completamente l’impianto e ripristinare lo stato originario dei luoghi al termine della vita utile del progetto. Questa prescrizione riguarda tutte le autorizzazioni di tutti gli impianti (eolico, fotovoltaici, biogas). Vedremo come andrà a finire.
Perché a una regione con 500mila abitanti viene imposto un target così alto?
Semplice. Le condizioni per diventare un hub energetico le abbiamo create noi stessi, navigando senza bussola per decenni e consentendo a chiunque di depredare le risorse endogene del territorio.
Il paradosso di imporre un target elevato (2.105 MW al 2030) a una regione con soli 500mila abitanti come la Basilicata si spiega con il fatto che il Burden Sharing ministeriale non si basa sul numero di residenti o sui consumi locali, ma sulle potenzialità geometriche, geografiche e strutturali del territorio.
La Basilicata per il governo e per le multinazionali è destinata ad essere un “hub energetico”, capace di produrre un enorme surplus di energia pulita da immettere nella rete di trasmissione nazionale (Terna) per alimentare i grandi centri industriali e urbani del Paese. Cioè le città e le industrie del Nord. Chiaro il concetto?
La Basilicata è stata individuata come una delle regioni strategiche per la transizione energetica nazionale per quattro ragioni fondamentali:
Altissima disponibilità di territorio non antropizzato
La Basilicata ha una delle densità di popolazione più basse d’Italia (circa 53 abitanti per km² rispetto a una media nazionale di circa 195). Questo si traduce in enormi estensioni di territori collinari, montani o ex industriali liberi da centri abitati fitti. Di conseguenza, offre ampi spazi per installare grandi parchi eolici o fotovoltaici a terra riducendo al minimo l’impatto visivo diretto e la vicinanza alle case rispetto a regioni densamente urbanizzate come la Lombardia o la Campania. E’ chiaro il concetto? Più spopolamento più impianti energetici.
Ricchezza di risorse naturali (vento e sole)
La regione ospita storicamente una percentuale massiccia della potenza eolica nazionale. I crinali appenninici lucani godono di correnti ideali per l’efficienza delle turbine. Pur avendo zone montane, le ampie aree collinari del Materano e le piane interne beneficiano di un livello di insolazione annuale nettamente superiore rispetto al Centro-Nord Italia. E’ chiaro il concetto? Siamo ricchi di vento e sole, ma il vento e il sole non ci appartengono.
Presenza di aree industriali dismesse, cave e infrastrutture che consentono installazioni di impianti energetici. Chiaro il concetto? Fabbriche chiuse, zone inquinate, discariche abbandonate, grazie a ciò siamo “privilegiati”.
Possiamo solo immaginare come sarà il territorio di questa regione fra 30 anni. Quella roba andrebbe smaltita, come, dove? O forse molti impianti saranno sottoposti a revamping? Ci troveremo di fronte a scenari industriali distopici in cui pale, pannelli, silos, container, cavidotti, occuperanno buona parte del territorio? Tutto questo trasformerà i paesi, la natura in enormi macchinari senz’anima? Luoghi di cemento e ferro dove non esiste la natura e il cielo è sempre scuro. Luoghi abbandonati e radioattivi che ricordano la fine di un ciclo industriale sconsiderato? Finiremo come tanti altri territori “morti” sparsi in Italia e nel mondo? Assisteremo all’accelerazione della progressiva riduzione della presenza umana nei luoghi? Potranno convivere archeologia, ulivi, vigneti, colline, orizzonti con l’industria energetica invasiva e selvaggia?
Sarà questo l’esito della cosiddetta strategia energetica della Regione Basilicata? Non lo sappiamo. Pessimisticamente possiamo immaginare di sì. Tuttavia, è possibile invertire la direzione. Ad un certo punto, cioè oggi, bisogna fermarsi. Siamo a limite, oltre il quale fare un passo indietro non sarà possibile. Se ci fermiamo andremo avanti con passi lunghi e nuovi. Abbiamo già vaste zone occupate dalla produzione petrolifera, vaste zone industriali dismesse e inquinate. Abbiamo già un surplus di energia alternativa prodotta. Non basta? Tutte le nostre energie umane e tutte le risorse economiche disponibili dovremmo impiegarle nella direzione opposta. Sempre che vogliamo sperare nel futuro.
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Redazione Basilicata24
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