Sottosopra-La città salvata dalle donne e altri scherzi simili è uno spettacolo del 2007 incentrato sulle vicende legate allo stabilimento Enichem chiuso nei pressi della città di Manfredonia nel 1993 e che la compagnia Teatro bottega degli Apocrifi ha riportato in scena lo scorso aprile in concomitanza con il venticinquesimo anniversario dalla sua formazione.
Ci sono detonazioni i cui principi di sviluppo si radicano in un tempo talmente passato da confondere, da disseminarne le tracce o da rendere complesso ricomporne le lacerazioni e i cui esiti sono così duraturi da non rimarginare le lacerazioni del presente. La gittata di alcune deflagrazioni perdura oltre l’attimo, in alcuni casi può durare più di cinquant’anni. Ci viene da pensarlo varcando la soglia del cancello del Teatro Comunale Lucio Dalla di Manfredonia. Tra il cortile e il foyer si affastella un gran quantità di volti: adulti di varie età, giovani e giovanissimi, manfredoniani e non, magari provenienti da altri centri della provincia. Già di primo acchito si spiega la necessità di aggiungere una data ulteriore di replica nella programmazione che precede lo spostamento del laboratorio e della messinscena al Teatro Area Nord di Napoli, nei giorni successivi.
La fila al botteghino rende difficile arrivare sul muro al fondo dove sono affisse, incorniciate, le pagine dei giornali che, a mo’ di preparazione tematica e concettuale, ricostruiscono la cronaca di una vicenda o di eventi che hanno segnato la storia della città nelle linee dirette o tangenti delle vite di chi di lì a poco riempirà le poltrone. Sottosopra – La città salvata dalle donne e altri scherzi simili è uno spettacolo del 2007 di Stefania Marrone e Cosimo Severo, ripreso nella stagione 2015-2016 e di nuovo adesso, in concomitanza con il venticinquesimo anniversario dalla nascita di Teatro Bottega degli Apocrifi. Si colloca perciò agli inizi della storia che ha portato la compagnia manfredoniana – rarissimo esempio meridionale di gestione di un teatro con sistema di parternariato pubblico-privato, da poco divenuto centro di produzione riconosciuto per il teatro ragazzi – ad abitare lo spazio del Lucio Dalla sino a farne la propria casa e il proprio laboratorio di propulsione stabile all’interno del circuito regionale, prima coi Teatri Abitati e poi grazie al TRAC (Teatro di Residenza Artistica Contemporanea). Figlio di un processo laboratoriale condotto con le donne del luogo, l’allestimento prende le mosse ed è incentrato sui fatti connessi alla storia dello stabilimento Enichem presente a Macchia, in prossimità della cittadina marina della capitanata, per quanto il territorio sia di pertinenza della garganica Monte Sant’Angelo. I fatti sono più noti alla cronaca e alla popolazione locale forse, di quanto non lo siano oggi a quella nazionale, seppure – con le dovute differenze di scala e di specifiche – si potrebbero accomunare per assonanza a questioni conosciutissime, grosse e ancora gravose della storia non solo regionale, rispetto alle quali basterà citare l’Ilva di Taranto. In varie fasi poi si connettono ad avvenimenti e nomi che hanno segnato la storia industriale, finanziaria e politica del Paese intero, non fosse altro per clamorose fusioni aziendali che sfoceranno in questioni e inchieste complesse come quelle legate a “la madre di tutte le tangenti”, al caso Montedison e a Enimont, a loro volta drammaticamente congiunte (pare) al suicidio di Raul Gardini, a Mani Pulite, … Insomma faccende difficili che non compete a questa sede ricomporre nel dettaglio o dipanare, ma di cui è impossibile non ricordare l’eco sincrona.
Per tornare alla nostra vicenda: alla fine degli anni Sessanta, al termine di quel boom economico che aveva lasciato il Meridione d’Italia indenne dai benefici di un’industrializzazione che aveva significato l’emigrazione di una larga fetta della popolazione, beneficiando delle agevolazioni derivate dalla Legge per il Mezzogiorno, a circa un chilometro dal rione Monticchio, in sostanza alla periferia di Manfredonia, viene fatta letteralmente tabula rasa di circa centocinquanta ettari di uliveti e coltivazioni, per l’impianto dello stabilimento dell’allora Anic (Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili) – che confluirà in Enimont e poi ancora si trasformerà Enichem, con le relative collegate, tra cui Enichem Agricoltura. Lo stesso era accaduto, partendo dalla sede primaria di Ravenna, a Gela e Pisticci tanti o pochi anni prima. Il fine dichiarato è creare posti lavoro, avviare un’implementazione del capitale umano e socio-economico del territorio, fornire un antidoto all’annosa questione dell’ “arretratezza del Mezzogiorno”, sempiterna e decantata sempre troppo nei sintomi e troppo poco nelle cause di infezione e afflizione. Il mezzo è una sorta di riverbero dell’industrializzazione di cui sopra, attraverso l’assegnazione di incentivi per le società che decidano di allocare o trasferire l’interezza o parte della produzione a Sud, una propaggine di sviluppo, una propagazione produttiva come metafora di un processo chimico di infusione, anzi petrolchimico, è il caso di dirlo. I nuclei problematici sono quelli che ancora attanagliano i dibattiti su simili argomenti: lavoro e salute, ovvero per alcuni, per molti, per troppi il diritto di morire dignitosamente collocati oppure di vivere cronicamente disoccupati.
La famosa esplosione del settembre 1976 con la nevicata gialla di arsenico diffusa dalla ciminiera erosa su quartieri e zone ambientali limitrofe allo stabilimento, le navi di rifiuti tossici bloccate per mesi dal prefetto in porto, le giustificazioni di tecnici e burocrati e le rassicurazioni istituzionali, le opinioni contro e i pareri a favore, i disastri le in-finite bonifiche, i processi di assoluzioni e i risarcimenti, le perizie e le inchieste e poi i giorni, i mesi e gli anni, le famiglie, le nascite, le morti. Tutto si può leggere nelle trame di questo spettacolo degli Apocrifi, che sceglie di focalizzare il proprio cardine di sviluppo sulla voce delle donne e sulla protesta condotta da un movimento femminile inedito per le abitudini cittadine, il quale, non senza momenti di criticità, ha abitato la piazza della città per un paio d’anni a significare una presa di posizione forte e contraria, risoltasi davvero solo con la definitiva cessazione di attività dell’impianto nel 1993. Come a dire che questa terra amorevole e crudele, si regge e si capovolge nel ventre fermo o sovvertito delle donne, che urlanti o silenziose, pro e contro, la (ri)generano e ne vengono o ne sono state (ri)generate. La storia della città viene ricomposta attraverso un processo che la attraversa per salti come altrettanti punti di riferimento e orientamento, in una leggerezza lontanissima dalla superficialità, con un’ironia armonica e implacabile allo stesso tempo. All’ingresso in sala il sipario è aperto e un reticolo regolare di paia di scarpe da donna occupa la pavimentazione del palcoscenico come una scacchiera, una dimensione puntellata di percorsi individuali e comunitari in attesa di essere vissuti, rivissuti, riconvocati da tea livelli di partitura: quello della drammaturgia testuale, di una drammaturgia musicale (a cura di Fabio Trimigno)e sonora che la accompagna e contrappunta e quello dell’azione scenica, modellata con l’energia di una presenza multidirezionale degli e soprattutto delle interpreti.
L’allestimento nel suo complesso risulta accessibile anche a un pubblico trasversale, senza rinunciare a una ricerca di polisemia performativa: l’attraversamento, con entrate e uscite dalla platea, l’ensemble della musica dal vivo posto dietro un pannello di velatino a delineare una ulteriore e più astratta dimensione narrativa, la figura muta di un servo di scena con la maschera presente alla ribalta già prima del principio che osserva gli spettatori, l’uomo nero che funge da narratore e segna i punti decisivi della vicenda quasi come fossero lanci pubblicitari, con un tono da proclama abbastanza sarcastico, i cartelloni con le date (“1972 – alluvione”, “1976-arsenico”, “1978-ammoniaca”, “1986-nitrosio”) alzati “dalle ragazze” sui ring di pugilato, l’alternanza di fonia da dizione e inflessione vernacolare territoriale, come cifra identitaria. Sono alcuni degli elementi a costruire un complesso di tratti riconoscibili e centrali ormai in tutto il lavoro del gruppo pugliese, che in questo caso funzionano con un potere di aderenza e traslazione anche più efficace di altri. Il palcoscenico-piazza/agorà, la coralità, la commistione di profili e canali espressivi differenti: tre poli di un nucleo unico a cui la compagnia manfredoniana giunge e aggiunge di continuo, avverando quella che è forse la più rilevante tensione del suo operato, ovvero uno strutturato percorso di avvicinamento e partecipazione comunitari in grado di costruire a sua volta una propria comunità. Quasi vent’anni in cui la compagnia ha resistito con costanza e non senza grosse difficoltà, c’è da riconoscerlo, in un territorio che teatralmente si configura come un deserto sostanziale nel panorama contemporaneo nazionale, se non fosse per questo luogo, dove negli ultimi anni è possibile vedere (tra gli altri) allestimenti che resterebbero altrimenti irraggiungibili, se non proprio sconosciuti, al pubblico del foggiano: da La ferocia a Sette cavallini, da Natale in casa Cupiello cum figuris a Re Lear è morto a Mosca.
Un’esplosione dura un attimo, è questione di secondi, un rumore acuto o sordo, la vibrazione che si riverbera al suolo e poi più nulla. Prima e dopo tutto, invece, abbiamo imparato a capire, perché per quanto riguarda la materia e l’antimateria, così come per quello che attiene al lemma come metafora applicabile sostanzialmente a qualsiasi ambito dello scibile, l’esplosione è solo l’esito di un processo o di una serie complessa di processi iniziati ben prima e nella maggior parte dei casi, se non concatenati, almeno congiunti da circostanze più o meno infauste, più o meno felici o semplicemente favorevoli al suo accadimento.
Marianna Masselli
Visto a Manfredonia, Teatro Comunale Lucio Dalla, aprile 2026
SOTTOSOPRA-LA CITTÀ SALVATA DALLE DONNE E ALTRI SCHERZI SIMILI
regia Cosimo Severo
drammaturgia Stefania Marrone e Cosimo Severo
musiche Fabio Trimigno
eseguite dal vivo Antonio Riccardo, Matteo Fioretti, Andrea Stuppiello, Fabio Trimigno
in scena Beatrice Cassandra, Rosalba Mondelli, Nunzia Zoccano, Giovanni A. Salvemini, Bakary Diaby/Mamadou Diakite e con il coro di 50 donne della Città
guide di laboratorio e dei movimenti coreografici Rosa Merlino, Cosimo Severo
abiti di scena Anna Severo
spazio e luci Luca Pompilio
in collaborazione con Cosimo Severo
fonico e ambientazione sonora Amedeo Grasso, Domenico Grasso
organizzazione Micaela Granatiero
produzione Teatro Bottega degli Apocrifi Soc. Coop. Impresa Sociale
in collaborazione con Regione Puglia, Ministero della Cultura
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Marianna Masselli
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