#Finsubito news – Il pendolo della Silicon Valley torna indietro. Le Big Tech si riposizionano sui dem (ma non sarà facile)


Quando Donald Trump giurò da presidente degli Stati Uniti qualcuno si divertì a fare i conti: nella Rotonda del Campidoglio, gremita di miliardari della Silicon Valley, si contavano 1.350 miliardi di dollari di patrimoni personali. Praticamente due miliardi al metro quadrato. In prima fila c’erano Musk, Bezos e Zuckerberg, a suggellare l’alleanza tra la Casa Bianca e le Big Tech. Una fotografia destinata a diventare la prima di un lungo album. Il giorno dopo il giuramento, Trump annunciava con Sam Altman di OpenAi, e i Ceo di SoftBank Group e Oracle, il progetto Stargate: 500 miliardi di investimenti promessi per la costruzione dei data center negli Stati Uniti. A maggio portava i giganti della tecnologia in Medio Oriente, a settembre li riuniva a cena alla Casa Bianca. L’anno successivo, ancora insieme in Cina e alla cena di Stato per Xi Jinping. Un’alleanza fatta di politica e affari miliardari. 

La Silicon Valley, del resto, non si è limitata a corteggiare Trump. Ha finanziato il suo ritorno alla Casa Bianca e ha persino cambiato le regole delle proprie piattaforme, favorendo la diffusione dei contenuti della destra americana. Musk ha trasformato X in un megafono del movimento MAGA: uno studio pubblicato su Nature ha dimostrato che il suo algoritmo amplifica i contenuti conservatori. Zuckerberg ha eliminato il fact-checking indipendente negli Stati Uniti, allentato le regole sulla moderazione e modificato gli algoritmi di Facebook e Instagram per dare più spazio ai contenuti politici. Un sostegno che è andato ben oltre le donazioni, arrivando a incidere sul modo in cui milioni di americani si informano.

Meno di due anni dopo, all’indomani delle elezioni di metà mandato, lo scenario è cambiato. Le Big Tech, che hanno scommesso centinaia di miliardi sull’intelligenza artificiale contando sul sostegno di Trump, devono ora fare i conti con una crescente opposizione ai data center. Queste infrastrutture, indispensabili per l’AI, consumano enormi quantità di energia e acqua e fanno temere aumenti delle bollette. Alle midterm, gli elettori hanno votato quasi ovunque per limitarne la costruzione. In Texas, la nuova governatrice democratica ha promesso una moratoria.

E così, senza poter rompere con Trump, la Silicon Valley ha cominciato a cercare nuovi alleati tra i democratici in vista delle elezioni 2028. Non soltanto per difendere i propri investimenti e arginare le proteste contro il consumo di acqua ed energia dei data center, ma anche per il timore di finire nel mirino del nuovo Congresso. Come racconta il Washington Post, aziende e investitori stanno chiedendo ai consulenti politici quali candidati democratici finanziare e quali esponenti del partito coinvolgere nei propri consigli di amministrazione. A preoccuparli sono soprattutto le possibili indagini sui contratti federali ottenuti durante la presidenza Trump e sui rapporti privilegiati costruiti con la sua amministrazione. 

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Il nome da ricordare è quello di Cooper Teboe, stratega democratico della Silicon Valley, il cui telefono da settimane non smette di squillare. A chiamarlo sono le aziende tecnologiche e della Difesa. Prorio quelle che, dopo aver corteggiato Trump, ora cercano una sponda tra i democratici. “Hanno commesso il peccato capitale di dimenticare che il pendolo, prima o poi, torna indietro”, racconta Cooper Teboe al Washington Post. “Li aspettano un paio d’anni molto difficili”. Il timore principale è che un Congresso a maggioranza democratica possa aprire inchieste sui rapporti privilegiati costruiti con la Casa Bianca, sui contratti pubblici e sui possibili conflitti d’interesse. Secondo il Washington Post, che ha sentito una decina di fonti, nel mirino dei democratici potrebbero finire Palantir di Peter Thiel, che lavora con i dati dell’intelligence, e Anduril di Palmer Luckey, di  che produce droni e armi autonome. Ma anche le aziende vicine alla famiglia Trump: quindici società sostenute dai figli del presidente hanno ottenuto 3,2 miliardi di dollari tra contratti pubblici, investimenti e prestiti. A preoccupare le Big Tech non sono soltanto le possibili inchieste sui legami con la Casa Bianca, ma anche la crescente ostilità degli americani verso l’intelligenza artificiale senza regole e i data center.

Il problema, per le Big Tech, è come continuare a costruire data center senza alimentare la protesta, perché gli ivestimenti sono stati fatti e programmati. OpenAI sta cercando persino di cambiargli nome, chiamandoli “campus di calcolo per l’intelligenza artificiale”. Una sorta di data center washing. Amazon punta invece sui soldi: ha promesso oltre un miliardo di dollari in cinque anni alle comunità che ospitano i suoi impianti. Microsoft si è impegnata a sostenere i costi delle infrastrutture elettriche e a rinunciare alle agevolazioni fiscali locali. Insieme a Google, ha anche smesso di chiedere accordi di riservatezza alle amministrazioni. Oracle, che ha oltre 125 miliardi di dollari tra debiti e altre passività finanziarie, mette già in conto possibili ritardi nei cantieri. Ma nessuno vuole fermare la corsa. Microsoft ha aggiunto 24 data center nell’ultimo trimestre e Amazon installa un acceleratore per l’intelligenza artificiale ogni 14 secondi.

Il paradosso è che mettere un freno alla costruzione dei data center potrebbe favorire proprio le Big Tech. Come spiega Reuters, il giorno dopo la vittoria dei democratici, Amazon ha guadagnato in Borsa fino al 7,4%, mentre Meta, Alphabet e Microsoft sono salite tra il 2 e il 6,3%. Insieme ad Apple, i cinque colossi hanno visto crescere, durante la seduta, il loro valore complessivo di circa 750 miliardi di dollari. Il motivo è semplice: se diventa più difficile costruire nuovi data center, quelli già esistenti acquistano valore. E le grandi aziende, che ne possiedono già molti, si ritrovano avvantaggiate rispetto ai concorrenti più piccoli. Un motivo in più, per la Silicon Valley, per tenere aperta la linea con i democratici, senza rompere quella con Trump.


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