Le parti sociali non sembrano attraversare un buon momento, come si vede anche dallo stallo sulla trattativa relativa a contrattazione e rappresentanza
Non è un buon periodo per le parti sociali. Non sembra proprio che le associazioni imprenditoriali e le confederazioni sindacali siano in grado di esercitare un ruolo significativo nella definizione della manovra di bilancio. Per poter incidere bisognerebbe almeno condividerne il principale presupposto: la cautela per quanto riguarda la tenuta dei conti pubblici ovvero l’obiettivo che il Governo intende lasciare come cifra dell’intera legislatura.
La Confindustria ha chiesto all’Esecutivo di non attenersi alle regole di bilancio allo scopo di rilanciare l’economia. La Cgil, in tutt’altre faccende affaccendata, ha già bocciato in toto non solo la manovra prima ancora che venisse messa nero su bianco e si appresta allo scontro finale in vista delle prossime elezioni in occasione delle quali non farà mancare il suo appoggio a un’opposizione che si sta spostando sempre più a sinistra.
Cisl e Uil cercheranno di negoziare all’interno dei margini ristretti e, se il Governo è attento, otterranno i risultati disponibili. Ma si tratterà comunque di qualche ritocco, perché una manovra modesta – limitata nelle risorse – resta tale anche dopo gli aggiustamenti possibili.
Nel ddl di bilancio vi sono delle norme discutibili. Si potrebbe usare la metafora di una finanziaria fatta con dei droni che scaricano stanziamenti su di una serie polverizzata di obiettivi. Ma è il caso di notare anche che la manovra coglie gli aspetti cruciali di questa fase: la tenuta dei conti pubblici (si veda, al contrario, il caso della Francia per capire l’utilità di questa scelta), le spese per la difesa e l’energia.
Le parti sociali sono carenti anche su altre materie di loro stretta pertinenza. I loro gruppi dirigenti non si sono accorti – ad esempio – che è entrata in vigore la norma che consente la portabilità a un’altra forma privata del contributo contrattuale del datore a un fondo pensione. La questione è stata controversa fin da quando fu introdotta come criterio di una norma di delega nella legge 243/2004 (la riforma Maroni).
Le associazioni imprenditoriali, d’accordo con le confederazioni sindacali, contestarono questa norma in quanto ritenevano che un contributo proveniente dalla contrattazione collettiva dovesse rimanere in quell’ambito. In sostanza, il lavoratore era libero di destinare la quota di Tfr maturando (legge 252/2005) a una forma complementare di sua scelta, ma il contributo aggiuntivo del datore erogato agli aderenti a un fondo collettivo applicato in azienda non avrebbe potuto seguire – secondo le parti istitutive per via negoziale – l’allocazione in una forma diversa dal fondo chiuso.
La mediazione che si trovò con il Governo nella definizione del decreto delegato attuativo riconobbe la legittimità del trasferimento, ma lo subordinò alle modalità previste negli statuti e nei regolamenti dei fondi negoziali stessi. Poi, come tanti altri aspetti riguardanti la previdenza complementare, la norma è finita nel dimenticatoio, fino alla Legge di bilancio 2026, quando il Governo, in un anelito verso il libero mercato, secondo le convenienze e i rendimenti, ha reintrodotto il principio della portabilità a partire dal successivo 1° luglio.
Le parti sociali si sono allarmate e il 26 maggio tutte assieme, datori e lavoratori, hanno redatto e sottoscritto un avviso comune, nel quale ribadivano che il contributo dell’azienda era un beneficio contrattuale riservato a chi sceglie i fondi previsti dai contratti collettivi. Il Governo, allora, ha posticipato l’applicazione della norma dal 1° luglio al 31 ottobre. Si è trattato probabilmente di una dimenticanza, accortasi della quale sono fioccate le proteste. Man mano che le associazioni e i sindacati si sono resi conto di essersi incamminati su di un campo minato hanno sollevato formali proteste chiedendo di sopprimere la norma sulla portabilità.
Vedremo se il loro tardivo grido di dolore sarà accolto dal Governo nell’ambito della nuova legge di bilancio. Probabilmente potrebbe essere una concessione da fare a Cisl e Uil, perché l’Esecutivo non sembra voler fare della portabilità una questione di principio. Se non c’è stato un nuovo rinvio ciò è dovuto al fatto che le parti sociali si sono dimenticate di chiederlo prima che il 31 ottobre la norma entrasse in vigore per suo conto.
Sul fronte delle relazioni industriali e dei rapporti con il Governo le associazioni imprenditoriali e le confederazioni sindacali si sono imbattute in uno stallo più serio: non sono ancora state in grado di completare attraverso la contrattazione collettiva l’attuazione del decreto sul lavoro del 1° maggio per la parte relativa alla individuazione del Tec applicato dalle associazioni comparativamente più rappresentative, destinato a divenire il riferimento obbligato per tutte le imprese.
Su questo punto è sempre bene notare che la norma non stabilisce alcun monopolio della contrattazione collettiva alle organizzazioni con quella caratteristiche, ma sanziona quei contratti, stipulati da organizzazioni diverse, se i loro Tec non siano equipollenti che quelli delle controparti storiche. A questa verifica servono le norme sulla rappresentanza, non certo affidare loro la titolarità della contrattazione collettiva.
Il negoziato – preteso dalle organizzazioni degli imprenditori e dei sindacati, concesso dal Governo allo scopo di affidare alla loro autonomia la definizione delle nuove regole – è iniziato prima della pausa estiva con sicumera e fiducia: sia il fronte sindacale che quella dell’impresa si erano vantati di aver raggiunto posizioni rispettivamente comuni tanto da essere in grado di arrivare a un accordo in breve tempo, magari entro settembre.
A novembre il negoziato è ancora in alto mare e le maggiori difficoltà vengono dal fronte imprenditoriale, in particolare nei rapporti tra la Confindustria e le confederazioni artigiane che non sono in grado di individuare un Tec di riferimento comune per evidenti motivi. In più c’è sullo sfondo la riforma in itinere sull’artigianato che consentirebbe a a queste imprese di allargare il numero dei dipendenti occupando così un territorio conteso con la Confindustria.
Il passaggio è delicato, la posta in gioco è importante, anche se l’operazione è molto complessa da portare a compimento. È grave però che di questo potenziale fallimento non gliene può fregare di meno a nessuno.
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