«Venite gente vuota, facciamola finita / Voi preti che vendete a tutti un’altra vita / Se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito / Guardatevi nel cuore, l’avete già tradito. / E voi materialisti, col vostro chiodo fisso / Che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso / Le verità cercate per terra, da maiali / Tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali. / Tornate a casa nani, levatevi davanti / Per la mia rabbia enorme mi servono giganti. / Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco / E al fin della licenza io non perdono e tocco. / Io non perdono, non perdono e tocco».
In questa frase di Francesco Guccini, scomparso in questi giorni alla veneranda età di ottantasei anni, è concentrato tutto il pensiero della canzone militante degli anni Settanta-Ottanta. Di quel cantautorato combattente e ideologico che però, al di là degli schieramenti, ha prodotto capolavori letterari, artistici e musicali di rilievo assoluto.
“Dio è morto”: marxismo militante e Nietzsche
In quel «Dio è morto» — poi titolo di un’altra meravigliosa canzone — è concentrato tutto il marxismo militante, anche se, come vedremo tra poco, patrimonio originale della visione nietzschiana del mondo. Fu proprio Nietzsche a pronunciare per primo quella frase. Due facce della stessa medaglia ideologica e filosofica.
Giorgia Meloni e Matteo Salvini
Eppure Guccini piaceva anche a chi comunista non lo era, me compreso, perché anche se intriso di politica comunicava comunque con le sue canzoni valori e immagini che questa travalicava. Lui che come spesso succede con gli artisti era meno aggraziato e poetico delle sue canzoni, e se ne anche stupiva. Quando apprese che Meloni e Salvini erano tra gli ammiratori delle sue canzoni li mortificò dicendo loro:«Allora non le hanno capite». Ma in realtà non ebbe mai nemmeno un rapporto organico con il PCI di allora e tantomeno con il PD di poi. Era in fondo un anarchico come il protagonista de La Locomotiva, anche se gli eroi in teoria «son tutti giovani e belli».
L’Avvelenata: capolavoro assoluto
Basta riascoltare quel capolavoro assoluto che è L’Avvelenata:
«Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa. / Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia. / Io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi / Vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso. / Secondo voi ma a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù a cantare. / Godo molto di più nell’ubriacarmi oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare. /
La copertina del video de L’Avvelenata di Francesco Guccini, regia Il Movimento Collettivo (Cerchierini, Romagnoli, Salvati)
Se son d’umore nero allora scrivo frugando dentro alle nostre miserie / Di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo. / Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista, / Io ricco, io senza soldi, io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista. / Io frocio, io perché canto so imbarcare, io falso, io vero, io genio, io cretino / Io solo qui alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare.»
Ed in fondo aveva ragione assoluta: chi te lo fa fare di bestemmiare alle quattro del mattino su qualcosa per cui non vale assolutamente la pena? Fosse politica o sentimenti, aveva ragione a non idealizzare nulla. Lo scrisse sibillinamente in Farewell: «Il peccato fu creder speciale una storia normale».
Si sente il biasimo per i «militanti severi», il rivendicare che canzoni non son rivoluzioni — soprattutto commerciali. Quanto disprezzo in quel «non comprate i miei dischi, vendere non passa tra i miei rischi». Il rivendicare il piacere puro del comunicare con la musica, come l’inebriarsi di vino in senso quasi dionisiaco. Io stesso diffido sempre di chi non beve vino e non ama il sesso. Il concetto di sensibilità è strettamente connesso a quello di piacere. Fisico o intellettuale.
“Vedi cara”: l’amore non ha bisogno di spiegazioni
Ma non era solo diretto e spietato: era capace di una sensibilità spiccata anche in pochi versi. Come in Vedi cara quando dice:«Vedi cara, è difficile spiegare: è difficile capire se non hai capito già.» L’amore secondo lui non ha bisogno di essere spiegato, ma solo vissuto. La semplicità dell’intesa tra due persone diventa la forma più alta di connessione. Alla faccia dei nevrotici dei rapporti che finiscono per autodistruggersi.
Quando uscì Dio è morto, i canali ufficiali della Democrazia Cristiana la fecero censurare. Invece il quotidiano cattolico per eccellenza, L’Avvenire, la pubblicò in prima pagina. Perché ne capì il senso profondo.
La morte di Guccini chiude un’era: il comunismo
E forse la scomparsa di Guccini chiude un’era. Quella in cui il comunismo tramonta definitivamente. Ma con un paradosso che credo abbia spiegato molto bene Marcello Veneziani nel suo ultimo libro su Marx e Nietzsche.
Francesco Guccini
Veneziani sostiene — e io concordo pienamente — che il marxismo, separato dal comunismo, ha trionfato in Occidente. Il comunismo è finito: finito tragicamente, finito come sappiamo attraverso le esperienze fallimentari che ha lasciato alle sue basi. Ma il marxismo, se lo separiamo dalla sua apertura profetica alla società comunista di domani, è esattamente lo spirito occidentale radical e liberal del nostro tempo.
È quello spirito che innanzitutto riconosce lo sconfinamento e l’inappartenenza come principi fondativi della società: Marxè stato il primo teorico dell’uomo che non appartiene a nessun luogo, dell’uomo che non ha patria. Poi Marx è stato il più grande teorico dell’ateismo pratico – nel senso che non ha affrontato teologicamente l’esistenza di Dio, l’ha ritenuta un quesito irrilevante, ozioso, da cancellare —- ed è esattamente quello che ha vissuto e vive il nostro Occidente.
Paradossalmente il marxismo ha alcuni tratti profondamente attuali, realizzati nella società occidentale, ma separati dal comunismo in una versione individualistica di massa che è quella nella quale noi oggi ci troviamo.
Nietzsche, “Dio è morto” e il Superuomo
Così come l’espressione «Dio è morto» – la celebre metafora del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, contenuta principalmente ne La gaia scienza nell’aforisma 125 e in Così parlò Zarathustra – non indica la fine fisica di un ente divino, ma il crollo definitivo dei valori assoluti, delle certezze metafisiche e dei punti di riferimento tradizionali della civiltà occidentale.
“Dio è morto” di Guccini
La morte di Dio apre la porta al nichilismo, ovvero il rischio che la vita perda ogni scopo, valore o significato intrinseco. Per questo diventa necessaria la figura dell’Oltreuomo o Superuomo: per non soccombere al vuoto di questo evento, l’uomo deve superare se stesso, accettare la morte di Dio e diventare egli stesso creatore di nuovi valori.
Una frase che colpisce la fantasia dei lettori da decenni. Diretta e spietata, e anche motivo di analisi ed ironia: ricordate Woody Allen quando affermava «Dio è morto, Marx è morto e anche io oggi non mi sento molto bene»? Ieri su un profilo Twitter di Spinoza si scriveva ironicamente riguardo alla scomparsa del cantautore bolognese: «Dio: Guccini è morto». Una specie di corrosiva risposta ideale tra i due.
Il conformismo del web
Ma anche per Guccini, in questi giorni, si è aperta la corsa al conformismo. Gente impegnata a citare frasi scopiazzate a caso, che non ha mai ascoltato le sue canzoni prima. C’era un meme terribile che sulla sua immagine scriveva: «È nei silenzi che si ascolta la vita». Una frase a caso che Guccini non ha mai scritto in nessuna sua canzone.
Ma chi è privo di qualsiasi autonomia intellettuale si accontenta di vedere ciò che lui stesso prova nei versi degli altri. Una cosa che Guccini avrebbe odiato. Lui comunicatore sfrontato e diretto, mai incline al silenzio che come è noto è per i pavidi, per i falsi, per chi non ha nulla da dire e ha solo da nascondere. Lui invece di cose da dire ne aveva tante e profonde, e per questo rimarrà tra i cantautori più amati.
Le canzoni non limitatevi ad ascoltarle: se ne avete i mezzi cercate anche di capirle. Non fingersi sensibili intellettuali: la realtà prima o poi si appalesa sempre e mostra chi siete veramente. E se siete vuoti, apparirà solo il vuoto.
«Voi che avete fatto del qualunquismo un arte» – mi dispiace deludervi, ma vi aveva già capiti bene anche lui. Lo scrisse nel suo libro Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto: «Gli altri lo stavano ad ascoltare, seguivano il racconto, ma mettevano volti loro e ricordi loro al posto di quelli veri.» Autoreferenzialità pura.
T’invidio perché ancora hai molte pagine da aprire
Ma tra le frasi che preferisco, una realizza la capacità di intuire prima degli altri il mondo e le situazioni. Come se ciò che si presentasse davanti a te fosse un libro aperto, facile da capire e da intellegere per te, ma meno per altri. La frase è tratta da Canzone delle ragazze che se ne vanno:«T’invidio perché ancora hai molte pagine da aprire di un libro che ho già letto e che tu devi ancor scoprire.»
Lo diceva Scipione: «A chi fugge ponti d’oro». Lo ricorderò alla mia consulente personale per le fughe. Concorderà. Come diceva Guccini, dati causa e pretesto.
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Franco Fiorito
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