Gli esponenti del governo Meloni definiscono la manovra 2027 «seria e misurata». Eppure «una manovra prudente non è quella che rinvia il conto al prossimo governo, ma è quella che lascia al Paese più crescita, non più problemi da finanziare», ha evidenziato a MF-Milano Finanza Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato. Aggiungendo che se la prudenza «è necessaria, non può però diventare il nome elegante per mascherare la rinuncia a crescere». Invece, dopo cinque leggi di bilancio «il governo Meloni continua a intervenire sulle conseguenze dei problemi senza mai affrontarne le cause» nuovamente «con poche risorse disperse in una miriade di agevolazioni per i soliti noti, bonus che durano un anno e coperture che non garantiscono continuità. Nonché con trattamenti differenziati che finiscono per far pagare imposte diverse a cittadini con la stessa capacità contributiva: un problema di equità e di efficienza economica».
Domanda. Cosa manca nel ddl Bilancio?
Risposta. La grande assente del governo Meloni, non soltanto di questa legge di bilancio, è una politica di sviluppo. Nel biennio 2025-26 l’Italia cresce poco più dell’1% (grazie al traino del Pnrr), mentre la Spagna supera il 6%, e Grecia e Portogallo avanzano più del 4.
Il divario non si spiega con la geografia: dipende anche dalle scelte economiche. I salari reali non si ricostruiscono con qualche agevolazione sulle singole voci della busta paga. Servono contrattazione forte, salario minimo, investimenti e un fisco che non penalizzi il lavoro. E serve una politica della produttività che metta insieme ricerca, formazione e innovazione. Dobbiamo comprendere che la redistribuzione non è il premio da concedere dopo la crescita: è una delle condizioni per renderla possibile. Quando i redditi si concentrano, il ceto medio si restringe, i consumi rallentano e le opportunità diminuiscono. E senza investimenti programmatici post-Pnrr, la manovra triennale rischia di portare il Paese in stagnazione se non in recessione. L’ambizione del campo progressista va proprio in questa direzione: non soltanto distribuire meglio la ricchezza, ma costruire un nuovo modello di produzione del valore, nel quale innovazione e benessere collettivo crescano insieme.
D. La manovra chiede un contributo a banche, assicurazioni ed energia (il 60,9% del Ftse Mib) e raddoppia di nuovo la Tobin Tax allo 0,4%. Non c’è il rischio che Piazza Affari risulti meno attrattiva?
R. Il mercato dei capitali è essenziale per finanziare la crescita. Per questo ogni intervento fiscale deve essere prevedibile, proporzionato e valutato nei suoi effetti sulla liquidità, sugli investimenti e sulla concorrenza europea. Non si governa un sistema finanziario complesso con interventi improvvisati. Ma vorrei rivolgere un messaggio anche ai vertici di banche, assicurazioni e grandi imprese. Le diseguaglianze non sono soltanto un problema di chi le subisce. Diventano un problema anche per chi detiene e investe la ricchezza. Quando aumentano le distanze sociali, crescono le tensioni; quando crescono i conflitti, diminuiscono la fiducia, la stabilità e le condizioni per investire. La coesione sociale è anche un’infrastruttura economica. Per questo chiediamo alla grande finanza di essere protagonista di un patto moderno tra capitale, lavoro e istituzioni, fondato su investimenti produttivi, responsabilità fiscale e partecipazione più ampia ai benefici della crescita.
La proposta di un Fondo sovrano intergenerazionale si inserisce in questa visione: una parte della ricchezza generata dal patrimonio pubblico può essere investita per ampliare le opportunità delle nuove generazioni. Accade in Norvegia può succedere anche qui. Trasporti locali gratuiti, libri e diritto allo studio, casa e sostegni agli anziani che non ce la fanno devono essere sostenuti da forme nuove di intervento pubblico. Serve una protezione sociale universale alla quale devono partecipare tutti. Il capitalismo che concentra i benefici della crescita e scarica i rischi sulla società finisce per indebolire le proprie fondamenta. La vera modernità è produrre più valore, distribuirlo meglio e trasformarlo in fiducia nel futuro.
D. Il Pd è dunque favorevole a un prelievo sugli extraprofitti delle società energetiche contro il caro-bollette?
R. Siamo favorevoli a un contributo sulle rendite eccezionali generate dalle crisi energetiche, con criteri che non colpiscano gli investimenti. Se una crisi impoverisce milioni di cittadini e contemporaneamente produce guadagni straordinari per alcuni operatori, è ragionevole che una parte di quei benefici contribuisca ad alleviarne i costi. Ma occorre anche una prospettiva nuova sul futuro. Riflettiamo su un Fondo sovrano intergenerazionale, alimentato anche da una quota stabile dei dividendi delle partecipazioni pubbliche, compatibilmente con i loro programmi di investimento. Un patrimonio pubblico gestito con autonomia e trasparenza, destinato a ricerca, competenze, innovazione e opportunità per i giovani. La redistribuzione del futuro non può limitarsi a correggere le diseguaglianze di oggi: deve creare patrimonio e possibilità per le generazioni che verranno.
D. Sempre in materia di energia come suggerireste di utilizzare la flessibilità chiesta all’Ue?
R. Per aumentare la capacità produttiva del Paese, non per finanziare interventi destinati a esaurirsi. Reti, accumuli, rinnovabili, efficienza energetica e infrastrutture tecnologiche devono diventare un’unica strategia industriale. Nell’economia dell’intelligenza artificiale, energia e capacità di calcolo saranno fattori decisivi della competitività. Senza investimenti comuni europei rischiamo nuove dipendenze tecnologiche e industriali. La flessibilità ha senso se riduce le fragilità strutturali dell’Italia. Non se serve soltanto a rinviare la prossima emergenza.
D. Tornando alla manovra, le misure e le risorse previste per la sanità sono sufficienti? Quali priorità indichereste?
R. Con noi al governo alla Sanità andrà il 7% del pil, anziché il 6, con Meloni al Governo è andato il 5% del pil alla difesa e in armi. Non esiste sicurezza nazionale senza sicurezza sociale. Un Paese non è davvero forte se milioni di persone devono scegliere tra aspettare mesi per una visita e pagare per curarsi. Servono risorse stabili per personale, prevenzione, medicina territoriale e abbattimento delle liste d’attesa. E bisogna impedire che la progressiva difficoltà di accesso al servizio pubblico trasformi la tutela della salute in un mercato riservato a chi dispone di maggiori risorse. Ma non basta, dobbiamo compiere un passo ulteriore. Nella società digitale, dove il lavoro cambia, si frammenta e spesso non protegge più dalla povertà, serve una nuova architettura del welfare: una protezione sociale universale che garantisca a ogni persona una base di sicurezza economica e l’accesso ai diritti fondamentali. Non è assistenzialismo, ma vuol dire dare alle persone la libertà concreta di formarsi, lavorare, affrontare i cambiamenti e progettare il futuro. La sicurezza economica deve diventare un diritto di cittadinanza.
D. Per le imprese, invece, ci sono sufficienti risorse in manovra? O comunque si perseguono i giusti obiettivi?
R. Alle imprese non servono soltanto incentivi, ma un ambiente favorevole agli investimenti: energia competitiva, regole certe, credito, ricerca e capitale umano. Un sistema fiscale ben progettato deve accompagnare la crescita dimensionale delle aziende. Se, invece, conviene non superare determinate soglie, rinunciare ad aggregarsi o ricorrere a forme contrattuali meno tutelate, si producono incentivi contrari alla produttività. E i giovani qualificati non restano in Italia per un piccolo vantaggio fiscale: restano se il loro talento trova riconoscimento economico e prospettive professionali. L’intelligenza artificiale apre una questione storica: chi beneficerà della nuova produttività? Se tutto il valore aggiunto si darà a disposizione di pochi soggetti, cresceranno le diseguaglianze. Se una parte dei guadagni tecnologici sosterrà salari, formazione, servizi e sicurezza sociale, potremo costruire una crescita più solida. La sfida non è scegliere tra competitività e diritti. È fare dei diritti, delle competenze e dell’innovazione i motori di una nuova competitività. (riproduzione riservata)
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