Tra tagli alle ambizioni sociali, risorse insufficienti per la sanità e salari che non recuperano il potere d’acquisto, il governo tira a campare in vista del 2027. Per le forze progressiste è il momento di presentare un progetto concreto fondato su lavoro, energia e diritti.
La partita politica dei prossimi mesi non si giocherà soltanto sulla capacità di contestare le decisioni dell’esecutivo. Si giocherà soprattutto sulla possibilità di costruire una visione alternativa dell’Italia, capace di affrontare i problemi economici e sociali che pesano concretamente sulla vita delle persone.
La destra sembra puntare su una gestione attendista, nella speranza che il miglioramento dei conti pubblici e qualche beneficio fiscale possano consolidare il consenso in vista delle prossime elezioni. Ma il Paese non può essere governato con l’unico obiettivo di arrivare alla fine della legislatura nelle condizioni politiche più favorevoli. Soprattutto perché dietro i numeri della finanza pubblica ci sono problemi che non aspettano: stipendi insufficienti, precarietà, difficoltà delle imprese, liste d’attesa interminabili nella sanità, costo delle abitazioni e bollette che continuano a mettere in difficoltà famiglie e attività produttive.
La questione salariale deve essere la prima priorità. Non basta dire che il lavoro è tornato a crescere se una parte consistente dei lavoratori non riesce a mantenere il proprio potere d’acquisto. Gli aumenti contrattuali degli ultimi anni hanno consentito un recupero solo parziale rispetto all’inflazione, mentre milioni di lavoratori continuano a fare i conti con retribuzioni basse e contratti rinnovati con troppo ritardo. A giugno 2026, secondo l’Istat, circa 3,9 milioni di dipendenti erano ancora interessati da contratti in attesa di rinnovo.
La sinistra deve avanzare proposte precise: rafforzare la contrattazione collettiva, contrastare i contratti pirata, introdurre un salario minimo legale che garantisca una soglia inderogabile di dignità e incentivare la contrattazione aziendale e territoriale. Ma soprattutto deve affrontare il problema del costo del lavoro e della distribuzione della ricchezza, riducendo la pressione fiscale sui redditi medio-bassi e facendo in modo che gli aumenti di produttività si traducano anche in salari più alti. Non è accettabile che lavorare a tempo pieno non sia sufficiente per vivere dignitosamente.
C’è poi il problema del costo della vita. Non si può parlare di potere d’acquisto limitandosi a qualche riduzione fiscale in busta paga. Bisogna intervenire sulle voci che assorbono una parte crescente dei bilanci familiari: energia, affitti, trasporti, alimentazione e servizi. Servono strumenti permanenti di sostegno alle famiglie più esposte, politiche per aumentare l’offerta di abitazioni a prezzi accessibili, investimenti nel trasporto pubblico e una strategia energetica che riduca la dipendenza dalle oscillazioni dei mercati internazionali. Anche le piccole imprese hanno bisogno di contratti energetici più stabili e di strumenti che consentano loro di programmare investimenti e attività senza essere continuamente esposte a costi imprevedibili.
La sanità pubblica è un altro terreno sul quale si misura la credibilità di una proposta alternativa. Aumentare il Fondo sanitario è necessario, ma non basta. Il problema è capire come quelle risorse si trasformino in servizi. Oggi milioni di cittadini rinunciano alle cure, aspettano mesi per una visita specialistica oppure sono costretti a rivolgersi alla sanità privata perché non riescono ad accedere tempestivamente a quella pubblica.
La priorità deve essere ridurre concretamente le liste d’attesa, assumere medici, infermieri e personale sanitario, rafforzare la medicina territoriale e garantire presidi sanitari nelle aree interne e nei quartieri periferici. Occorre inoltre investire nella prevenzione e nei servizi per gli anziani e per le persone non autosufficienti. La salute non può dipendere dal reddito, dal luogo in cui si vive o dalla possibilità di pagare una prestazione privata. Il diritto alle cure deve tornare a essere effettivamente universale.
Un altro nodo decisivo riguarda il futuro industriale del Paese. Non possiamo limitarci a discutere di incentivi fiscali alle imprese senza affrontare la debolezza della nostra struttura produttiva. La produzione industriale italiana continua a mostrare segnali di difficoltà: ad agosto 2026, secondo l’Istat, è diminuita dell’1,3% rispetto al mese precedente e dell’1,1% nella media del trimestre giugno-agosto rispetto ai tre mesi precedenti. Particolarmente preoccupanti sono le difficoltà di alcuni comparti manifatturieri, dal tessile alla chimica.
Servono una politica industriale nazionale, investimenti nella ricerca, nell’innovazione e nella formazione, sostegno alle filiere strategiche e una strategia per accompagnare la transizione energetica e tecnologica. Le agevolazioni pubbliche devono essere legate a impegni verificabili: mantenimento dell’occupazione, qualità del lavoro, investimenti produttivi e rispetto dei contratti. Non possiamo continuare a finanziare le imprese senza chiedere in cambio garanzie sul lavoro e sul futuro degli stabilimenti.
Questo significa anche affrontare con maggiore determinazione le crisi industriali, difendere le produzioni strategiche e impedire che interi territori vengano impoveriti dalla chiusura o dal ridimensionamento delle attività produttive. La transizione ecologica non può essere lasciata alle sole dinamiche di mercato: deve diventare un’occasione di nuova occupazione, innovazione e sviluppo.
Particolare attenzione va riservata alle piccole e medie imprese, all’artigianato e al commercio, che rappresentano una componente essenziale dell’economia italiana. Hanno bisogno di meno burocrazia, accesso al credito, sostegno alla digitalizzazione e politiche che favoriscano l’aggregazione e la crescita dimensionale. Ma anche di un mercato interno più forte, perché senza salari adeguati non cresce la domanda e senza domanda non crescono le imprese.
C’è poi una questione generazionale che non può essere affrontata con bonus occasionali. I giovani continuano a incontrare difficoltà nell’accesso al lavoro stabile, nell’autonomia abitativa e nella costruzione di un progetto di vita. Troppi sono costretti ad accettare occupazioni sottopagate o a lasciare il Paese per trovare opportunità professionali adeguate.
Occorre investire nella formazione tecnica e universitaria, collegare meglio scuola, università e sistema produttivo, combattere il precariato e favorire l’accesso alla casa attraverso un vero piano di edilizia residenziale pubblica e sociale. Le politiche per la natalità non possono ridursi a contributi economici: servono asili nido accessibili, servizi per l’infanzia, congedi adeguati e una reale possibilità di conciliare lavoro e famiglia.
Anche il tema delle risorse deve essere affrontato senza ambiguità. Non si possono promettere contemporaneamente più servizi, meno tasse e maggiori investimenti senza spiegare come finanziarli. Una proposta credibile deve individuare le priorità, valutare i costi e indicare le coperture. Una riforma fiscale più equa deve alleggerire il peso sui redditi da lavoro e da pensione, contrastare seriamente l’evasione fiscale e chiedere un contributo maggiore a chi dispone di patrimoni e rendite elevate. Le risorse pubbliche devono essere utilizzate meglio, riducendo sprechi, agevolazioni prive di efficacia e spesa improduttiva.
È su questi temi che la sinistra ha una responsabilità precisa. Deve dimostrare di saper tenere insieme giustizia sociale, sostenibilità economica, sviluppo industriale e tutela dei diritti. Deve parlare ai lavoratori, ai pensionati, ai giovani, alle famiglie, alle piccole imprese e a quel ceto medio che negli ultimi anni ha progressivamente perso certezze.
La manovra del governo Meloni, con i suoi limiti e le sue contraddizioni, offre dunque un’occasione che la sinistra non può permettersi di sprecare. Non basta contestare la distribuzione delle risorse o denunciare l’insufficienza degli interventi. Bisogna entrare nel merito delle scelte: quanto si investe sui salari, quanto sulla sanità pubblica, quali strumenti si mettono a disposizione delle imprese, come si affronta il costo dell’energia, quali garanzie si offrono ai giovani e come si finanziano i servizi pubblici.
Il confronto deve riguardare anche le priorità della spesa pubblica e il rapporto tra investimenti sociali, crescita economica e sostenibilità dei conti. La credibilità di una forza politica si misura anche dalla capacità di spiegare non soltanto che cosa vuole cambiare, ma come intende farlo.
Non servono promesse irrealistiche né formule propagandistiche. Serve un programma capace di individuare le priorità, indicare le risorse necessarie e spiegare con chiarezza quali cambiamenti si intendono realizzare. E serve soprattutto la capacità di tradurre queste proposte in iniziative parlamentari, vertenze territoriali e mobilitazione sociale.
La differenza tra una politica che si limita ad amministrare l’esistente e una politica che vuole cambiare il Paese sta proprio qui: nella capacità di scegliere da che parte stare e di dare risposte verificabili ai problemi delle persone.
La sfida del 2027 comincia adesso, nei luoghi di lavoro, nei territori, nelle vertenze industriali, nelle battaglie per la sanità pubblica e nella difesa del potere d’acquisto delle famiglie. Comincia dalla capacità di ascoltare chi non arriva alla fine del mese, chi aspetta una visita medica, chi rischia di perdere il lavoro, chi non riesce a trovare una casa e chi è costretto a lasciare l’Italia per costruirsi un futuro.
È da qui che può nascere un’alternativa credibile alla destra: non da un semplice cambio di maggioranza, ma da una diversa idea di società, nella quale il lavoro, la salute, la dignità e l’uguaglianza tornino a essere le vere priorità dell’azione pubblica.
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