di Carmen Autuori
L’odore intenso della genziana, dell’anice stellato e delle altre erbe officinali accoglie il visitatore non appena varca la soglia della sede di Amaro Penna, a Sassano, nel cuore del Vallo di Diano, terra nota anche per le spettacolari fioriture spontanee di orchidee che colorano le valli circostanti. È il primo indizio di un viaggio che conduce ben oltre la storia di un liquore.
Qui la poesia evocativa degli oggetti è tangibile. I recipienti in rame, le antiche tappatrici, gli alambicchi, le bottiglie dalle forme femminili riemergono dal passato con la forza del ricordo, intimo e allo stesso tempo collettivo; antiche lettere ingiallite dal tempo, medaglie conquistate nelle esposizioni internazionali, fotografie d’epoca e raffinati calendari Liberty diventano le pagine di un racconto che attraversa oltre un secolo di storia.
Ogni ambiente è una porta sul tempo. La geografia del Vallo di Diano si intreccia con quella della famiglia Penna e con le vicende dell’Italia: i fasti della Belle Époque, raccontati da eleganti figure femminili dai manifesti pubblicitari, seducenti ma mai volgari; gli anni del brigantaggio, le due guerre mondiali, la corrispondenza che ha accompagnato la crescita dell’azienda. E poi una semplice madia, che a Sassano chiamano fazzatora, custodisce una delle storie più toccanti: quella di Vincenzo, fornaio prima di partire per il fronte, costretto dalla guerra a trasformarsi in soldato e a convivere per sempre con il peso di vite spezzate. È anche attraverso questi oggetti che Amaro Penna continua a raccontare la propria identità, fatta di persone, vicende familiari e frammenti di storia collettiva.
Per comprendere davvero l’Amaro Penna bisogna partire da qui. Non dalla ricetta, pur rimasta immutata da 125 anni.
Ad accoglierci sono Alfonso, Mina e Tiziana Penna, terza generazione alla guida dell’azienda. Compiti diversi, un’unica visione: preservare l’identità di Amaro Penna e trasmetterne il patrimonio senza alterarne lo spirito.
Alfonso ci riceve con un impeccabile baciamano d’altri tempi, gesto che racconta un’eleganza naturale prima ancora delle parole. Mina e Tiziana accompagnano la visita con il coinvolgimento di chi non custodisce soltanto un’azienda, ma una storia di famiglia: la passione per l’opera del nonno e del padre affiora in ogni ricordo, nello sguardo e nel modo in cui ogni oggetto, ogni documento e ogni aneddoto acquistano significati profondi.
La storia: un’impresa nata lungo le vie della transumanza
«Mio nonno era un uomo che vedeva sempre un passo più avanti degli altri», racconta Mina Penna mentre ci accompagna nella sede storica dell’azienda. «Aveva un’intuizione per ogni cosa e riusciva a trasformarla in un’impresa.»
La storia dell’Amaro Penna nasce proprio da questa straordinaria capacità di guardare oltre. Muratore di professione, Alfonso Penna giunse a Sassano seguendo lo zio, che aveva ottenuto l’appalto per la costruzione del cimitero del paese. Qui comprese le potenzialità di un territorio attraversato dagli antichi tratturi della transumanza, lungo i quali per secoli hanno viaggiato pastori, mercanti e viandanti. Fu in questo crocevia di uomini e di scambi commerciali che decise di fermarsi, dando vita a una fornace di laterizi, a una ghiacciaia quando il frigorifero ancora non esisteva, a un mulino, a un panificio, a una segheria alimentata da una teleferica che trasportava il legname dal Monte Cervati e, infine, alla fabbrica di liquori.
Anche la casa di famiglia, dove una volta c’era l’azienda, riflette il suo spirito innovatore. Alla fine dell’Ottocento Alfonso la volle in rosso pompeiano, colore di élite per all’epoca, una scelta insolita per l’epoca che la rese immediatamente riconoscibile. «Per il paese era una novità assoluta», ricorda Mina. «Mio nonno amava distinguersi con eleganza, senza mai rinunciare alla sostanza.»
La ricetta dell’Amaro Penna nacque a cavallo tra due secoli grazie alla collaborazione con lo speziale Borgia, farmacista di Sassano originario di Sala Consilina. L’ incontro tra l’intuito imprenditoriale di Alfonso Penna e le competenze erboristiche del farmacista diede vita all’ infuso di erbe officinali destinato a diventare uno dei simboli del Vallo di Diano. La commercializzazione iniziò nel 1902 e già le prime pubblicazioni dell’azienda raccontavano un liquore ottenuto attraverso “un’accurata ricerca di ingredienti genuini e naturali selezionati con competenza e lavorati con pazienza“, qualità che ancora oggi rappresentano il tratto distintivo della produzione.
Alla scomparsa del fondatore fu uno dei quattordici figli, Arturo Penna a raccoglierne l’eredità, proseguendo l’attività liquoristica, custodendo gelosamente la ricetta di famiglia, mentre gli altri fratelli si dedicarono alle altre attività di Alfonso. Da allora il testimone è passato di generazione in generazione fino agli attuali protagonisti.
Anche la celebre bottiglia triangolare nasce da un’intuizione del fondatore. L’ispirazione arrivò osservando le antiche pietre miliari borboniche che costeggiavano la Strada Regia delle Calabrie, cippi dalla caratteristica forma triangolare che scandivano il cammino dei viaggiatori, a cui si accompagnavano delle fontane per dare ristoro ai viandanti, «Un giorno ci metterò un collo e ne farò una bottiglia», avrebbe detto Alfonso Penna. Da quell’idea prese forma il contenitore che ancora oggi identifica l’Amaro Penna e che continua a raccontare, il legame profondo dell’azienda con la storia e con il territorio del Vallo di Diano.
La produzione è affidata ad Alfonso Penna, avvocato del Foro di Lagonegro, che continua a esercitare la professione legale affiancandola al ruolo di custode della ricetta di famiglia. È lui a seguire personalmente ogni fase della lavorazione, rimasta sostanzialmente immutata da quando, 125 anni fa, il nonno Alfonso elaborò la formula insieme allo speziale Borgia.
La lavorazione conserva ancora oggi un’impronta rigorosamente artigianale. Dalla pesatura delle botaniche alla macerazione, dall’infusione alla miscelazione con lo sciroppo idroalcolico, all’etichettatura realizzata rigorosamente a mano con l’aiuto di un supporto in legno, senza ricorrere ad automazioni. Genziana, calamo, anice stellato, una piccola percentuale di assenzio (consentita dalla legge italiana) e numerose altre erbe officinali provenienti da diverse parti del mondo compongono una ricetta che Alfonso custodisce con assoluto rigore: se manca anche un solo ingrediente o una dose non corrisponde perfettamente all’originale, la produzione si ferma.
La sua passione nasce da lontano. Aveva appena quattordici anni quando, approfittando di un’assenza del padre, preparò da solo due quintali di Amaro Penna seguendo tutto ciò che aveva imparato osservando negli anni precedenti. Fu il giudizio positivo di Alfonso a segnare l’inizio di un percorso che continua ancora oggi.
Ad occuparsi del marketing è Tiziana Penna. A lei spetta il compito di portare Amaro Penna nel presente, valorizzandone la storia e l’identità attraverso una comunicazione rivolta anche al pubblico contemporaneo. Ma nel suo lavoro il territorio resta un punto fermo. «Sassano è il nostro genius loci», racconta. «Produrre qui comporta inevitabilmente qualche difficoltà logistica: siamo lontani dalle grandi vie di comunicazione e i trasporti hanno costi e tempi diversi. Ma non abbiamo mai pensato di spostare la produzione. Questo paese è parte dell’Amaro Penna».
È un legame che va oltre la dimensione geografica. La comunità di Sassano ha riconosciuto per generazioni nell’Amaro Penna un motivo di orgoglio, facendone un simbolo del paese ben oltre i confini del Vallo di Diano. «Qui il nostro amaro è sempre stato sentito come qualcosa che appartiene alla comunità», aggiunge Tiziana. «E proprio per questo crediamo che restare a Sassano sia fondamentale». La scelta di continuare a produrre nel luogo in cui tutto è nato diventa così parte della stessa identità aziendale.
Il museo dell’Amaro Penna raccoglie oltre un secolo di storia attraverso oggetti, fotografie, documenti e strumenti di lavoro che restituiscono non soltanto l’evoluzione dell’azienda, ma anche quella del territorio e della società in cui è cresciuta.
Tra le testimonianze più antiche ci sono le prime etichette stampate su carta paglia, le bottiglie originali dei primi del Novecento, manifesti, attestati e fotografie d’epoca. Un patrimonio che consente di seguire, attraverso immagini e oggetti, il percorso dell’impresa e i cambiamenti del costume italiano.
Di particolare rilievo è la collezione di diplomi e medaglie ottenuti nelle esposizioni nazionali e internazionali. Già agli inizi del Novecento l’Amaro Penna partecipava alle grandi rassegne espositive con i propri prodotti, conquistando riconoscimenti a Roma, Torino e Parigi. Sono testimonianze di una notorietà che aveva già superato i confini del Vallo di Diano.
Accanto ai riconoscimenti emerge la figura del fondatore. Il suo biglietto da visita conserva ancora la professione di muratore, mentre il diploma di consigliere municipale, conferitogli nel 1908, e gli atti relativi alle diverse attività imprenditoriali restituiscono il profilo di un uomo profondamente inserito nella vita economica e civile di Sassano.
Più intima è la sezione dedicata a Vincenzo Penna, figlio maggiore del fondatore, morto giovanissimo durante la Prima guerra mondiale. Le lettere spedite dal fronte e quelle ricevute dalla famiglia, oggi digitalizzate, restituiscono la voce di un giovane lontano da casa e una vicenda privata che si intreccia con quella di un’intera generazione.
Il percorso documentale è affiancato dagli oggetti della produzione: recipienti in rame, strumenti di lavoro, vecchie botti, stadere, tegole provenienti dalla storica fabbrica di laterizi e contenitori destinati un tempo al trasporto dell’alcol. Sono le tracce concrete di un modo di lavorare fondato sulla manualità, sulla precisione e sul tempo.
Una sezione è dedicata alle erbe officinali esposte per mostrarne forme, profumi e varietà e per illustrarne il ruolo nella preparazione dei liquori. «Vorremmo realizzare una vera sala sensoriale», racconta Alfonso Penna, «dove il visitatore possa riconoscere i profumi delle erbe e ritrovare l’atmosfera delle antiche spezierie».
L’azienda realizza oggi circa trenta referenze, dall’Amaro Penna al rum al caramello, dall’anice al finocchietto, passando per limoncello, creme e altri liquori della tradizione. Una produzione ampia, ma sempre fedele allo stesso principio: privilegiare la qualità delle materie prime piuttosto che la loro semplice provenienza geografica. «Non credo nel chilometro zero, ma nel chilometro buono», osserva Alfonso Penna.
La struttura produttiva resta volutamente contenuta: circa diecimila bottiglie l’anno. Accanto ai tre soci di famiglia lavorano tre dipendenti fissi e alcuni collaboratori esterni. «La nostra attenzione si concentra soprattutto sull’infusione a freddo, che permette di preservare al meglio le caratteristiche delle botaniche», spiega Alfonso Penna. Una parte della produzione viene inoltre destinata alle cerimonie, con piccole bottiglie confezionate come bomboniere.
«L’Amaro Penna nasce come digestivo, ma non si ferma lì», sottolinea Tiziana Penna. «Oggi viene utilizzato anche come aperitivo e nella mixology, dove entra nella preparazione di cocktail contemporanei». È proprio questa nuova lettura a proiettare il liquore oltre la sua funzione tradizionale e ad avvicinarlo a un pubblico più giovane, offrendo nuove occasioni di consumo a una ricetta nata oltre un secolo fa.

Ditta Alfonso Penna
Via Armando Diaz, 6
Sassano (Sa)
Tel. 0975 78020
www.amaropenna.com
Report del 24 novembre 2024
Cento anni di storia nel bicchiere
di Gianni Colucci
Sono passati cento anni da quella notte piovosa in cui Alfonso Penna (accanto, in una foto d’epoca) si rifugiò nel retrobottega di un farmacista per scampare al temporale. In quella notte, per passare il tempo, Penna cominciò a trafficare con spezie ed erbe. e alla fine, trasse fuori un infuso che gli parve di gusto squisito e sopratutto dagli effetti mirabolanti sulla digestione. Penna brevettò la «scoperta» e cominciò la produzione della sua piccola azienda. In breve da Sassano la fama dell’amaro giunse in mezz’Europa e alle mostre internazionali ottenne premi e riconoscimenti già nel ’10. Penna morì improvvisamente nel ’30. Il figlio Arturo, come tutte le seconde generazioni, ritenne che quello paterno non fosse un business redditizio e aprì una fornace.
Ma subito si ricredette. Finì con il licenziare 60 operai per tornare a dedicarsi all’amaro inventato dal padre. E da allora l’azienda ha continuato a crescere, conservando però il carattere familiare. «Abbiamo iniziato come in una favola – dice Tiziana Penna, uno dei quattro nipoti (tre sorelle e un fratello) del fondatore – e oggi facciamo rivivere, non abbandonando le nostre rispettive professioni,, il sogno di mio nonno». L’invenzione di Penna ha avuto qualche problema con il ministero della Sanità che voleva imporne la vendita in farmacia, costringendo gli eredi a togliere dall’etichetta la frase «Risolve la digestione in maniera mirabile». Si festeggia l’amaro centenario con concerti, convegni e assaggi in piazza e nell’azienda che è meta di scolaresche anche perchè ha un bel museo da visitare. A Sassano i dieci dipendenti producono qualche decina di migliaia di bottiglie di Amaro (solo con dodici segretissime erbe) e di altri liquori dal nome antico: anisetta, elixir china e infuso di rucola.
www.amaropenna.it
Via Diaz,6
Tel. 0975. 78020
dal Mattino, novembre 2004
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Luciano Pignataro
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