Il ruolo dei Silver nelle reti informali


Nell’ultimo libro del Professor Alberto Brambilla, il Centro Studi Ricerche Itinerari Previdenziali sottolinea il ruolo cruciale svolto dai Silver italiani (e in particolare dagli over 65) nel sostegno alla famiglia e alla comunità di appartenenza: attività – spesso sostitutive del welfare state – che possono valere nel loro complesso fino a 50 miliardi di euro

Quando si pensa alla fascia anagraficamente più matura della nostra popolazione, si tende spesso a immaginare persone bisogne di assistenza e cura, cedendo il passo a qualche stereotipo di troppo e soprattutto dimenticandone il peso crescente nel welfare familiare e di comunità. Più che mai desiderosi di essere ancora utili alla collettività anche dopo la fine della vita lavorativa,i Silver italiani sono infatti di frequente nonni a tempo pieno o quasi, sostengono finanziariamente, o con attività di cura, figli e nipoti e non disdegnano attività di volontariato, mostrando una propensione maggiore a partecipare a progetti di utilità sociale di quanto non facciano altre classi di età. 

È in effetti questo il ritratto degli ultra50enni del Paese  che emerge della survey “Chi sono, cosa fanno, come vivono e cosa vogliono i Longennial italiani”,  condotta da Itinerari Previdenziali in collaborazione con Format Research. Realizzata su un campione di 5.120 unità statisticamente rappresentativo della popolazione di età superiore ai 50 anni, stratificato per genere, classe anagrafica (50-64 anni, 65-74 anni, dai 74 anni in su) e macroarea geografica di residenza (Nord Ovest, Nord Est, Centro, Sud e Isole), l’indagine – in questa sua seconda edizione ospitata all’interno dell’ultimo volume del Professor Alberto Brambilla sulla Longevity Economy – dedica ampio spazio al ruolo dei Silver nelle reti informali, restituendo la fotografia di una fetta di popolazione che, almeno finché a propria volta in buona salute, una volta raggiunto il pensionamento, tende a mantenersi attiva spesso sostituendo le proprie responsabilità professionali con quelle di accudimento.

Nel dettaglio, a fronte di una quota del 13,7% che non ha figli o nipoti,  in media il 40,3% degli intervistati si prende poi cura di figli o nipoti con regolarità (dato in rialzo di quasi 5 punti percentuali rispetto alla precedente rilevazione del 2022), mentre il 27,3% lo fa quantomeno ogni tanto. Solo il 18,7% degli intervistati non si dedica a oneri di welfare familiare: varie le motivazioni, tra cui indubbiamente spicca però la distanza geografica (35,5%); seguono quindi eventuali problemi di salute, con una percentuale media dell’8,1% destinata a salire fino al 14,9% una volta superata la soglia dei 74 anni di età.

Figura 1 – Aiuta finanziariamente figli o nipoti?

Fonte:  “Chi sono, cosa fanno, come vivono e cosa vogliono i Longennial italiani”, Itinerari Previdenziali e Format Research

Lì dove non arriva la prossimità fisica, intervengono però gli aiuti finanziari: il sostegno economico nei è saltuario per il 41,1% degli intervistati e addirittura assiduo per il 32% dei rispondenti. In questo ambito, è soprattutto la fascia 50-64 anni a presentare la quota più elevata di aiuto regolare (47,2%). La frequenza del sostegno tende infatti all’avanzare dell’età, verosimilmente per l’effetto combinato sia di una maggiore disponibilità patrimoniale dei propri figli (la necessità di supporto finanziario riguarda nella maggior parte dei casi figli ancora impegnati nella formazione o alle prese con una condizione lavorativa ancora instabili) sia di una maggiore cautela nella gestione del reddito; gestione che si fa appunto spesso più prudente dai 75 anni in su, quando subentra una compressibile maggiore incertezza rispetto ai propri bisogni futuri.

Alle attività in ambito domestico a supporto della propria famiglia si associano poi quelle di volontariato e/o associazionismo, a sostegno dell’intera comunità: il 36,7% del campione (era il 32,7% nel 2022) fa volontariato, benché per lo più occasionalmente. La frequenza è saltuaria per il 27,8% dei rispondenti. Piuttosto trasversale all’interno della platea intervista risulta poi l’apprezzamento nei confronti della presenza di centri di aggregazione dedicati agli over 60, dei  quali dispone all’interno dei propri comuni il 67,8% del campione intervistato. A segnalarne l’assenza sul fronte opposto il 32,2% dei rispondenti, che in verità ne segnala la potenziale utilità soprattutto come luoghi relazionali e in particolare di contrasto alla solitudine (69,5% delle indicazioni).

 A figurare tra coloro che supportano maggiormente la propria comunità attraverso volontariato e associazionismo soprattutto la fascia tra i 65-74 anni di età, verosimilmente avvantaggiata dal maggior tempo a disposizione dopo il pensionamento – 62 anni l’età media di accesso alla pensione del campione – e da una condizione fisica ancora vicina a quella ottimale, motivazione che potrebbe al contrario spiegare il calo al di sopra dei 74 anni. Altro fattore che sembra incidere in modo significativo sulla propensione al volontariato è poi il titolo di studio, tanto che sono soprattutto i laureati a praticarlo con regolarità: a fronte di una media nazionale del 7,6%, la percentuale sale all’8,4% tra i laureati magistrali o del vecchio ordinamento e addirittura al 15,5% in caso di ulteriori specializzazioni post-laurea.

Figura 2 – Partecipa ad attività di volontariato?

Figura 2 – Partecipa ad attività di volontariato?
Fonte:  “Chi sono, cosa fanno, come vivono e cosa vogliono i Longennial italiani”, Itinerari Previdenziali e Format Research

Nel complesso, un impegno ragguardevole, il cui ritorno non riguarda la sola sfera sociale, ma anche la vita economica del Paese. Come scrive infatti il Professor Brambilla all’interno del suo libro sulla Longevity Economy edito da Guerini e Associati, «volendo, con un pizzico di fantasia, stimare il valore aggiunto sul PIL di questo blocco silenzioso e operoso di persone, spesso sostitutive del welfare state, si potrebbero stimare, con riferimento ai soli over 65, almeno 30 miliardi di euro per quel che riguarda le attività di cura in ambito familiare e circa 20 per quella di volontariato prestata alla propria comunità».

D’altro canto, i risultati del questionario si prestano tuttavia non solo a un plauso al ruolo sociale svolto dagli over 50 ma anche a un’importante riflessione sull’atomizzazione dei nuclei familiari: poco meno del 14% del campione dichiara infatti di non avere figli e nipoti, il che vuol dire non poter a propria volta contare sul welfare familiare nell’età del bisogno. È del resto in atto ormai da decenni, e la survey lo conferma, una progressiva semplificazione delle dimensioni e della composizione delle famiglie che, combinata al progressivo invecchiamento della popolazione, potrebbe porre il grave problema della mancata cura in caso di necessità (fragilità, disabilità, non autosufficienza, e così via). Ancora più significativo diventa allora rilevare come circa un terzo del campione intervistato si occupa di un familiare fragile: il 19,8% lo fa regolarmente e il 12,4% ogni tanto. Percentuali che evidenziano una realtà dunque già piuttosto diffusa, tanto che solo il 27,5% dichiara di non avere familiari fragili e di non aver pertanto mai avuto esperienza di una simile forma di accudimento.


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Mara Guarino

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