Recensione. The Fridas è uno spettacolo di Sofia Nappi e dell’ensemble Komoco ispirato al quadro Le due Frida del 1939. Visto al Teatro Bellini di Napoli
Sono da subito le luci di Alessandro Caso a costruire in scena un percorso sensoriale intimo e coinvolgente, ampliato e ben abitato dai performer. In quel perimetro circoscritto dell’occhio di bue che si sposta a destra e sinistra, gli interpreti giocano a nascondersi nei chiaroscuro, quasi sfiorando e trattenendo l’effimero con una sincera gestualità. L’incipit è affidato a una piccola panca al centro su cui siedono Adriano Popolo Rubbio e Paolo Piancastelli. All’inizio i movimenti sono minimi: è con gradualità che la danza si irradia. Nella quasi immobilità dei primi istanti, i due danzatori rendono con chiarezza la difficoltà sia di stare insieme sia di lasciarsi andare davvero, restituendo al pubblico, con estrema lucidità, la complessità dei rapporti umani e della relazione con sé stessi.


La coreografia sembra assorbire proprio questa complessa molteplicità: i due performer non incarnano semplicemente due lati artistici e personali ma diventano presenze speculari e complementari, continuamente attraversate dal bisogno reciproco che a volte rischia di far male. I loro corpi si avvicinano e si respingono come se fossero legati da un filo invisibile, in una dinamica che indubbiamente richiama la vena che appare nel dipinto: un collante che, pur se inevitabile, espone alla ferita. Anche nei momenti di maggiore distanza scenica permane infatti la percezione di un vincolo impossibile da spezzare.
Inoltre, la colonna vertebrale rotta, con la conseguente e struggente immobilità fisica di Kahlo, esplode qui in dinamismo e fluidità corporea: contraltare della condizione dell’artista. La danza di Komoco evita infatti ogni forma di rappresentazione illustrativa del dolore. Non vi è mai mimetismo o compiacimento estetico della sofferenza: il trauma attraversa i corpi tramite una vibrazione continua, fatta di torsioni improvvise, cadute trattenute, slanci interrotti e continui ritorni al centro. I performer sembrano cercarsi costantemente forse senza mai raggiungersi fino in fondo; il contatto avviene per frammenti, per appoggi fugaci, per mani che scivolano via all’ultimo istante. È soprattutto nella qualità del movimento che emerge la maturità della ricerca coreografica. La scrittura di Nappi alterna una fisicità quasi animale a momenti di sospensione: i corpi si incurvano, si spezzano e subito dopo si rialzano con una morbidezza inattesa. La ripetizione di alcuni gesti – il busto che si curva e piega, le braccia che cercano apertura e poi si chiudono in difesa – costruisce quasi una memoria emotiva interna allo spettacolo, come se il dolore tornasse ciclicamente a manifestarsi sotto forme diverse. In questo continuo oscillare tra impulsi differenti, la coreografia restituisce anche la natura contraddittoria di Frida Kahlo: vulnerabile e feroce, ironica e tragica, profondamente vitale nonostante tutto.

La relazione tra i due interpreti evolve con grande precisione ritmica. Nella prima parte prevale una tensione trattenuta, quasi una reciproca diffidenza corporea; successivamente il movimento si apre in dinamiche più ampie e vorticose, dove prese e sbilanciamenti rivelano una fiducia mai completamente stabile. Vi sono momenti in cui uno dei due sembra sostenere il peso emotivo dell’altro, salvo poi crollare a sua volta: la dipendenza reciproca diventa così il cuore pulsante della coreografia.
La componente sonora è poi fondamentale: non accompagna semplicemente la danza, anche i silenzi con le conseguenti sospensioni musicali arricchiscono la linea drammaturgica. La voce roca di Chavela Vargas e il richiamo a La Llorona creano un’atmosfera di nostalgia, lutto e passione messicana, mentre l’ironia finale pare alleggerire il dolore nell’impossibilità di cancellarlo. Le sequenze conclusive, di fatto, introducono una rottura inattesa del tono emotivo fino a quel momento costruito. I due danzatori ritornano alla panca: indossano ora una sorta di bandana e il movimento si trasforma. I gesti diventano quasi grotteschi, attraversati da un’ironia sottile che sorprende lo spettatore. Non si tratta però di un semplice alleggerimento comico. In quella teatralità sembra emergere un altro tratto profondamente legato all’universo di Kahlo: la capacità di convivere con il dolore senza rinunciare alla vitalità e perfino all’eccesso. Dopo aver abitato per tutta la performance una dimensione vulnerabile e trattenuta, i corpi dei performer esplodono in una fisicità più esibita, quasi sfacciata, che rompe la compostezza precedente e restituisce un’immagine finale in apparenza ambigua ma sicuramente umana.
The Fridas si configura allora non come un ritratto biografico dell’artista messicana-indigena-europea, ma come una riflessione più ampia sulla vulnerabilità dell’essere umano e sulla possibilità di trasformare la frattura in linguaggio poetico. A chiudere la stagione Dance&Performance del Teatro Bellini di Napoli, curata da Emma Cianchi e Manuela Barbato, è un lavoro che restituisce con chiarezza una delle traiettorie più riconoscibili dell’intera programmazione: l’attenzione a una danza che evita illustrazioni e semplificazioni per costruire senso soprattutto attraverso aspetti irrisolti, contraddittori e delicati dell’esperienza umana.
Sara Raia
Visto al Teatro Bellini di Napoli
The Fridas
Coreografia Sofia Nappi.
In collaborazione con i danzatori Paolo Piancastelli e Adriano Popolo Rubbio.
Assistente alla coreografia Glenda Gheller.
Costume design Adriano Popolo Rubbio.
Realizzazione costumi Adriano Popolo Rubbio, Adelaide D’Ago.
Luci Alessandro Caso. Musiche autori vari. Produzione Komoco. Coproduzione Festival Danza In Rete – Teatro Comunale Città di Vicenza con il sostegno di Oriente/Occidente, Centro Coreografico Nazionale/ Aterballetto residente a progetto presso il Centro di Rilevante Interesse Nazionale per la Danza Scenario Pubblico/CZD
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