Troppo o troppo poco? Aspettative, timori e dubbi sulla proposta di legge costituzionale di riforma del C.S.M.

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in Giurisprudenza Penale Web, 2025, 2 – ISSN 2499-846X

di Mario Zanchetti e Francesco Giuseppe Vivone

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Nel suo intervento del 26 febbraio 2025 al Consiglio Superiore della Magistratura, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso due principi: “assicurare la irrinunziabile indipendenza dell’ordine giudiziario” e “contribuire alla serenità della vita istituzionale”.

Mi sembra un irrinunziabile punto di partenza. L’indipendenza della Magistratura è il cardine di ogni Stato che voglia dirsi democratico. Non penso che la nostra Costituzione sia necessariamente migliore delle altre Carte Costituzionali su cui sono fondati altri Ordinamenti democratici. La Costituzione tedesca, francese, spagnola – pure quella portoghese, oggi di moda perché prevede il doppio C.S.M. – hanno certamente la stessa dignità. Da 249 anni – e speriamo ancora per gli anni a venire – gli Stati Uniti vedono il proprio Ordinamento costruito sui diritti inviolabili dell’uomo (1776) e sul fatto che questi diritti non possono essere toccati dallo Stato “without due process of law” (quinto emendamento, 1791, per lo stato federale, quattordicesimo, 1868 per gli stati dell’Unione).

Non vi è il minimo dubbio che l’indipendenza del potere giudiziario (comunque sia costituito, il quinto emendamento, come noto, lo affida al popolo attraverso la costituzionalizzazione della Giuria) sia il perno della democrazia: l’indipendenza dell’esecutivo dal legislativo, e viceversa, è per necessità molto più blanda e sfaccettata.

Ma è essenziale partire anche dal secondo principio espresso dal Presidente Mattarella: dobbiamo tutti contribuire a ripristinare la serenità della vita istituzionale. Il funzionamento buono e sano del sistema giudiziario deve passare da rapporti corretti e di collaborazione istituzionale tra la magistratura giudicante, la magistratura requirente e l’avvocatura. A me dispiace vedere l’avvocatura organizzata sulle barricate, a difesa della proposta governativa, come se fosse la panacea di tutti i mali.

Al di là degli schieramenti politici, penso sia necessario analizzare la riforma da un punto di vista tecnico, focalizzandosi sui reali obiettivi legislativi e mettendo in luce le possibili criticità che potrebbero nascere dalla modifica della Costituzione.

La riforma della magistratura italiana sta suscitando un’importante discussione pubblica e non mancano accese polemiche nel panorama politico e sociale del nostro Paese.

Secondo l’opinione di chi si dichiara favorevole alla riforma, la modifica costituzionale sarebbe l’ultimo, fondamentale, tassello per la definitiva attuazione del processo accusatorio; la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura garantirebbe una maggiore indipendenza dei Pubblici Ministeri dai giudici e un’effettiva terzietà di quest’ultimi rispetto alle parti processuali.

Di contro, la proposta di legge viene duramente criticata dal Consiglio Superiore della Magistratura e da innumerevoli studiosi del diritto, secondo i quali le modifiche in discussione non solo rischiano di compromettere l’indipendenza della magistratura, ma pongono anche seri interrogativi sul futuro della giustizia in Italia.

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Analizziamo, innanzitutto, il contesto sociale e politico nel quale è maturata la riforma.

Nel corso del suo intervento al Forum della Fondazione Iniziativa Europa 2023, il Ministro ha affermato di voler realizzare una radicale metamorfosi del magistrato del pubblico ministero, trasformandolo in avvocato dell’accusa, privo di poteri di coordinamento dell’attività degli investigatori nella fase delle indagini preliminari e chiamato a sostenere in giudizio le tesi accusatorie delle forze polizia sulla base delle risultanze delle loro autonome indagini.

A seguito delle note vicende legate al rimpatrio dei migranti trasferiti in Albania, il presidente del Consiglio Meloni dichiarava: “è molto difficile lavorare e cercare di dare risposte a questa nazione quando si ha anche l’opposizione di parte delle istituzioni che dovrebbero aiutare a dare risposte”. I rappresentanti della lega prendevano parola sostenendo che “L’ordinanza del tribunale di Roma è inaccettabile e grave. I giudici pro-immigrati si candidino alle elezioni, ma sappiano che non ci faremo intimidire”. Sul tema interveniva persino Musk, con un secco “these judges need to go”.

Il 5 febbraio 2025 il Ministro Nordio ha dichiarato “se agli inizi vi erano delle esitazioni oggi non ci sono più. Andremo avanti, andremo avanti fino in fondo, senza esitazione e sino alla riforma finale”.

Il Guardasigilli, in questa occasione, stava riferendo in senato sulla vicenda del libico Almasri, che nulla sembra avere a che fare con la separazione delle carriere e la creazione di un doppio C.S.M.

Le dichiarazioni rilasciate a mezzo stampa o social media dai vari esponenti dei partiti di maggioranza sono decine, ma il contenuto è pressoché il medesimo in ciascuna: il giudiziario non deve “disturbare” il manovratore; il popolo, esprimendo un netto sostegno ad una maggioranza, vuole che determinate riforme siano attuate senza che il potere giudiziario possa intervenire, rallentando od ostacolando la volontà popolare.

Considerata l’importanza degli interessi in gioco, abbiamo ritenuto opportuno prendere parola con alcune brevi riflessioni.

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Come citare il contributo in una bibliografia:
M. Zanchetti, Troppo o troppo poco? Aspettative, timori e dubbi sulla proposta di legge costituzionale di riforma del C.S.M., in Giurisprudenza Penale Web, 2025, 2



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