Nell’economia sottomarina ci sono 400 miliardi di opportunità

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Un addetto al lavoro su una connessione sottomarina nel mare delle Hawaii – cc Us Pacific Fleet via Flickr

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Quattrocento miliardi (di euro) sotto i mari. Se ci fosse ancora Jules Verne, probabilmente il suo nuovo libro lo intitolerebbe così, ispirato dalla recente stima del settore underwater fornita da Pier Roberto Folgiero, AD di Fincantieri, che tuttavia ha spiegato come la conquista dei fondali marini sia questione di scienza, non più fantascienza. Immergendosi nel nuovo (e promettente) scenario della blue economy, Folgiero ha specificato che 100 miliardi riguardano il business militare, mentre i restanti 300 sono abbordabili anche dall’industria civile. Un mercato sommerso, ancora in gran parte da scoprire.

«Fincantieri sta lavorando per creare una roadmap di prodotti e alleanze per essere protagonista in questo nuovo mercato». Mano tesa dunque a Sparkle, leader dei cavi subacquei, e a Saipem, altra eccellenza sottomarina (che ha appena comprato Subsea7). Recentissima anche l’acquisizione da Leonardo di Wass, per recitare un ruolo di prima linea nelle forniture di sonar e siluri leggeri. «Oggi la nuova frontiera subacquea è il Mediterraneo allargato, la difesa dei cavi sottomarini, cioè la possibilità di creare un set di nuove tecnologie che nascano militari e che diventano civili», ha chiosato Folgiero, annunciando la prossima nascita di un polo specializzato e focalizzato sui progetti underwater.

Grandi manovre cui partecipa anche Rina, nata nel 2000 come spin-off del Registro Italiano Navale. Il presidente esecutivo, Ugo Salerno, traccia per Avvenire le tre grandi rotte che le aziende italiane dovranno seguire nel prossimo futuro per vincere la sfida acquatica. «Al 2024 risultano più di 530 cavi sottomarini in servizio per oltre un milione e mezzo di km, con altri 77 già pianificati. Attraverso questi cavi, lungo i quali passa il 95% dei dati planetari, ogni giorno vengono effettuate transazioni per un valore di 10 trilioni di dollari. Uno dei più lunghi è l’Asia America Gateway: più di 20 mila km. Tanti tracciati passano anche dal Mar Rosso. Un settore in espansione esponenziale, tanto che Microsoft e Google stanno pensando di posarne di propri».

Poi ci sono i cavi destinati a trasportare energia elettrica, «strategici in un’epoca in cui si punta sulle fonti rinnovabili, spesso collocate offshore». Siccome per posarli servono grandi navi che li srotolino da gomitoli giganti issati a bordo, ci sarà una crescente domanda ai cantieri per produrne di nuove e sempre più attrezzate.

Un’opportunità da non perdere per l’industria nautica italiana. «Su questo fronte Rina è presente sia nell’analisi accurata dei fondali, maturata in decenni al servizio del settore oil&gas, sia nella verifica della qualità dei progetti, dei materiali utilizzati e delle condizioni di sicurezza ed efficienza delle imbarcazioni utilizzate. Abbiamo anche un centro di ricerca avanzato a Leatherhead, in Inghilterra, per l’analisi di cavi danneggiati e l’elaborazione di linee guida per la loro riparazione. Siamo insomma pronti a mettere a disposizione la nostra lunga esperienza».

Ugo Salerno,  presidente esecutivo di Rina

Ugo Salerno, presidente esecutivo di Rina – Imagoeconomica – Sara Minelli

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Ma gli abissi marini fanno gola anche per l’abbondanza di materie prime, soprattutto metalli pregiati, che potrebbero celare. «La transizione energetica, soprattutto nella produzione di auto elettriche, richiede nichel, rame, cobalto, zinco – sottolinea Salerno -.Entro il 2040 servirà il doppio dei metalli rispetto a oggi per raggiungere gli obiettivi. Le miniere terrestri si stanno però esaurendo, scavare diventa sempre più costoso e dannoso. In Indonesia si sono contati danni ambientali enormi per l’estrazione nichel. Sarà dunque necessario cercare i materiali in fondo agli oceani. A grandi profondità ci sono i cosiddetti noduli polimetallici: si tratta di diversi metalli precipitati e aggregatisi attorno a granelli di sabbia. Basta sollevarli dal fondo, ma, considerando la questione delle acque internazionali, è necessario definire un quadro giuridico adeguato. La International Seabed Authority sta definendo le norme in tal senso. Serviranno delle concessioni e poi bisognerà verificare l’impatto ambientale. Chiaro che ci sarà, ma sarebbe molto minore rispetto a quello provocato dall’estrazione mineraria. Un tema da affrontare con pragmatismo, senza pregiudizi».

L’Italia per ora è rimasta a guardare, ma bisognerà trovare tempi e modi per mettere la testa sott’acqua il prima possibile. «Il mare è un mondo quasi sconosciuto, c’è tanto da fare – garantisce Salerno -. Lo spazio di crescita è grandissimo e soprattutto può avere modalità sostenibili. L’Europa dovrebbe cercare di accelerare perché la nostra forza è la tecnologia, non possiamo puntare sulle produzioni di massa. Da parte nostra, investiamo in società che ci portino competenze. Puntiamo su innovazione e creatività. Non c’è progresso senza fantasia. Attenzione però, non basta la competenza tecnica: serve anche il pensiero laterale sviluppato dalle materie umanistiche. Filosofi sott’acqua? Perché no. Ci serviranno per l’IA, ma anche per l’underwater».

Quanto agli scienziati, hanno già messo le pinne da tempo. Sparkle e Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia stanno testando i cavi sottomarini in fibra ottica per rilevare eventi sismici e altri fenomeni naturali nel Mediterraneo. Il fiber sensing, che consente misurazioni continue in tempo reale, servirà a prevenire anche gli tsunami. Presto però si andrà a fondo anche per puro divertimento. Nello Musumeci, Ministro della Protezione civile e delle politiche del mare, ha anticipato che si sta studiando un’attività turistica nei fondali. Un’idea che sarebbe piaciuta anche a Verne.





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