Nuovo Giornale Nazionale – LA FATTIBILITA’ TECNICA DI UN OMBRELLO NUCLEARE EUROPEO INDIPENDENTE

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di Frvmentavius

Al netto delle complessità politiche, diplomatiche e burocratiche, è possibile valutare la mera fattibilità tecnica di un programma che porti l’Europa a disporre di un arsenale nucleare autonomo di circa 500 testate, gestito da un consorzio di Paesi UE e supportato esternamente dal Regno Unito mediante un patto di mutua difesa.

1. Situazione attuale: il patrimonio nucleare francese (e britannico)

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Francia: dispone di circa 300 testate nucleari operative. La filiera produttiva francese è consolidata, con infrastrutture di arricchimento, reattori per la produzione di plutonio militare e impianti di ritrattamento (es. La Hague). L’Armée de l’Air e la Marine Nationale operano vettori aerei e sottomarini (missili M51) per il lancio.

Regno Unito: ha circa 200-225 testate, di cui circa 120 operative, imbarcate principalmente sui sottomarini di classe Vanguard con missili Trident II D5 (sistema condiviso con gli Stati Uniti). In questo scenario, Londra offrirebbe un’estensione della sua protezione nucleare con un patto di difesa UK-UE, ma senza necessariamente mettere a disposizione le proprie testate per un comando unificato.

Obiettivo numerico: Se l’Europa volesse raggiungere le 500 testate operative, si partirebbe da una base di 300 francesi e da una potenziale capacità di espansione. L’aggiunta di risorse industriali tedesche, italiane, spagnole e svedesi, unita alle competenze ESA, potrebbe permettere di incrementare la produzione e sviluppare vettori aggiuntivi, mentre le testate britanniche rimarrebbero formalmente fuori dall’arsenale UE, ma disponibili in caso di difesa comune.

2. Produzione e approvvigionamento del materiale fissile

Produzione di plutonio militare: la Francia possiede già infrastrutture per il ritrattamento e la produzione di plutonio di grado militare. In un’ottica di “consorzio europeo”, Parigi potrebbe fornire (o supervisionare la produzione di) materia fissile ad altri Paesi UE, evitando che ciascun partner debba costruire da zero una propria filiera.

Alternative: la Germania e l’Italia hanno grandi competenze nucleari civili (impianti e know-how ingegneristico), ma non infrastrutture militari attive. Con la supervisione francese e un adeguato finanziamento comune, sarebbe teoricamente possibile ampliare la capacità di produzione di plutonio o di arricchimento dell’uranio in Europa per raggiungere un quantitativo sufficiente a 200 testate aggiuntive (incrementando l’arsenale francese fino alla soglia desiderata di 500).

Tempistiche stimate:

Utilizzo strutture francesi esistenti: subito disponibili, con eventuale potenziamento in 3-5 anni per sostenere una produzione aggiuntiva.

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Creazione di nuove linee di produzione o riammodernamento di impianti civili (in Germania, Italia, ecc.): 5-10 anni, se necessario aumentare in modo significativo il ritmo di produzione del materiale fissile.

3. Sviluppo dei vettori: ruolo dell’ESA e delle industrie europee

Per garantire un deterrente nucleare credibile, servono vettori affidabili e diversificati:

Missili balistici lanciati da sottomarino (SLBM):

La Francia utilizza già l’M51 sui sottomarini classe Triomphant. Questi sistemi potrebbero essere estesi ad altri sottomarini, eventualmente costruiti in collaborazione con cantieri navali tedeschi, italiani o spagnoli (Fincantieri, Navantia, TKMS).
Integrare ulteriori sottomarini richiede tempo, ma dal punto di vista tecnologico l’Europa possiede già tutte le competenze necessarie.
Missili balistici intercontinentali terrestri (ICBM):

L’Europa non ha oggi un ICBM terrestre condiviso, ma l’ESA (con le linee Ariane, Vega) e i partner industriali europei (Airbus, Avio, MBDA) dispongono di competenze significative nei lanciatori spaziali. Lo sviluppo di un ICBM terrestre richiederebbe 5-7 anni, basandosi su tecnologie esistenti (propulsione solida, sistemi di guida, rientro atmosferico).
Una soluzione più rapida potrebbe prevedere il semplice utilizzo dei SLBM francesi (M51) modificati per il lancio terrestre (una scelta logistica e infrastrutturale, ma meno onerosa dello sviluppo di un nuovo missile da zero).

Vettori aerei:

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I caccia-bombardieri multiruolo (Rafale, Eurofighter, F-35) già oggi possono impiegare armi nucleari (le bombe B61 in ambito NATO). Integrare una testata europea (derivata dall’ASMP/A francese o da progetti futuri) richiederebbe 2-4 anni di test e certificazioni.
L’eventuale dismissione del nuclear sharing USA (B61) non comporterebbe un vuoto incolmabile se nel frattempo fosse disponibile una testata europea aerolanciabile.

4. Contributo industriale di Germania, Italia, Spagna e Svezia

Germania e Italia: grandi industrie aeronautiche, elettroniche e difesa (Airbus, Leonardo, Rheinmetall, MBDA). Possono contribuire allo sviluppo e alla produzione in serie di nuovi missili, sistemi di guida e fusoliere per le testate.

Spagna: competenze navali (Navantia) e aeronautiche (Airbus Spain), nonché basi e poligoni di test.

Svezia: know-how avanzato in ingegneria, sottomarini convenzionali (Saab Kockums) e ricerca nucleare (storicamente il Paese ha avuto studi su un’arma nucleare nazionale negli anni ’60).
Il coordinamento di queste risorse, sotto un’unica agenzia europea di difesa, ridurrebbe i tempi di sviluppo e certificazione. Tecnologicamente, il continente possiede già tutti i tasselli per realizzare sistemi d’arma nucleari (dalla miniaturizzazione delle testate ai missili di medio-lungo raggio, fino ai sottomarini), a patto di investire risorse ingenti in un piano industriale comune.

5. Tempistiche tecniche per raggiungere 500 testate

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Fase 1 (1-3 anni): utilizzo immediato dell’infrastruttura francese per la produzione di nuovo materiale fissile, adeguamento di linee di assemblaggio e inizio potenziamento della flotta di sottomarini. In parallelo, progettazione di un ICBM europeo (o adattamento dell’M51 a uso comune).

Fase 2 (3-7 anni): entrata in produzione delle prime testate aggiuntive, potenziamento dei vettori aerei e dei primi sottomarini aggiuntivi/aggiornati. In questa fase, si potrebbe arrivare a un arsenale operativo di oltre 300-350 testate con capacità di lancio diversificata.

Fase 3 (7-10 anni): completamento dell’arsenale fino a 500 testate, con schieramento di uno o più squadron di ICBM terrestri (se ritenuti strategicamente necessari) e piena operatività dei nuovi sottomarini nucleari.

In uno scenario accelerato, fortemente finanziato e coordinato, i tempi potrebbero ridursi di 1-2 anni, soprattutto facendo largo uso di tecnologie già esistenti (testate francesi derivate da modelli in inventario e missili M51).

6. Conclusione: un potenziale ombrello nucleare autonomo (tecnicamente realizzabile)

Sul piano puramente tecnico-industriale, l’Europa possiede da decenni tutte le competenze necessarie per costituire e ampliare un arsenale nucleare indipendente. La Francia garantirebbe la disponibilità immediata di testate già operative e la fornitura del materiale fissile; l’ESA e l’industria continentale svilupperebbero o potenzierebbero i vettori; la Germania, l’Italia, la Spagna e la Svezia contribuirebbero con le rispettive capacità industriali, navali e aeronautiche.

Un simile programma potrebbe raggiungere le 500 testate totali in circa 8-10 anni, a condizione di integrare le forze esistenti (le 300 testate francesi, più la nuova produzione). Il Regno Unito, parallelamente, resterebbe un partner esterno in un patto di difesa reciproca, rafforzando ulteriormente la deterrenza sul continente senza necessariamente cedere il controllo del proprio deterrente alla struttura europea.

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È evidente che, ignorando le questioni di opportunità politica e i vincoli diplomatici, la fattibilità tecnica di un ombrello nucleare autonomo europeo non è in discussione. L’infrastruttura industriale, la ricerca scientifica e le competenze nel campo missilistico e nucleare sono già a disposizione: servirebbero “solo” la volontà, il coordinamento e le risorse economiche necessarie per trasformarle in un vero e proprio sistema di difesa comune.

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