La mia vita nella comunicazione della Santa Sede: a servizio di tre Papi, dietro le quinte della storia

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Dalle onde di Radio Vaticana, il più grande broadcaster radiofonico al mondo, alle sale del Dicastero per la Comunicazione voluto da Papa Francesco. La carriera di Giacomo Ghisani è un viaggio attraverso le trasformazioni epocali del mondo dell’informazione, testimone di una rivoluzione che ha cambiato per sempre il modo di comunicare e dare notizie. Oggi presidente di TeleRadioCremona, ripercorre l’esperienza professionale e personale svolta al servizio della Santa Sede e di tre pontefici, nel cuore della riforma della comunicazione Vaticana, di cui oggi anche quella della diocesi di Cremona è un riflesso su scala locale.

«Siamo di fronte ad una scommessa culturale – afferma – un cambiamento radicale iniziato anni fa, cui possiamo solo adeguarci. Oggi il modo di consumare notizie è più rapido, più easy, con logiche diverse rispetto a quelle tradizionali, che hanno richiesto un profondo rinnovamento dei processi di produzione così come in quelli organizzativi. Nel mondo dell’informazione, questo significa aprire la porta alla crossmedialità, intesa come la strategica ibridazione di media e generi a favore di una comunicazione più organica e trasversale, in grado di ottimizzare le risorse e raggiungere con efficacia tutti tipi di pubblico».

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Niente di meno. «Certo – prosegue – non mancano regolamenti e meccanismi di controllo e verifica sull’attendibilità di fonti e notizie, ma la professionalità è ciò che traccia il confine tra informazione affidabile e fake news, la comunicazione che disinforma, oggi drammaticamente presente». Soprattutto quando si tratta di notizie delicate, in grado di cambiare gli equilibri mondiali, come l’avvicendamento di un pontefice o le sue inattese “dimissioni”. «Avere la possibilità di vivere da vicino esperienze di questo genere significa sentirsi immersi in qualcosa di grande», afferma Ghisani. «Lavorando per un’istituzione bimillenaria come la Santa Sede, avverti la responsabilità di dare il meglio, consapevole di essere entrato immeritatamente dentro un pezzo di storia». 

Così è stato quando ha lavorato al servizio degli ultimi tre pontefici. «Giovanni Paolo II è stato il Papa della mia giovinezza – ricorda –  una personalità planetaria, carismatica, che ha modificato profondamente gli stilemi comunicativi e il modo d’intendere il ruolo del Pontefice. Con più di cento viaggi apostolici internazionali, ha onorato il primato della carità, che si esprime nell’atto di andare incontro all’altro, alimentando lo spirito di comunione tra la Chiesa universale e le chiese particolari». Poi Benedetto XVI, «personalità più riservata e propensa all’approfondimento. Si è mosso nel solco tracciato dal predecessore con un approccio completamente diverso, con l’impegno di proporre la fede come qualcosa di plausibile anche dal punto di vista della ragione». 

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Tutto cambia con Francesco, che «dal punto di vista comunicativo non ha bisogno di mediazioni», ammette Ghisani. Basti pensare all’approdo su Twitter (ora X) e poi su Instagram nel 2016, dove @franciscus conta attualmente 9,7 milioni di followers. «Ciò che fa e dice è immediato, non ha bisogno di spiegazioni. Per chi fa questo lavoro è stato qualcosa di totalmente innovativo. Oggi nostro ruolo di accompagnare Pontefice nel proprio ruolo in un’ottica di consapevolezza, aprendosi agli strumenti che il mondo offre per accorciare le distanze e portare la propria testimonianza».

La parola d’ordine è “consapevolezza”. Come ricorda Ghisani, «tutta l’esperienza cristiana nasce e si gioca su un annuncio, quello del Vangelo. La comunicazione è parte integrante della proposta cristiana. È un atto democratico, significa essere trasparenti, mettere tutti nelle condizioni di comprendere e farsi le giuste domande su ciò che accade». Raccontare, raccontarsi e restare in contatto con la realtà per far parte del cambiamento secondo le proprie possibilità. «In questo tempo di conflitti, in cui tante certezze vengono continuamente rimesse in discussione, la comunicazione è un buon antidoto… quella libera».



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