«A Buenos Aires, tutti, soprattutto i “suoi” poveri, pregano per papa Francesco»

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La giornalista Francesca Capelli, responsabile della redazione latinoamericana del quotidiano “Il Globo”

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«Non sono particolarmente religiosa ma dal punto di vista personale sto vivendo la malattia di papa Francesco con un’emozione che non credevo di riuscire a provare. Da giornalista, invece, sono rimasta molto colpita dall’affetto degli argentini. Buenos Aires si è mobilitata per sostenere con la preghiera, l’affetto, i gesti, il “suo” Pontefice in questo momento di sofferenza».

Francesca Capelli è una giornalista italiana, vive in Argentina dal 2012 dove lavora come responsabile della redazione latinoamericana del quotidiano Il Globo. «Per tutto il Paese, connotato da uno spiccato nazionalismo, avere un papa argentino è come essere campioni del mondo, un motivo di grande orgoglio agli occhi di tutti», racconta da Buenos Aires dove adesso è piena estate, «in questi anni ho conosciuto molte persone anche non credenti o di altre religioni che però hanno fatto di tutto per andare a Roma per incontrare Francesco in udienza e salutarlo».

Che ricordo ha dell’arcivescovo Bergoglio?

«Non molto forte perché sono arrivata qui nel 2012 e l’anno dopo, il 13 marzo 2013, è stato eletto Papa. Ho seguito dalla sua città tutto il pontificato e soprattutto questi giorni in cui la salute di Bergoglio sembra vacillare, anche se per fortuna le notizie che arrivano dal Gemelli parlano di condizioni in via di miglioramento».

Quali sono le iniziative più importanti a Buenos Aires?

«Nella Basilica di San José de Flores, situata nel suo quartiere dell’infanzia, a pochi passi casa sua, in calle Membrillar 53, vengono celebrate varie messe tutti i giorni per pregare. Lunedì scorso, nonostante il caldo, centinaia di migliaia di fedeli si sono ritrovati a pomeriggio in plaza Constitución, di fronte alla stazione, per partecipare alla messa celebrata dall’arcivescovo García Cuerva. Si tratta di uno dei quartieri più poveri e malfamati della città, popolato da prostitute, tossicodipendenti, spacciatori di stupefacenti, microcriminalità. Bergoglio andava tutti gli anni a Natale. Una consuetudine nata un giorno quando due due prostitute che lavoravano nel quartiere avvicinarono Bergoglio per chiedergli se fosse disponibile a celebrare messa per alcune loro amiche. Lui disse di sì. Mi è sembrato molto importante e significativo che la chiesa di Buenos Aires gli abbia reso omaggio in un luogo così simbolico dove lui andava spesso».

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C’era tanta gente?

«Moltissima. Sono arrivati molti poveri dalle villas miserias dove in questi giorni i sacerdoti hanno organizzato varie messe e dove Bergoglio andava sempre mentre in città è stato illuminato l’obelisco con l’immagine del Pontefice e la scritta “Buenos Aires prega per te”. Il governatore di Buenos Aires, Jorge Macri, cugino dell’ex presidente, è tra i membri della famiglia di origine calabrese quello da sempre più vicino alla comunità italiana. Anche da parte di tanti non credenti o addirittura anticlericali c’è apprensione per la salute del Pontefice».

Come si spiega questo affetto?

«Papa Francesco, oltre ad essere molto mediatico, è anche una figura non divisiva. Da vescovo aveva avuto scontri anche duri con l’ex presidente Cristina Kirchner (in carica dal 2007 al 2013, ndr) e con lo stesso Nestor ma quando è stato eletto queste frizioni sono come svanite. Il Paese si è unito in nome dell’orgoglio per aver avuto il primo Papa argentino della storia. Cristina, il giorno dopo la sua elezione, fece tappezzare la città di manifesti per celebrare l’evento. Non bisogna dimenticare che da vescovo, Bergoglio era molto “accessibile” ai fedeli, si faceva chiamare, e si fa chiamare tuttora, “padre Jorge”, viaggiava sui mezzi pubblici, era un pastore semplice».

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La gente è rimasta delusa dal fatto che Bergoglio, da Papa, non sia tornato nella sua città?

«Sì, c’è una certa delusione. Lo aspettavano l’anno scorso ma alla fine non s’è fatto nulla. La sua mancata visita è rimasto un tema aperto. Qualcuno ha paventato motivi di frizione con il governo e altri l’hanno interpretato come la volontà del Pontefice di non farsi strumentalizzare dal punto di vista politico. In realtà, in questi anni di pontificato in Argentina si sono succeduti quattro governi diversissimi tra loro. Dopo Cristina, Mauricio Macri (dal 2015 al 2019, ndr), poi Alberto Fernandez (dal 2019 al 2023, ndr) e dal 2023 Javier Milei. Non credo che la mancata visita sia dovuta a qualche ruggine in particolare con questo o quel presidente. Peraltro il Papa li ha ricevuti tutti in Vaticano quest’anno. L’anno scorso, nell’incontro con Milei accompagnato dalla sorella Karina, si sente dire Bergoglio rivolto proprio alla sorella: “Grazie per dare una mano a quello lì”».

I media argentini come stanno raccontando la degenza del Papa?

«C’è una copertura mediatica molto alta. Con gli altri corrispondenti stranieri abbiamo una chat comune e tutti i colleghi, indipendentemente dal credo religioso, sono molto provati. Ci sentiamo un po’ argentini anche noi e viviamo con grande interesse e anche commozione questo momento di Francesco. E poi mi lasci dire un’ultima cosa».

Prego.

«Ho l’impressione che il Bergoglio Papa sia molto più amato in Argentina rispetto al Bergoglio vescovo che non le mandava a dire ed ebbe scontri anche duri con Nestor Kirchner e la moglie Cristina che gli è succeduta per due mandati. Forse perché, da Papa, si “intromette” meno, diciamo così, sulla politica argentina, anche se lui, ieri come oggi, alza sempre la voce in difesa dei poveri e degli ultimi».

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