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Va tutto bene? Il polso ai partiti. E ai loro leader

Il Consiglio di Stato è l’emblema dell’immobilismo e i suoi preventivi ne sono la rappresentazione plastica. Sotto la lente le strategie di PLR, Lega-UDC, Centro e PS

“La nuova legislatura si è appena conclusa”. Lo disse Boris Bignasca commentando la composizione del Gran Consiglio, a urne ancora calde, la sera delle ultime elezioni cantonali. Un ossimoro, quello del capogruppo leghista, dettato certamente dalla delusione per il modesto risultato del suo partito nella competizione, ma che con il passare dei mesi si è rivelato un’iperbole con solide fondamenta nella realtà. Di fatto, quasi senza essercene accorti, stiamo raggiungendo il giro di boa del quadriennio. Il bilancio è magro, a essere generosi, il clima è stagnante, da “tiriamo a campare”. Una legislatura fin qui scandita da appuntamenti mancati.

Il Consiglio di Stato è l’emblema dell’immobilismo e i suoi preventivi ne sono la rappresentazione plastica. Un Governo definito stanco da Alessandro Speziali, il presidente PLR, non senza ragione. Di fatto tre quinti dell’Esecutivo (Gobbi, Zali e Vitta) paiono a fine corsa. Il Direttore del Dipartimento Istituzioni – che al termine della legislatura avrà trascorso 16 anni nella stanza dei bottoni – ha già detto che intende ripresentarsi, gli altri due fanno sapere di non aver deciso. Qualunque saranno le rispettive decisioni finali, questi tre ministri hanno più anni di servizio alle spalle di quanti ne avranno di fronte. È plausibile ritenere che le loro energie migliori le abbiano già consumate, come è normale che sia per una carica logorante come quella di Consigliere di Stato. Un Governo stanco, un Ghostverno (Governo fantasma), almeno all’inizio del quadriennio, quando i ministri si sottraevano sistematicamente al dibattito pubblico su questioni cruciali. Un Governo che si sente solo (Claudio Zali dixit), abbandonato a sé stesso dai partiti di riferimento e, dunque, dalla maggioranza del Gran Consiglio. Stanco, fantasma e solo, suona mesto come il “Triste, solitario y final” di Osvaldo Soriano. Aggettivi e atmosfere crepuscolari.

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Non è tempo di elogi neppure per il Parlamento. Un dato simbolico che dice molto: l’ultimo preventivo è stato approvato con appena 33 voti favorevoli su 90 (12 gli astenuti). PLR, Centro e Lega, fanno 51 deputati. Se ci aggiungessimo il PS, che tuttavia si colloca all’opposizione, soprattutto in materia finanziaria, farebbe 63. Questi numeri, oltre a certificare la crisi del sistema politico cantonale, smentiscono anche la narrazione di un presunto impatto nefasto dei partitini sulla governabilità. Le piccole forze politiche contano soltanto perché i grandi partiti non sono capaci di far pesare la propria forza e, anzi, spesso e volentieri, coltivano la propria debolezza.

Un preventivo, si diceva, approvato da una minoranza dopo un dibattito durato oltre 20 ore, spalmate su quattro giorni. Uno spettacolo indecoroso che ha suscitato sconcerto tra gli osservatori e nella popolazione, increduli di fronte a una tale esibizione d’inconcludenza, di nombrilisme, come dicono i francesi. È stato senza dubbio il punto più basso toccato dal Gran Consiglio negli ultimi anni. Il parlamento assomiglia vieppiù più a una palude, dove è ormai pressoché impossibile che su temi importanti si raggiungano compromessi al rialzo. Anche per questa ragione le questioni più succose e dirimenti vengono affrontate attraverso la raccolta delle firme. La seconda metà della legislatura sarà infatti scandita più che dall’agire di Governo e Gran Consiglio dalla sollecitazione delle iniziative popolari. In primis le proposte per ridurre l’impatto dei premi di cassa malati sulle tasche dei cittadini, formulate da Lega e PS. Poi verranno, in successione, l’iniziativa per diminuire i dipendenti pubblici dello Stato e quella sulle stime immobiliari, entrambe a trazione centrodestra. 

Ecco, questa è forse la novità principale degli ultimi anni. Un centrodestra nuovamente organizzato, composto da Lega, UDC, ed esponenti di PLR e Centro che, attraverso la via popolare, producono iniziative capaci di sparigliare le carte e forse di ottenere qualche risultato tangibile. Anche perché a bordo, di recente, hanno imbarcato le associazioni economiche, spintesi in prima linea nella battaglia politica. Altro elemento rilevante, che peserà. 

È l’intero quadro appena descritto ad aver innescato in anticipo le dinamiche elettorali. L’aria è già piuttosto frizzante. Tentiamo allora un check-up di metà legislatura dei partiti di Governo, azzardando qualche ipotesi sul futuro.

Pur con gratitudine e rispetto per chi ci lavora, si percepisce la voglia di un cambiamento in Consiglio di Stato. Anche perché, nell’ottobre del 2027, potrebbe aprirsi per Christian Vitta l’occasione propizia per tentare la riconquista del seggio PLR al Consiglio degli Stati. La più classica delle situazioni win-win, per il partito e per il ministro, dovesse andare in porto. Oltre al cambiamento del Consigliere di Stato, nella testa del presidente Speziali c’è anche l’idea di cambiare il Dipartimento a targa PLR. Sarebbe una rivoluzione: il DFE, da che se ne ha memoria, è sempre stato a conduzione liberale radicale. L’obbiettivo, probabilmente, sarebbe il DECS. Non sarà facile, per nulla, ma un rimpasto nella prossima legislatura ci sarà. Vedremo allora se i liberali giocheranno la carta di mollare le finanze per altro.

Il partito sta vivendo un periodo di transizione, certificato dalla scelta conservativa del nuovo capogruppo, Matteo Quadranti, che a fine legislatura lascerà il Gran Consiglio. Il 16 marzo si terrà il Congresso cantonale: siamo curiosi di scoprire se il PLR saprà mettere sul piatto qualche proposta in grado di riportare il partito al centro della scena. È questo infatti il principale problema del partito, sempre un po’ in ritardo, sempre un po’ defilato, sempre un po’ così, come quelli che, con Paolo Conte, hanno visto Genova. Insomma, raramente nel ruolo di protagonista.

Scriviamo Lega, ma dovremmo scrivere Lega-UDC. Tutto passa infatti dal nuovo accordo elettorale che i due partiti intendono negoziare. Entrambi si dicono incerti sull’esito della trattativa. Carte coperte, bluff, tatticismi di pre-partita. Tutto sommato continuiamo a credere che siano tali e tante le connessioni e le “cadreghe” in ballo tra i due partiti (a livello federale, cantonale e comunale), che un rinnovo del matrimonio anziché la separazione sia l’ipotesi più probabile.

In via Monte Boglia c’è un nuovo coordinatore, il giovane Daniele Piccaluga. Al netto dei comprensibili rilievi critici espressi da più parti al momento della nomina, in primis la grande inesperienza, riteniamo che sul “Picca” non vadano calcati i pregiudizi, le facili ironie o le bocciature preventive. L’uomo è umile, generoso, con una forte anima popolare e una naturale bonomia. Dipenderà tutto da lui, dalla sua voglia di apprendere, dalla sua fame di migliorarsi, dal sapersi circondare di persone capaci e critiche. In passato, abbiamo visto altri politici, improbabili all’esordio, sbocciare grazie alla passione, all’applicazione e alla perseveranza.

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Certo il suo principale svantaggio sta nel prendere le redini di un movimento smarrito e con una linea politica sbiadita, quasi trasparente. “Perché votare Lega oggi?”, si è chiesto Daniele Caverzasio. Piccaluga ha poco tempo per rispondere. Psicologicamente, però, il Movimento si è già rassegnato all’idea di perdere un Consigliere di Stato – e dunque la maggioranza relativa in Governo, conquistata nel 2011 – a vantaggio dei cugini democentristi (cioè di Piero Marchesi). Questo toglie un po’ di pressione.

Norman Gobbi ha già detto che si ricandiderà, di fatto blindando il seggio leghista. Una scelta dettata dalla probabile, ma non sicura, uscita di Claudio Zali. Impossibile presentarsi all’appuntamento elettorale senza i due uscenti. Zali però, da sempre ostile all’accordo con l’UDC, probabilmente vorrà “divertirsi” tenendo tutti sulle spine il più a lungo possibile. Ben consapevole che la sua ricandidatura sarebbe un pietrone d’inciampo sulla via dell’intesa a destra. Il Direttore del Dipartimento del Territorio, questo è sicuro, ha fatto un pensierino anche agli Stati. Strada improbabile: ve lo immaginate Zali candidato di area di Lega-UDC? Fa già ridere scriverlo…

Se il ministro, per finire, dovesse scegliere di ritirarsi, ecco allora che l’unica vera sfida leghista per la lista del Governo, sarebbe quella di piazzare un candidato al terzo posto. In modo tale da blindare la presenza leghista nell’Esecutivo, capiti quel che capiti, ma anche, e perché no, nell’ottica di favorire un arrocco dopo la metà della legislatura così da riproporre alle urne, di nuovo, un uscente.

L’altro grande obbiettivo elettorale di Piccaluga è arrestare l’emorragia di seggi in Gran Consiglio. Ne sono andati persi 8 nelle due ultime elezioni. Una media da… estinzione. Per invertire la rotta dovrà imprimere una nuova linea politica e un nuovo dinamismo alla Lega nel corso dei prossimi due anni. Una linea che verrà innanzitutto misurata su come il neo presidente saprà rapportarsi al Consiglio di Stato e all’UDC.

Il Centro ha la coppia presidente-capogruppo meglio assortita tra i partiti di Governo. Fiorenzo Dadò e Maurizio Agustoni sono perfettamente complementari e si dividono alla perfezione i compiti. Il primo, leader naturale con la lingua ruvida e spiccato fiuto politico; raffinato mediatore, veloce di pensiero, brillante di eloquio e di non comune astuzia, il secondo. Una coppia che, spesso e volentieri, domina la scena, portando a spasso gli altri.  

Il Centro è stato il vero protagonista di questa prima parte di legislatura. Con l’UDC, di gran lunga, il partito più in salute. L’inattesa elezione di Fabio Regazzi agli Stati ha dato al partito la grande vittoria cercata per anni e dall’effetto multivitaminico. Su tutti i dossier più caldi il Centro è riuscito a ritagliarsi un ruolo decisivo, da protagonista. E anche quando su un tema sembrava confinato ai margini, superato dalle proposte di altri partiti (si veda, di recente, la spinosissima questione “casse malati”), con una manovra spregiudicata, una giravolta… alla Lambiel, ha saputo rimettersi al centro del dibattito. 

Quale sarà il risultato di questo attivismo e di questa visibilità coltivata nell’ultimo biennio? Un ottimo incasso elettorale, verrebbe da dire di prim’acchito. Ma attenzione, i tempi sono ancora lunghi, e negli ultimi mesi si annusa quasi impercettibile nell’aria una certa fatica da protagonismo. Ci spieghiamo. Talvolta si è avuta l’impressione di qualche eccesso, di una misura superata, di un’insistenza che accarezza l’ossessione. Il troppo che storpia, insomma. Il passo tra l’essere giusti e l’essere “giustizieri”, può essere breve, così come lo è quello tra leadership e arroganza. Su questo il Centro può scivolare, occhio.
Per quanto riguarda la partita elettorale, siamo abbastanza sicuri che, prima di muoversi, Fiorenzo Dadò osserverà con grande attenzione quanto accadrà in casa-Lega-UDC. Con Raffaele De Rosa i rapporti del partito sono idilliaci, il ministro della Sanità ha ottenuto un risultato personale brillante e di certo lo attende un altro quadriennio a Bellinzona. Poi, se le condizioni quadro dovessero cambiare, potrà farsi largo qualche pensierino più ambizioso. 

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Il PS è l’unico partito ad aver cambiato Consigliere di Stato all’inizio della legislatura. Dai sussurri che arrivano dal DECS (Dipartimento educazione, cultura e sport), pare che Marina Carobbio abbia fatto breccia tra i suoi collaboratori, con una direzione meno accentratrice della precedente. Nei rapporti con il Gran Consiglio la ministra ha fatto valere la sua lunga esperienza parlamentare, a Berna e a Bellinzona, facendosi apprezzare trasversalmente dai deputati. Non abbiamo riscontri dal mondo della scuola, sicché non siamo in grado di formulare paragoni rispetto ai complicati rapporti del passato tra Manuele Bertoli e il mondo degli insegnanti. 

 “Secchiona” come pochi, Marina Carobbio dimostra solidità e competenza nella guida del Dipartimento. Ciò che, a prima vista, sembra mancare, è l’altra metà del suo ruolo, quello di rappresentante della sinistra in Governo. L’aderenza di Carobbio al principio della collegialità appare quasi maniacale. Dopo due anni di apprendistato, forse, potrebbe essere il tempo di uno scatto. Ciò che non significa strappo con i colleghi, ma solo far sentire la propria voce nel dibattito pubblico sui temi cari al PS. Né più né meno di quanto fanno altri Consiglieri di Stato. 

Per i socialisti infatti, tradizionalmente, il rappresentante nell’Esecutivo cantonale è anche un punto di riferimento politico. È questa figura che sembra mancare. Il partito viene da performance molto negative, alle elezioni cantonali come a quelle federali. I due co-presidenti Fabrizio Sirica e Laura Riget sono stati riconfermati, ma hanno bisogno di man forte, così come il preparatissimo capogruppo Ivo Durisch, che si trova tuttavia a dirigere una frazione parlamentare profondamente rinnovata. 

Il PS ha vissuto in chiaroscuro questa prima metà di legislatura. Ha saputo incidere attraverso la mobilitazione di piazza, neutralizzando i tagli alla spesa più controversi del Preventivo, ma ha subito anche cocenti sconfitte, come quella sulla riforma fiscale, ribattezzata frettolosamente dagli stessi socialisti “madre di tutte le battaglie”. Ora, attraverso l’iniziativa “10% sui premi di cassa malati”, si trova a giocare una partita delicatissima, che potrà essere di svolta, in positivo come in negativo. Si tratterà di saper negoziare sul filo del rasoio. In generale, il PS non pare aver ancora trovato una strada che, almeno guardando l’orizzonte, suggerisca una svolta. 





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