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Dopo giorni di tensioni e uno scontro a distanza che ha fatto rumore, Stati Uniti e Ucraina hanno raggiunto un accordo cruciale sulla gestione congiunta delle risorse minerali ucraine, un’intesa fortemente voluta dal presidente americano Donald Trump. L’annuncio, arrivato il 25 febbraio 2025, è stato confermato sia dall’ufficio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky sia da Olha Stefanishyna, vicepremier e ministra della giustizia di Kiev, che ha guidato i negoziati con Washington, secondo quanto riporta il Financial Times. L’annuncio sembra inserirsi in una strategia più ampia di Trump per arrivare a un accordo negoziale con la Russia.
Trump e Zelensky si mettono d’accordo
Il percorso per arrivare a questo traguardo non è stato privo di ostacoli. La bozza iniziale dell’accordo, proposta da Trump, aveva scatenato reazioni indignate a Kiev e in diverse capitali europee: prevedeva che l’Ucraina cedesse agli Stati Uniti diritti su potenziali introiti per 500 miliardi di dollari derivanti dallo sfruttamento delle sue risorse, come una sorta di “rimborso” per l’aiuto militare e finanziario fornito da Washington dall’invasione russa del 2022. Zelensky aveva respinto con forza quelle condizioni, attirandosi le ire di Trump, che lo aveva definito “dittatore” e aveva persino suggerito che l’Ucraina fosse responsabile dell’inizio del conflitto. Eppure, questo scontro pubblico non ha fermato i negoziati. Anzi, potrebbe essere stato parte di una tattica deliberata da parte del tycoon per raggiungere il suo scopo.
Il raggiungimento dell’accordo, infatti, fa pensare che la retorica aggressiva di Trump – quasi un “poliziotto cattivo” nei confronti di Zelensky – rientri nel suo abile stile negoziale, quel “Make a Deal” che ha caratterizzato la sua presidenza (e la sua vita da business man). Mostrandosi inflessibile e alzando i toni, Trump ha probabilmente voluto ribadire chi tiene il coltello dalla parte del manico: gli Stati Uniti, potenza imprescindibile in questa partita.
L’accordo definitivo tra Stati Uniti e Ucraina
La versione definitiva dell’acordo prevede la creazione di un fondo in cui l’Ucraina verserà il 50% dei proventi futuri derivanti dalla monetizzazione delle sue risorse minerali statali, come petrolio e gas, escludendo però le attività già consolidate di colossi come Naftogaz e Ukrnafta. I dettagli su questioni chiave, come la quota americana nel fondo o i termini di eventuali “proprietà congiunte”, saranno definiti in accordi successivi.
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Nonostante l’assenza di garanzie di sicurezza esplicite – un punto su cui Kiev aveva inizialmente insistito – i funzionari ucraini vedono nell’intesa un modo per rafforzare il legame con gli Stati Uniti dopo tre anni di guerra e aiuti militari americani. “Questo accordo è solo una parte del quadro. Ci è stato detto più volte dall’amministrazione Usa che si inserisce in una visione più ampia,” ha dichiarato Stefanishyna al Financial Times. Si parla persino di una possibile visita di Zelensky alla Casa Bianca nelle prossime settimane per una cerimonia di firma con Trump, un’occasione per discutere i prossimi passi.
L’Europa con il cerino in mano
E l’Europa? Ancora una volta, il Vecchio Continente sembra emergere come il grande perdente di questa (tragica) storia e un attore ininfluente sullo scacchiere internazionale. Arroccata su posizioni massimaliste e spesso critica verso le mosse di Trump – come l’apertura di colloqui bilaterali con la Russia, senza coinvolgere né Kiev né gli alleati europei – l’Ue appare sempre più marginalizzata. Dopo aver sostenuto l’Ucraina con aiuti economici e morali, rischia ora di vedere gli Stati Uniti e la Russia ridisegnare l’equilibrio geopolitico e l’ordine internazionale senza toccare palla. L’accordo sui minerali, in questo senso, non è solo un’intesa economica: è un segnale chiaro di chi comanda e di chi, alla fine, potrebbe ritrovarsi a mani vuote. Ma i media in Europa preferiscono raccontare l’eroiche gesta di Macron che corregge pubblicamente Donald Trump, ennesima autocelebrazione che sa di consolazione mentre il vero gioco si svolge altrove, lontano dai riflettori di Bruxelles e Parigi.
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