Dietro gli aiuti a Kiev opacità sui miliardi per il riarmo italiano

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Per Francesco Vignarca, coordinatore campagne della Rete italiana pace e disarmo, la mancanza di trasparenza sulle forniture all’Ucraina non è dettata da ragioni strategiche

La spesa complessiva dell’Italia per il supporto militare all’Ucraina potrebbe superare i 3 miliardi di euro. Dopo tre anni di guerra, il costo esatto del supporto italiano resta un’incognita. Secondo il centro di ricerca tedesco Kiel Institute che monitora il supporto all’Ucraina, l’Italia ha fornito aiuti militari per circa 1,5 miliardi di euro a Kiev. Mentre le stime dell’osservatorio Milex sulle spese militari italiane parlano di circa 700 milioni di euro in aiuti militari diretti. A questi si aggiungono 1,33 miliardi di euro versati dall’Italia all’European Peace Facility, il fondo europeo che rimborsa agli Stati membri il materiale militare donato all’Ucraina.

Complessivamente, l’Unione europea ha stanziato 11,1 miliardi tramite questo meccanismo. «L’Italia contribuisce per circa il 12 per cento», spiega Francesco Vignarca, coordinatore campagne della Rete italiana pace e disarmo, partner della International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (premio Nobel per la pace nel 2017). «Questo significa che, oltre al costo diretto del materiale ceduto, sosteniamo anche un onere indiretto legato al fondo. Se finanzio un meccanismo che rimborsa altri paesi per le loro forniture, la nostra spesa aggiuntiva potrebbe aggirarsi proprio intorno a questa cifra».

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Insieme alla Francia e alla Spagna «l’Italia è uno dei pochissimi paesi che fin dall’inizio della guerra non ha voluto rendere pubblica la tipologia di equipaggiamento militare che stava fornendo all’Ucraina», sottolinea Vignarca. Questa opacità è confermata anche dall’Indice di trasparenza dei dati elaborato dal Kiel Institute, che assegna all’Italia un punteggio di appena 1,8 su 5.

Per Vignarca, la mancanza di trasparenza non è dettata da ragioni strategiche. «I russi sanno benissimo cosa l’Italia ha mandato, perché se lo trovano sul campo. Secondo noi, dipende da una scelta politica per evitare le critiche sia da parte del mondo pacifista, contrario all’invio di armi sia da quello militarista, che potrebbe contestare la qualità e l’obsolescenza dei sistemi d’arma forniti, soprattutto all’inizio della guerra nel 2022», chiarisce.

Tra i rifornimenti per l’esercito italiano, spicca un finanziamento straordinario di 14,5 milioni di euro, di cui 5,5 milioni per il 2023 e 9 milioni per il 2024. Questi fondi sono stati assegnati all’Agenzia industrie difesa per la produzione di munizioni d’artiglieria, con l’obiettivo di evitare il depauperamento delle scorte nazionali e consentire l’apertura di nuove filiere produttive. «Si tratta dunque di una misura che risponde alle conseguenze dell’aggressione russa all’Ucraina», si legge nel documento camerale, «sul sistema produttivo e sul mercato degli armamenti, in particolare nel settore del munizionamento».

La questione della trasparenza si intreccia con le strategie di riarmo. «Sull’aspetto militare, il problema dal nostro punto di vista è doppio: c’è una continua ipotesi che continuare a mandare armi all’Ucraina avrebbe ridotto la guerra e fermato la Russia, ma purtroppo non è avvenuto», osserva Vignarca.

«Sulla gestione poco chiara», sottolinea il coordinatore della Rete pace e disarmo, «si è poi instaurata la richiesta di comprare sistemi d’arma per rimanere a livello di magazzino precedente all’invio. Il fatto che non ci sia trasparenza su cosa è stato mandato fa in modo che poi gli acquisti per ritornare a livelli di magazzino precedenti non siano molto chiari».

Nella seconda fase del programma di rinnovamento della capacità dell’Esercito italiano sono stati stanziati 808 milioni di euro per l’acquisto di nuovi sistemi di difesa aerea a cortissimo raggio. Questo investimento prevede l’acquisizione di missili e lanciamissili antiaerei, sia spalleggiabili che montati su veicoli, prodotti da Mbda Italia, in sostituzione dei vecchi Stinger americani della Raytheon, forniti all’Ucraina nei primi pacchetti del 2022.

Un aspetto critico sollevato riguarda proprio la reale natura di questa operazione. «Non sapendo cosa abbiamo mandato in Ucraina in prima istanza», osserva Vignarca, «non possiamo dire davvero se si tratti solo di una semplice sostituzione o se dietro ci sia anche l’intenzione di avvantaggiare gli interessi dell’industria militare».

Parallelamente, il riarmo dell’Esercito italiano ha incluso nel 2022 l’acquisizione di nuove scorte di missili anticarro Spike di terza generazione, prodotti in Israele. Si tratta di lanciatori e missili a lunga gittata che, secondo l’Osservatorio Milex, sarebbero stati inviati in Ucraina nelle prime fasi del conflitto, insieme ai vecchi missili anticarro Milan e Panzerfaust. A completare questo quadro di rinnovamento c’è l’avvio del nuovo programma pluriennale 2024-2026 da 1,8 miliardi di euro destinato alle unità di artiglieria terrestre. Tra cui l’acquisto di nuovi obici semoventi ruotati RCH155 della tedesca KNDS, che andranno a rimpiazzare gli FH70 trainati e i vecchi semoventi M109, già dismessi, affiancando così i semoventi PzH2000 già in dotazione.

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Tra programmi di armamento futuri e rincari su quelli già avviati, la spesa italiana per rimpiazzare il materiale bellico donato all’Ucraina potrebbe arrivare a 4,16 miliardi di euro, secondo l’osservatorio Milex. «Cifra stimata anche sulla base dell’effetto dell’inflazione», conclude Vignarca, «che ha comportato aumenti del 30-40 per cento in tre anni rispetto alle richieste iniziali».

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