Si chiama “pooling”, ed è l’argomento del momento nel mondo dell’automotive alle prese con l’incubo delle multe fissate dall’Unione Europea – e a oggi non ancora rinviate, né tantomeno annullate – per i costruttori che non riescono a restare entro i nuovi limiti di emissioni di CO2 decisi per il 2025. In parole semplici, si tratta del meccanismo che consente ai costruttori di unire le proprie flotte e mettere a fattore comune i rispettivi livelli di emissioni: chi ha valori elevati può sfruttare chi è più “virtuoso” e quindi abbassare la propria media e avvicinarsi ai requisiti o soddisfarli del tutto.
Per comprendere la portata della scure che si sta abbattendo sull’industria dell’auto se Bruxelles non tornasse sui suoi passi, l’Acea (l’associazione dei costruttori europei) ha stimato in 15-18 miliardi di euro le contravvenzioni che le Case dovranno pagare alla fine dell’anno qualora – come è più che probabile – non decollasse la vendita delle vetture elettriche, unico sistema “naturale” per riequilibrare la media di emissioni con quella delle auto termiche.
«Nel solo mese di gennaio, e solo in Italia, il mercato dell’auto, insieme a quello dei veicoli commerciali leggeri, ha già accumulato 370 milioni di euro di multe teoriche – conferma Salvatore Saladino, Country Manager di Dataforce Italia –. Con un livello medio delle emissioni di CO2 delle auto immatricolate nel primo mese dell’anno di 119 g/km (e di 190 g/km per i veicoli commerciali) a fronte del limite previsto per quest’anno di 93,6 g/km, si capisce immediatamente lo scollamento dalla realtà di chi ha imposto le regole».
Tesla, il marchio di Elon Musk, dal 2009 ha incassato 11 miliardi di dollari
Ecco allora entrare in campo il meccanismo del pooling, che in maniera perfettamente legale arricchisce i costruttori più virtuosi – in particolare quelli che costruiscono esclusivamente o prevalentemente auto 100% elettriche – in grado di “vendere” a caro prezzo i propri crediti verdi (che non usa) a chi non riesce invece a stare sotto i limiti poiché vende una forte percentuale di vetture a motore tradizionale. L’ultimo marchio in ordine di tempo ad annunciare il proprio interesse ad offrire crediti verdi è la cinese BYD, come annunciato da Alfredo Altavilla, Special advisor per l’Europa del colosso cinese, senza però fornire indicazioni precise sull’identità delle controparti al tavolo dei negoziati.
Negli ultimi mesi, l’Acea ha più volte lanciato l’allarme sulle conseguenze del pooling, a partire dal trasferimento di risorse dai programmi di investimento alle casse di aziende extra-europee come nel caso della stessa BYD e di altre. Ma il sistema è diventato prassi già da alcuni anni. Tesla in particolare ha da tempo consolidato un pool con diversi costruttori rivali, tra cui Ford, Mazda, Stellantis, Subaru e Toyota. Un altro consorzio è formato dalla Mercedes-Benz e dalla cinese Geely, con tutti i suoi marchi continentali (Polestar, Smart e Volvo). Solo Renault (fortemente contraria a questa prassi) e Volkswagen non hanno ancora aderito: quest’ultima ha stimato per sé multe potenziali di 1,5 miliardi di euro per il 2025.
La vendita di crediti normativi è diventata una fonte di profitto significativa soprattutto per Tesla. Secondo Axios, dal 2012, addirittura il 34% dei profitti totali dell’azienda, pari a 32 miliardi di dollari, proviene da questa attività. Nel 2024, si è registrato un vero e proprio boom: nel quarto trimestre, i ricavi derivanti dai crediti normativi hanno raggiunto i 692 milioni di dollari. Il bilancio inviato alla SEC (l’ente federale statunitense di vigilanza sulle Borse) ha rivelato un aumento del 54% dei ricavi totali per l’intero anno, da 1,79 miliardi a 2,76 miliardi di dollari: la stessa Tesla ha spiegato che la forte domanda di crediti è alimentata da altri produttori che stanno rivedendo i loro piani per i veicoli elettrici, in un contesto di mercato incerto.
Tecnicamente in realtà ciò che Tesla vende sono certificati regolamentari legati alla produzione e all’immissione sul mercato di veicoli a zero emissioni, come i ZEV Credits (Zero Emission Vehicle Credits) negli Stati Uniti. In Europa invece, sfrutta il surplus di conformità rispetto ai limiti sulle emissioni medie di CO2 per flotta, consentendo ad altre case automobilistiche di evitare multe pesanti. Così, anche se nel 2024 le vendite di auto della sua azienda sono diminuite dell’1,1%, accompagnate da una contrazione dei margini, con un crollo a due cifre a gennaio nei principali mercati europei, Elon Musk ha capitalizzato sui crediti green: è stato calcolato che dal 2009, anno del debutto alla Borsa di New York, Tesla abbia incassato in questo modo almeno 11 miliardi di dollari.
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