Dalla Serbia all’Italia, le mobilitazioni studentesche e giovanili stanno riportando nelle piazze istanze di cambiamento, richieste di giustizia sociale e rivendicazioni sul futuro. Una partecipazione che esprime la volontà delle nuove generazioni di prendere parola, organizzarsi e incidere sulle scelte che riguardano la propria vita, portando l’attenzione su condizioni di crescente incertezza, disuguaglianze e difficoltà di accesso alle opportunità educative, sociali e lavorative.
Come osserva Giorgio Tamburlini (2026) in una recente riflessione pubblicata su Avvenire, per comprendere il disagio giovanile occorre guardare oltre le sue manifestazioni più visibili e interrogarsi sulle condizioni in cui bambini e adolescenti crescono. Le radici delle vulnerabilità si sviluppano spesso molto prima dell’adolescenza, all’interno dei contesti familiari, educativi e sociali.
È anche in questa prospettiva che occorre leggere la condizione dei giovani che rimangono ai margini dei percorsi educativi, formativi e occupazionali.
La percentuale dei giovani che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso formativo (NEET, dall’inglese Neither in Employment, Education or Training), pur essendo tornata ai livelli pre-pandemici (Eurostat, 2024) [1], rappresenta una fascia numericamente rilevante e motivo di forte preoccupazione per le implicazioni sociali, economiche e di salute che comporta.
Nel 2023, nell’Unione europea, l’11,2% dei giovani tra i 15 e i 29 anni risultava escluso sia dal lavoro sia da percorsi di istruzione o formazione, confermando la natura strutturale del fenomeno che va oltre la fase emergenziale legata al COVID-19. All’interno dell’UE si osservano inoltre marcate differenze di genere: nello stesso anno il 12,5% delle giovani donne era in condizione di NEET, contro il 10,1% dei coetanei maschi. Questo divario evidenzia il ruolo di fattori come i carichi di cura, gli stereotipi di genere e le minori opportunità di accesso a un’occupazione qualificata, che rendono le ragazze più vulnerabili a periodi prolungati di esclusione.
La riduzione del tasso dei NEET è una priorità dell’European Pillar of Social Rights Action Plan [2], che tra i suoi obiettivi include quello di portare entro il 2030 la quota di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non sono inseriti in percorsi di istruzione o formazione al di sotto del 9%.
DEFINIZIONE E CAUSE DELLA CONDIZIONE NEET
Una scoping review sulla concettualizzazione della condizione dei NEET (Petrescu et al., 2024), evidenzia che il riferimento più utilizzato nella letteratura è quello adottato dall’Unione europea [3]. Inizialmente circoscritta ai giovani tra i 15 e i 24 anni, questa classificazione è stata poi ampliata alla fascia 15-29 per includere anche chi sperimenta una transizione più lenta tra scuola e lavoro. La definizione temporale dello status di NEET si basa invece su un totale di sei mesi – pari a un quarto degli ultimi 24 mesi – trascorsi senza lavoro, istruzione o formazione (Yates et al., 2011).
Oltre ai fattori contestuali – come le politiche nazionali a sostegno dell’istruzione, dell’occupazione e del coinvolgimento dei giovani nel mercato del lavoro, i diversi modelli di welfare, le differenze regionali e il divario tra aree rurali e urbane, che generano disuguaglianze nelle opportunità a seconda del luogo di residenza – la letteratura mostra che l’ingresso nella condizione NEET dipende anche da una serie di fattori personali, educativi, socio-demografici e familiari che spesso si combinano tra loro.
Il livello di istruzione rappresenta l’elemento più ricorrente tra i fattori di rischio: un percorso scolastico fragile, l’abbandono precoce o ripetuti episodi di assenteismo aumentano sensibilmente il rischio di rimanere esclusi sia dal lavoro sia dalla formazione. In diversi paesi, come Italia e Germania, l’uscita anticipata dal sistema educativo è associata sia all’ingresso sia alla permanenza prolungata nello status di NEET. Anche le competenze di base svolgono un ruolo rilevante: bassi livelli di alfabetizzazione, scarse abilità trasversali e risultati scolastici modesti tendono a rafforzare questa vulnerabilità.
L’origine etnica e lo status migratorio possono influire, soprattutto quando si sommano a condizioni di svantaggio familiare, disoccupazione dei genitori o scarse risorse culturali. La famiglia infatti rappresenta un fattore decisivo: instabilità relazionali, trascuratezza, difficoltà economiche o una bassa disponibilità di capitale culturale aumentano il rischio di esclusione e possono ostacolare la continuità educativa e l’ingresso nel lavoro, alimentando un circolo vizioso che può consolidarsi nel tempo.
Un’altra scoping review: Risk Factors of Being a Youth Not in Education, Employment or Training (NEET) (Rahmani & Groot, 2023) conferma che lo stato di salute è un fattore che può esporre maggiormente i giovani alla condizione di NEET. Problemi di salute mentale, bassa percezione di ben-essere nella prima adolescenza, disabilità cognitive o motorie e condizioni croniche possono compromettere la continuità dei percorsi educativi e rendere più complesso l’ingresso nel mercato del lavoro. La ricerca evidenzia inoltre che la disoccupazione prolungata può avere conseguenze psicologiche rilevanti – come l’aumento di scoraggiamento, ansia, depressione ed esclusione sociale – che, a loro volta, possono ridurre ulteriormente la motivazione a cercare un impiego, rafforzando dinamiche di vulnerabilità difficili da interrompere.
ARTE E CULTURA COME LEVE PER CONTRASTARE IL RISCHIO NEET
In questo scenario, arte e cultura rappresentano leve capaci di offrire ai giovani più vulnerabili spazi di espressione, partecipazione e crescita personale, contribuendo a ridurre isolamento, disimpegno e mancanza di prospettive.
Negli ultimi anni si è consolidata una base di evidenze che collega in modo sempre più solido la partecipazione culturale a migliori esiti sociali, educativi e occupazionali per i giovani. Una recente integrative review mostra che i programmi artistici di comunità favoriscono lo sviluppo di una maggiore coesione sociale, con benefici sulla fiducia e sul senso di appartenenza (Sonke et al., 2024). Evidenze longitudinali dal Regno Unito confermano inoltre che la partecipazione settimanale ad attività giovanili organizzate – incluse quelle artistiche e culturali – è associata a minori assenze scolastiche, migliori esiti formativi e, in alcune coorti, a una maggiore probabilità di ottenere qualifiche e un impiego retribuito nella prima età adulta (DCMS, 2024) [4].
In questa direzione si colloca anche il recente report An evidence-based approach to creating a culture of inclusive opportunity through arts and creativity (Child of the North, Centre for Young Lives, 2025), che mostra come arte e cultura esercitino un potere trasformativo sul percorso dei giovani, migliorando l’apprendimento, rafforzando le competenze trasversali, contrastando l’isolamento e ampliando gli orizzonti possibili. Tali benefici risultano particolarmente rilevanti per i giovani a rischio di diventare NEET, poiché incidono sui fattori scolastici, psicologici e sociali che alimentano vulnerabilità e disconnessione dai percorsi formativi e occupazionali. Il report sottolinea anche la necessità di integrare arte e cultura come pilastri di un sistema educativo più equo e stimolante, capace di offrire ai giovani esperienze significative e di contrastare allo stesso tempo l’inattività e l’iperstimolazione digitale, che indeboliscono la costruzione di interessi stabili e la partecipazione comunitaria.
I NEET IN ITALIA: RISULTATI E PROSPETTIVE DEL PROGETTO C.O.P.E.
In Italia la quota dei giovani NEET tra i 15 e i 29 anni si attesta al 15,2% nel 2024 (ISTAT, 2025): un valore nettamente superiore alla media dell’Unione europea (11,2%), superata soltanto dalla Romania (19,4%) e con percentuali maggiori rispetto a Spagna (12,0%), Francia (12,5%) e Germania (8,7%).
Rispetto al mercato del lavoro, i NEET presentano condizioni diverse: circa due terzi risultano disoccupati (33,6%), mentre il 33,9% è inattivo. Nel Mezzogiorno, il 73,8% dei NEET dichiara interesse per il lavoro, segnalando la carenza di opportunità occupazionali nell’area: qui si concentra anche la quota più elevata di giovani in cerca di lavoro da almeno 12 mesi, che rappresentano il 52,8% dei NEET disoccupati, a fronte del 26,1% nel Nord e del 31,2% nel Centro.
In questo quadro che evidenzia l’ampiezza del fenomeno e la necessità di interventi capaci di intercettare giovani che spesso non raggiungono i servizi formativi e occupazionali attivi sul territorio o non vi trovano risposte adeguate, si inserisce il progetto C.O.P.E. [5] (Capabilities, Opportunities, Places and Engagement), finanziato dalla Commissione dell’Unione Europea nell’ambito del programma per l’occupazione e l’innovazione sociale EaSI – Employment and Social Innovation. Multicentrico, attivo tra il 2022 e il 2024, ha coinvolto un partenariato internazionale con sette organizzazioni provenienti da quattro Paesi europei: Italia, Portogallo, Croazia e Regno Unito, sotto il coordinamento della Provincia Autonoma di Trento.
Basato sul modello della prescrizione sociale, si è rivolto a giovani in condizione di NEET tra i 15 e i 34 anni da almeno un mese, comprendendo sia ragazzi già seguiti dai servizi sia giovani “off the radar”, difficili da raggiungere per ragioni ambientali, sociali o personali. Per l’Italia erano stati previsti 300 partecipanti, distribuiti nei tre territori pilota: Trentino, Mestre e Bologna, dove l’implementazione del modello ha richiesto alcune innovazioni rilevanti. Sono state ampliate le fonti di invio – servizi sanitari e sociali, centri per l’impiego, scuole ed enti educativi – ed è stato fortemente promosso l’auto-invio, con la possibilità per i genitori di segnalare i minorenni.
Parallelamente, è stata sviluppata una rete di operatori di collegamento –link worker– provenienti da settori diversi – pubblico, privato e terzo settore – che in Italia ha visto l’attivazione di 48 professionisti con background educativi, psicologici, riabilitativi e sociali, che hanno sviluppato con i giovani percorsi personalizzati, generalmente articolati in otto-dieci incontri e orientati alla definizione di obiettivi concreti e realistici. Le azioni attivate hanno riguardato cinque ambiti principali: inserimento lavorativo, percorsi formativi e tirocini, sostegno scolastico, attività di socializzazione e ri-socializzazione, promozione della salute e del ben-essere fisico e mentale. Le attività previste nei piani personalizzati sono state realizzate mobilitando le risorse della comunità, incluse realtà culturali, associative ed educative, così da offrire ai partecipanti opportunità diversificate e accessibili in base ai loro bisogni. Nel complesso, il progetto ha intercettato 451 giovani nei territori italiani, superando l’aspettativa iniziale. Tra questi, 109 si sono auto-inviati (o sono stati inviati dai genitori), confermando la percezione del progetto come intervento accessibile e non stigmatizzante.
I risultati della ricerca, condotta da Universidade NOVA de Lisboa e University of East London, dimostrano l’efficacia dell’approccio: all’inizio del progetto quasi il 47% dei partecipanti italiani riportava un problema di salute mentale, mentre al termine dei percorsi si è osservato un miglioramento statisticamente significativo del ben-essere mentale (n = 150; 95% CI; p < 0,05) e una riduzione del disagio psicologico, con effetti più marcati tra i giovani con livelli di ben-essere inizialmente più bassi e nella fascia 16-24 anni. Tre giovani su quattro hanno incontrato il proprio link worker almeno una volta al mese e oltre il 54,4% ha ricevuto più di una forma di supporto.
Dal punto di vista economico, l’impatto è risultato altrettanto positivo: per ogni euro investito, il valore generato è stato stimato tra 4,27 e 5,36 euro, secondo la metodologia Social Return on Investment (SROI), che attribuisce un valore monetario ai benefici sociali, sanitari ed economici prodotti dall’intervento, senza necessariamente corrispondere a un ritorno finanziario effettivo.
Il progetto prosegue con un nuovo sviluppo: a novembre 2025, la Giunta provinciale della Provincia Autonoma di Trento ha approvato C.O.P.E.+, evoluzione del progetto europeo, con un carattere multi-professionale per promuovere l’inclusione sociale e il ben-essere di persone in condizioni di fragilità socio-sanitaria, educativa, relazionale e occupazionale, consolidando l’approccio della prescrizione sociale come strumento operativo per i servizi territoriali.
NOTE
[1] Eurostat (2024, 13 giugno). Drop in youths neither working nor studying. https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/ddn-20240613-1
[2] Commissione europea (2021). The European Pillar of Social Rights Action Plan. https://op.europa.eu/webpub/empl/european-pillar-of-social-rights/en/
[3] Eurofound, NEETs. https://www.eurofound.europa.eu/en/topics/neets
[4] Department for Culture, Media and Sport. Youth provision and life outcomes: A study of longitudinal research – Executive summary. https://www.gov.uk/government/publications/youth-provision-and-life-outcomes-research/youth-provision-and-life-outcomes-a-study-of-longitudinal-research-executive-summary
[5] COPE Project, sito ufficiale del progetto. https://it.copeproject.eu/
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Child of the North & Centre for Young Lives. (2025). An evidence-based approach to creating a culture of inclusive opportunity through arts and creativity. https://caer.org.uk/wp-content/uploads/CotN_Arts-Creativity_Report_12.pdf
COPE – Capabilities, Opportunities, Places and Engagement. Results: Key highlights from UEL & UNL
ISTAT. (2025). Livelli di istruzione e ritorni occupazionali – Anno 2024. https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/12/Report-Livelli-di-istruzione-e-ritorni-occupazionali-Anno-2024.pdf
Petrescu, C., Voicu, B., Heinz-Fischer, C., et al. (2024). Conceiving of and politically responding to NEETs in Europe: A scoping review. Humanities and Social Sciences Communications, 11, 226. https://doi.org/10.1057/s41599-024-02713-2
Rahmani, H., & Groot, W. (2023). Risk factors of being a youth not in education, employment or training (NEET): A scoping review. International Journal of Educational Research. 10.1016/j.ijer.2023.102198
Sonke, J., Pesata, V., Colverson, A., Morgan-Daniel, J., Rodriguez, A. K., Carroll, G. D., Burch, S., Abraham, A., Akram, S., Marjani, S., Belden, C., & Karim, H. (2024). Relationships between arts participation, social cohesion, and wellbeing: An integrative review and conceptual model. medRxiv. https://doi.org/10.1101/2024.05.01.24306077
Tamburlini, G. (2026, 30 ottobre). Gli adolescenti nascono prima e il loro dolore ha radici profonde. Avvenire.
Yates, S., Harris, A., Sabates, R., & Staff, J. (2011). Early occupational aspirations and fractured transitions: A study of entry into ‘NEET’ status in the UK. Journal of Social Policy, 40(3), 513–534. https://doi.org/10.1017/S0047279410000656
ABSTRACT
The situation of young people who are Not in Education, Employment or Training (NEET) represents a structural challenge for European social, educational and employment policies, particularly in Italy. This phenomenon results from the interaction of socioeconomic, family-related, geographical and health-related factors, which can reinforce pathways of exclusion and undermine individual and collective well-being. In this context, arts and culture can serve as valuable resources for promoting participation, social inclusion and the development of individual capabilities. The experience of the European C.O.P.E. project, which piloted social prescribing interventions targeting young NEETs, provides insights into the potential of integrated and personalised approaches that draw on cultural and community resources to foster new opportunities for engagement and autonomy.
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