Si è chiusa sabato 15 febbraio al Palazzetto dell’Arte la bella mostra «L’avventura di uno sguardo», dell’artista foggiano Marco Mastrangelo. Quadri astratti e volta a volta carezzevoli o scabri, caratterizzati da un uso attento del cromatismo. Sono le ultime produzioni di un pittore affermato, ormai giunto ai cinquant’anni.
Arte «spirituale», che non punta a ritrarre la realtà, ma a dare forma alle emozioni, ai pensieri, all’anima. Arte che –dice la critica e docente Katia Ricci, intervenuta all’inaugurazione- richiama per le sue modalità spontanee, l’Art brut, l’arte grezza teorizzata nel 1945 da Jean Dubuffet. Solo che questa espressione artistica è normalmente riferita ad autodidatti, a pittori privi di studi. Mastrangelo, invece, dopo avere manifestato fin dall’infanzia una precoce inclinazione al disegno, ha compiuto studi regolari al Liceo Artistico e ha poi proseguito con l’attenta e preziosa guida di Caterina Capone, curatrice della mostra.
Dell’Art Brut, sempre secondo Ricci, Mastrangelo possiede l’immediatezza, la forza introspettiva di guardare al proprio sé profondo e farlo emergere nel dialogo (incessante, nelle arti visive) fra chi dipinge e chi guarda, fra chi narra e chi ascolta. È significativo che l’artista foggiano ami dipingere ascoltando musica, cioè un’altra forma di espressione artistica profondamente sensoriale e percettiva. Anche chi, come scrive, è pressoché digiuno di nozioni artistiche, riesce a percepire questa ricchezza emozionale faticosamente e generosamente fatta emergere, con una intensità che non contraddice una palpabile e riconoscibile serenità.
Bella mostra, che il pubblico foggiano (o almeno quella parte di esso che ama le arti visive) ha mostrato di gradire con una robusta affluenza. Ma anche una mostra importante, per considerazioni legate alla biografia e alla persona dell’artista. Marco Mastrangelo è infatti affetto da trisomia-21, un’anomalia cromosomica che un tempo era nota anche come mongolismo. È «un Down», per usare la più triste delle antonomasie, quella che identifica la sindrome con il nome del medico che per primo la descrisse, nel 1866.
La nascita di Marco, mezzo secolo fa, avvenne in un tempo in cui disabilità equivaleva a vergogna, nel quale i «subnormali», come allora si chiamavano, dovevano essere tenuti isolati e nascosti, oggetto se mai di qualche provvidenza caritatevole, ma bollati come «quasi-persone», figli della sventura. Dalla rivolta dei suoi genitori, Costanzo Mastrangelo e Pia Colabella, un pediatra e un’insegnante, contro questa ripugnante barbarie, nacque l’Assori, un’associazione baluardo dell’inclusione, una eccellenza assoluta della nostra città con la quale ho l’onore di collaborare. Ma questa è un’altra storia, e andrà raccontata un’altra volta. Potrete capire quanto sia intensa, commovente e bella leggendo il catalogo della mostra, stampato con la solita elegante raffinatezza da Claudio Grenzi.
L’avventura di uno sguardo è una bella mostra di quadri, ma anche un piccolo grande evento che sconfigge la disabilità. No, non quella di un artista il cui percorso è ormai consolidato e la cui attività è circondata da vasti consensi di pubblico e di critica. La nostra disabilità, quel luogo opaco dell’anima in cui si annida il Vannacci che è in noi.
No, non temete, le zuffe politiche non c’entrano nulla. Il generale Vannacci è solo uno che dice a voce alta e senza imbarazzi (purtroppo per lui, a mio parere) quello che molti pensano: che la statistica faccia valore, che ciò che è infrequente sia perciò stesso inferiore. Incauti catalogatori che vivono in un mondo immaginario, dove i sani sono soltanto sani e i malati soltanto malati, dove un essere umano può essere definito da una diagnosi o da un’etichetta. Un mondo di «normali e non». L’avventura di uno sguardo di Marco Mastrangelo non è finita; la loro –poveri ciechi senza certificato- non è mai cominciata.
La buona notizia è che –a differenza della trisomia-21- questa disabilità può essere guarita. Nei casi più gravi serve un farmaco raro, a volte introvabile, denominato Fraternità. Ma spesso è sufficiente un rimedio naturale chiamato Attenzione o Empatia. Guardare o magari acquistare i quadri di Marco Mastrangelo può rappresentare un buon inizio.
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