Sanremo, titoli di coda: vincitori e vinti di un festival in cui la musica conta sempre meno

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Ecco che ci lasciamo alle spalle l’ultima serata di questosettantacinquesimo Festival, da sempre la più lunga. Come da tradizione, per conoscere il vincitore bisogna aspettare non meno di cinque lunghissime ore: troppo tardi. E purtroppo questo orario non si concilia con le esigenze delle rotative. Il giornale ha i suoi tempi e di conseguenza non c’è la possibilità di raccontare ilfinale di questa lunga avventura. Qualcosa, però, possiamo assemblare facendo una summa di ciò cui abbiamo assistito e anche commentato finora. Se dovessi dare un titolo alle osservazioni che ho appuntato sceglierei “Vincitori e vinti”. E non mi riferisco solo a chi riceverà il premio per il miglior testo, il premio della sala stampa, il premio della critica e il primissimo premio, oppure a qualcuno che è stato inaspettatamente escluso da ogni possibilità di vittoria. Il vero vincitore sarà chi resisterà all’usura del tempo con le sue canzoni, dimostrando carisma e personalità. Ci sono stati vincitori o piazzati dimenticati in breve tempo: Vittorio Inzaina secondo nell’edizione del 1965, Donatella Milani seconda nel 1983, l’anno in cui trionfò Tiziana Rivale e Vasco  Rossi arrivò penultimo (sic!) con Vita spericolata. 

Nel 1985, l’anno  della mia unica partecipazione al Festival, Zucchero si classificò al penultimo posto con la splendida Donne. Ma qualche previsione per il podio dentro di me l’ho fatta. Come sempre ci saranno sorprese e la mia schedina, che prevede due cantautori e una cantante, sarà inevitabilmente sbeffeggiata. Vorrei concludere questa mia esperienza di osservatore e narratore – a modo mio – proponendo una panoramica dall’alto sull’intera kermesse e sui suoi protagonisti. Che  dire del Festival? È completamente cambiato. Lo fa ogni anno ma questa edizione è lontana anni luce da quella targata Amadeus. Un bene? Un male? Su questo mi astengo. C’è un aspetto che mi ha colpito molto: persino alcuni dei cantanti più lontani dal formalismo festivaliero hanno seguito le indicazioni date da Carlo Conti, anche indirettamente conoscendo il personaggio e la sua storia televisiva fatta di buone maniere, casa e famiglia, compostezza e tradizione. 

Molti, tra cantanti e ospiti, si sono presentati in maniera sobria, alcuni eleganti, forse i cantanti più delle cantanti. Balenciaga, Coveri, Cavalli e gli altri stilisti si sono scatenati ma loro hanno colpito nel segno. Oddio, vedere Tricarico vestito tutto di bianco fa un po’ strano, ma sono contento che l’abbia fatto. Lui può passare da «mi avete rotto il…» all’aplomb di un dirigente d’ufficio con sana indifferenza. Un aspetto non secondario è la qualità del suono: perfetto come nei dischi. Il merito va equamente diviso tra i maestri dell’orchestra, i tecnici del suono, gli arrangiatori e i direttori d’orchestra. Tutti i cantanti hanno eseguito delle performance ineccepibili dal punto di vista esclusivamente tecnico. I co-presentatori e gli ospiti: quasi tutti oltre una larga sufficienza, ma Benigni su tutti.

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Riserve: il cambio d’abito delle signore co-presentatrici (alcune mise davvero imbarazzanti) sono così necessari e come c’entrano con le canzoni? In più di un’occasione ho temuto lo scapicollamento per le scale, ma va bene anche questo. E Malgioglio? Lui assolutamente secondo copione. C’è qualcosa che non va, in conclusione? Il discorso è lungo e certamente controverso. Ho visto abbastanza festival per poter dire che lo snaturamento avvenuto nel corso degli anni, lo  rende un carrozzone televisivo zeppo di interessi commerciali, di ricerca di prestigio e affermazioni personali, di prerogative che poco hanno a che vedere con una competizione veramente credibile che, in fin dei conti rende la musica la vera perdente. I primi festival erano certamente meno luccicanti, meno ricchi, ma l’interesse che suscitavano non era sostenuto dalla inarrestabile spinta consumistica usa e getta che occupa ogni aspetto di questo assurdo tempo. Era amore puro e semplice per le canzoni e per i cantanti.

E, d’altra parte, perché giustificare questa impalcatura così debordante quando molti altri premi e festival di altrettanto nobili manifestazioni artistiche hanno come unico obiettivo quello di presentare e valorizzare le opere ed assegnare premi? Così è per i Festival di letteratura, per i festival del cinema e del teatro, per i premi di giornalismo. Forse sono troppo severo ma in coscienza mi sento di dire che nonostante lo share sbandierato ai quattro venti, nonostanteil clamore suscitato, nonostante la raffica di programmi che riverbereranno a lungo canzoni e protagonisti, un festival così concepito non rende giustizia alla musica, quella più vera. Che ne viene quasi sempre esclusa.



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