di Antonio Prigiobbo
Noi italiani dobbiamo imparare da tutti. Soprattutto quando parliamo di startup, innovazione e imprese.
Perché, diciamocelo, abbiamo anche parecchio da imparare.
Il nostro è un Paese straordinario nel creare piccole imprese. Molto meno nel farle diventare grandi.
I numeri raccontano bene il problema: circa il 95% delle imprese italiane è composto da microimprese, realtà con meno di dieci addetti. Secondo il 2025 SME Country Fact Sheet della Commissione europea, rappresentano il 94,1% delle imprese del settore non s finanziario.
Sono una forza enorme: territorio, artigianato, manifattura, creatività, Made in Italy, flessibilità.
Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia.
Essere piccoli significa spesso avere meno capitale, investire meno in tecnologia e ricerca, avere più difficoltà a crescere e competere sui mercati globali.
E allora diciamocelo.
Una microimpresa può fare cose straordinarie. Ma difficilmente, da sola, conquista Marte a colpi di razzi. Difficilmente costruisce l’alternativa europea all’AI americana o cinese. E le viene anche un po’ difficile investire miliardi in ricerca.
Non è un giudizio sulle piccole imprese.
È un problema di scala.
Prima ancora di parlare ossessivamente di internazionalizzazione, dovremmo forse chiederci come aiutare le nostre imprese a crescere, aggregarsi, investire, assumere talenti e diventare più forti.
Poi c’è Napoli.
Anzi, c’è il Sud che arranca…
E noi napoletani dovremmo ricordarci ancora meglio quanto valgano il confronto, la contaminazione e le relazioni.
Napoli aveva rapporti con il mondo molto prima che esistesse l’Italia come la conosciamo oggi. Il Regno di Napoli riconobbe gli Stati Uniti nel 1796 e le relazioni diplomatiche con il Regno delle Due Sicilie furono formalizzate nel 1832. Con la Russia esistevano rapporti politici e commerciali già nel Settecento: nel 1787 fu stipulato un trattato commerciale tra Napoli e l’Impero russo.
Quindi sia chiaro: per me avere relazioni è fondamentale.
Dobbiamo guardare fuori.
Alla Cina.
Agli Stati Uniti.
All’India.
A Israele — sì, per quello che possiamo imparare dalla sua esperienza di Startup Nation.
All’Europa.
A chiunque abbia qualcosa da insegnarci.
Perché il contrario di imparare dagli altri è quel terribile “abbiamo sempre fatto così”.
Ma esiste anche l’eccesso opposto: inventarsi continuamente iniziative strane pur di poter dire che stiamo facendo qualcosa per le startup.
E quante ne ho viste.
A volte mi domando: le vedo soltanto io? Sono l’unico, dentro questo ecosistema, a farmi qualche domanda in più?
Di iniziative nate sotto il grande cappello del “facciamo una cosa per le startup” in questi anni ne ho viste parecchie.
E una delle domande che continuo a farmi riguarda proprio la Cina.
Città della Scienza ha costruito nel tempo un rapporto importante tra Italia e Cina nel campo della ricerca, della scienza e dell’innovazione. Una cooperazione strutturata che ha coinvolto università, ricercatori, istituzioni, imprese e startup.
Nel 2024 la XIII Settimana Italia-Cina della Scienza, Tecnologia e Innovazione ha portato a Napoli 500 partecipanti, 120 incontri one-to-one e sette accordi bilaterali.
Tutto interessante.
Sono stati invitato diversi anni a andare in Cina a gratis e ho rifiutato perché “cosa strana”… ma la mia domanda, però, è un’altra.
Ha sempre avuto senso portare le nostre startup in Cina?
Negli anni ci sono stati showcase, roadshow, incontri con investitori e programmi pensati anche per avvicinare startup e imprese innovative italiane al mercato cinese.
Benissimo.
Ma se una startup deve ancora capire chi comprerà il suo prodotto in Italia, siamo sicuri che il problema successivo sia venderlo a Pechino?
Se deve ancora trovare clienti in Europa, siamo sicuri che abbia bisogno di incontrare investitori a Shanghai?
Se un’idea non ha ancora preso il volo, deve necessariamente sorvolare la Cina?
È qui che, secondo me, abbiamo confuso per troppo tempo due cose completamente diverse.
Un viaggio non è una strategia di internazionalizzazione.
Una fotografia davanti a un grattacielo non rende internazionale una startup.
Un badge a una fiera non crea un mercato.
Prima vengono il prodotto.
I clienti.
I ricavi.
Il team.
La tecnologia.
La proprietà intellettuale.
La capacità di crescere.
Poi viene il mondo.
E quando un’impresa è pronta, allora sì: Cina, America, India, Emirati, Africa. Ovunque ci sia un mercato e abbia realmente senso esserci.
Perché andare lontano non significa automaticamente andare avanti.
E sulla Cina c’è un secondo tema che trovo ancora più interessante.
Possiamo e dobbiamo studiarne la capacità industriale, gli investimenti, le infrastrutture, la velocità con cui riesce a sviluppare intere filiere tecnologiche.
Ma studiare un modello non significa necessariamente volerlo imitare.
Per questo mi sorprende quando, anche nel mondo universitario, sento indicare il capitalismo cinese come un modello da prendere in considerazione senza mettere contemporaneamente sul tavolo il rapporto tra Stato, imprese, tecnologia e libertà individuali.
Un esempio recentissimo aiuta a capire quanto il tema sia concreto.
Dal 15 settembre 2026 in Cina sono entrate in vigore nuove norme sull’ingresso e sull’uscita dal Paese: 19 articoli che intervengono anche sulle agenzie che assistono i cittadini nelle pratiche di espatrio.
Quindi attenzione alle semplificazioni: non è una legge che genericamente “impedisce ai cinesi di partire”.
Ma dentro quella normativa c’è un passaggio particolarmente interessante per chi parla di startup e tecnologia.
Le autorità possono impedire l’espatrio a cittadini coinvolti in violazioni delle regole sull’export control o sul trasferimento tecnologico quando queste possano compromettere la sicurezza industriale o tecnologica nazionale. In questi casi la disposizione non stabilisce un limite temporale predeterminato al divieto.
È uno dei temi raccontati molto bene anche in questo video:
https://youtu.be/GkFBc9-P6xY?si=JHAjZfo2sQ6HPPuA&t=496
E poi c’è Manus.
Una delle startup AI più interessanti nate da founder cinesi aveva spostato la propria sede a Singapore. Meta aveva annunciato un’acquisizione da oltre 2 miliardi di dollari.
Nel marzo 2026, mentre Pechino esaminava l’operazione, ai cofondatori Xiao Hong e Ji Yichao fu impedito di lasciare la Cina.
Poi è successo qualcosa di ancora più significativo: le autorità cinesi hanno bloccato l’operazione e nell’agosto 2026 Manus ha annunciato il ritorno alla propria attività come società indipendente.
Una storia che, almeno a me, fa venire qualche domanda.
E le domande, quando parliamo di innovazione, fanno bene.
Questo significa che non dobbiamo collaborare con la Cina?
No.
Significa esattamente il contrario: dobbiamo conoscerla meglio.
Dobbiamo collaborare quando esistono ricerca, mercato, interessi e opportunità concrete. Dobbiamo imparare dalla sua capacità industriale e tecnologica.
Ma dobbiamo anche conoscerne le regole e capire che il rapporto tra Stato, capitale, impresa e tecnologia è diverso dal nostro.
E soprattutto dobbiamo smettere di pensare che l’internazionalizzazione sia una specie di rito di passaggio obbligatorio per qualsiasi startup.
Prima costruiamo imprese.
Poi aiutiamole a crescere.
Poi facciamole diventare abbastanza forti da avere qualcosa da vendere, qualcosa da difendere e qualcosa da negoziare.
Poi portiamole nel mondo.
Perché la Cina sarà pure vicina.
Ma prima di chiederci se sia vicina, lontana, amica o concorrente, forse dovremmo farci una domanda molto più semplice:
noi, quando partiamo, abbiamo davvero qualcosa di abbastanza forte da portare con noi?
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