Dai periti industriali di Eppi agli avvocati di Cassa Forense, ecco le casse e fondi che investono in innovazione




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I periti industriali di Eppi, gli avvocati di Cassa Forense, e i giornalisti dell’Inpgi (nel frattempo confluito nell’Inps) sono pronte a scommettere sull’innovazione. Sono queste le tre casse previdenziali virtuose che hanno superato il 5% di investimenti qualificati in venture capital, settore che finanzia start up ad elevato potenziale di sviluppo. Una soglia che, secondo l’ultima legge Concorrenza, consente agli enti di sfruttare importanti benefici fiscali, azzerando l’imposta del 26% sui capital gain. I dati emergono dallo studio realizzato Teha Group, in collaborazione con Cdp Venture Capital, presentato venerdì 4 aprile a Cernobbio, da cui emerge come il contributo degli investitori istituzionali allo sviluppo del venture capital in Italia sia in verità ancora residuale, nonostante gli sforzi del governo.

Quattro fondi virtuosi, da Cariplo a Bcc

I dati mostrano che la maggior parte delle Casse ha un’esposizione limitata nei confronti del venture capital: otto Casse investono meno del 5% dei loro investimenti qualificati e 10 non lo fanno affatto. Ma non mancano le eccezioni, come Eppi in particolare. La Cassa presieduta da Paolo Bernasconi sul venture capital ha investito addirittura il 19,3% dei suoi investimenti qualificati (che comprendono per esempio azioni e oicr) e anche tra i fondi preesistenti e negoziali ci sono virtuosi. In questo caso a distinguersi sono in quattro, con tre fondi che sono già oltre il 10%: Cariplo (14,3%), Unicredit (13,7%) e Fonte (13,1%) mentre il fondo Bcc delle banche di credito cooperativo è al 9,6%. I restanti 74 fondi monitorati hanno però una quota di investimenti molto limitata o addirittura nulla.

Un supporto potenziale oltre 16 miliardi

In Italia, l’asset allocation degli investitori istituzionali vede quindi complessivamente un ruolo limitato del venture capital, pari allo 0,29% dell’attivo per le Casse e allo 0,14% per i Fondi pensione. In questo contesto, la Legge Concorrenza di dicembre 2024 ha appunto tentato di incentivare gli investimenti in venture capital a raggiungere un minimo del 5% degli investimenti qualificati per il 2025 e del 10% per il 2026. Secondo le analisi di Teha, se l’obiettivo del 10% venisse raggiunto il venture capital avrebbe una spinta alla crescita da 2 miliardi di euro, di cui circa 788 milioni mobilitati dalle Casse e altri 1.174 milioni dai fondi. Aggiungendo a questi anche l’impatto indiretto e il possibile indotto la cifra, secondo i calcoli di Teha, potrebbe crescere addirittura tra i 6,4 e i 16,7 miliardi.

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I dubbi interpretativi sui benefici fiscali

A frenare i loro investimenti in venture capital sono oggi essenzialmente due elementi. Il primo è legato al fatto che gli investitori istituzionali e in particolare casse previdenziali e fondi pensione, impiegando risparmio previdenziale, hanno particolare attenzione alla preservazione del capitale investito e pertanto auspicano strumenti di mitigazione del rischio connesso agli investimenti in venture capital tramite soluzioni che vadano anche oltre l’incentivo fiscale. Ma finora nessun supporto è arrivato in tal senso e a questo si aggiungono dubbi interpretativi sugli incentivi fiscali previsti della legge Concorrenza. L’attuale normativa non chiarisce infatti cosa si intende per investimento, ovvero se rientrano le quote deliberate, sottoscritte e versate, o se possono essere incluse anche le quote deliberate dal consiglio di amministrazione dell’ente e sottoscritte, quand’anche non ancora versate. E la questione non è di poco conto considerando che i tempi di richiamo e versamento degli investimenti in venture capital sono solitamente distribuiti nel periodo di durata del fondo, normalmente compreso tra 10 e 15 anni in base alla strategia di investimento. Sul tema le associazioni più rappresentative delle start up hanno chiesto chiarimenti al Mimit che sembra intenzionato a sciogliere i dubbi nel più breve tempo possibile.

L’Unione Europea investe 57 miliardi, gli Usa 210 miliardi

Anche perché è evidente, come sottolineato dal Rapporto sulla Competitività messo a punto da Mario Draghi, che la capacità di un Paese di competere a livello internazionale dipende in misura crescente dalla sua propensione a innovare e a sostenere la crescita di nuove imprese in settori strategici chiave. Il venture capital ha un ruolo determinante da questo punto di vista, con l’Europa che deve recuperare terreno rispetto agli Stati Uniti, in un impegno che si è fatto più urgente in un contesto di guerra commerciale. Nel 2024 gli investimenti Usa in venture capital hanno raggiunto i 210 miliardi, registrando un divario significativo rispetto all’Unione Europea (-73%), dove gli investimenti nel settore sono pari a 57 miliardi. Nel solo comparto dell’Intelligenza Artificiale, gli investimenti venture capital a livello Ue (pari a 8 miliardi di dollari) risultano quasi un nono di quelli Usa (68 miliardi) e la metà rispetto alla Cina (15 miliardi), osservano ancora da Teha.

I casi di successo americani, da SpaceX a Stripe

Negli ultimi anni, anche grazie al contributo del venture capital, molte imprese statunitensi sono diventate aziende leader in settori chiave per il futuro, dal settore dell’Intelligenza Artificiale (OpenAI) e Big Data (Databricks) a quelli dell’aerospazio (SpaceX), difesa (Anduril) e fintech/pagamenti digitali (Stripe). Il ruolo determinante del venture capital è dimostrato anche dalla crescente quota di Ipo di aziende tech americane supportate da venture capital, aumentata dal 55% nel periodo 1980-1994 al 68% tra il 2010 e il 2024. Anche molti colossi Big Tech, tra cui Google, Meta e Tesla, hanno ricevuto finanziamenti in venture capital nella fase iniziale del loro sviluppo, contribuendo al dominio del settore tech nel mercato azionario statunitense attuale che riveste una quota del 58% sul totale della capitalizzazione delle prime 20 aziende americane.

La crescita del venture capital italiano che arriva a 1,9 miliardi

In Italia i numeri sono ancora troppo esigui anche se il settore sta crescendo grazie anche all’ingresso dei capitali pubblici nel 2020. Tra il 2017 e il 2024, gli investimenti in venture capital sono aumentati di oltre 12 volte, raggiungendo 1,9 miliardi e posizionando l’Italia al 4% del totale europeo nel 2024 (contro l’1,5% nel 2020). Nello stesso periodo, il numero di investitori è aumentato di oltre il 70% (da 172 a 297), con una crescente partecipazione di investitori internazionali che è quasi raddoppiata dal 24% al 42%, a conferma della crescente attrattività del venture capital italiano. Mentre il divario con gli altri Paesi europei si è ridotto di pari passo: negli ultimi 5 anni il gap con la Francia è sceso da 10 a 4 volte e quello con il Regno Unito da 32 a 11 volte.

Da Fs a Enel, chi scommette sulle start up

Pure le grandi aziende italiane hanno aumentato i loro investimenti in start up. Ferrovie dello Stato, per esempio, ha partecipato allo sviluppo della startup Next Generation Robotics per la produzione di un robot modulare autonomo per ispezione e manutenzione predittiva con IA, Eni, Enel, Mitsubishi, Samsung e Schneider Electric hanno investito in Nozomi Networks per sviluppare software di cybersecurity per infrastrutture critiche e sistemi operativi/IoT, con un focus particolare sulla protezione delle reti industriali.

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